Non si può scappare dal regno, dal potere e dalla gloria: sono più veloci loro.
Dal gioco di parole che l’attore americano Richard Pryor usava sul palcoscenico per provare a spiegare la solitudine, lo sgomento, il senso d’abbandono degli afroamericani davanti alla legge – ovvero Justice / Giustizia e Just Us / Solo noi – arrivano il titolo e il modo di affrontare ancora una volta i privilegi dei bianchi di questo saggio poetico, di forte impatto storico, di Claudia Rankine. Just Us. Una conversazione americana (66thand2nd, traduzione di Francesco Pacifico), un libro interessante, multiforme, che mette in scena ciò che è, che avviene negli Stati Uniti d’America, e lo fa attraverso l’arma più potente che Rankine ha a disposizione, quella che ha sempre usato, a partire da Citizen (66thand2nd, 2017, traduzione di Silvia Bre): il linguaggio. E il linguaggio non è solo poesia, non è solo saggio, non è solo ricerca, documento, il linguaggio è anche un’immagine che dialoga con il testo, è un testo che viene commentato nella pagina di fianco. Rankine in Just us avverte la necessità di essere chiarissima, perciò scrive, commenta, spiega, illustra, spazia dalla storia al quotidiano, non esita a parlare di sé, della propria famiglia, di suo marito che è bianco, della loro crisi matrimoniale, dei motivi che li hanno spinti a superarla, della loro figlia, della difficoltà del decidere chi dovesse accompagnarla a scuola ai colloqui con i professori. Vai tu da solo e allora è tutto più semplice, vado io e allora entriamo in un altro schema quello che prevede le difficoltà, prevede che nei professori entri in testa un certo tipo di ragionamento. Andiamo insieme, come poi sarà, perché siamo una famiglia, questa famiglia. Siamo noi, solo noi, just us.
Mi chiedo se i bianchi non sviluppino amicizie con le persone di colore, soprattutto nere, per non trovarsi implicati o costretti a guardare in faccia la violenza dei bianchi contro le persone nere.
Perciò Rankine si muove tra versi, conversazioni, appunti, documenti storici, immagini, perché tutto occorre, tutto concorre a raccontare quello che è l’America oggi, tutto serve a spiegare cos’è ancora il razzismo, perché esiste, perché il privilegio dei bianchi in fondo non cede mai, neppure quando sembra che le cose vadano meglio, neppure rispetto agli afroamericani che vivono in situazioni agiate, che non hanno mai vissuto la miseria. Leggendo Rankine vengono in mente i versi del poeta afroamericano Jericho Brown che in La tradizione (Donzelli, traduzione di Antonella Francini): «Ti scrivo dall’altra parte / Del mio corpo dove non mi hanno mai / Sparato e nessuno mi ha mai accoltellato», perché il punto – uno dei punti – è ancora questo desiderare un corpo che attraversi il mondo con le stesse garanzie e speranze che gli altri hanno già in partenza, senza aver bisogno di dimostrare ogni giorno di essere uguali, pur essendo diversi, volere invece restare diversi ma andare più in là dell’avere gli stessi diritti, arrivare a ricevere la stessa gentilezza, a ottenere un modo di essere guardati e accettati senza schermature, pregiudizi. Privilegio dei bianchi, pregiudizio verso gli afroamericani. Rankine è arrabbiata, dichiara il suo dolore, le sue poche speranze e certezze, ma è al contempo luminosa, attraverso la grazia della sua prosa. Lei sa e noi con lei che se esiste una possibilità va cercata nella lingua, nelle infinite occasioni che offrono le parole, alla loro capacità di rinnovarsi, di mescolarsi, di restituirci con chiarezza il pensiero.
Conversare è rischiare il crollo del detto e del non detto. Conversare è mettere a rischio la performance di ciò che è retto dal silenzio.
Rankine lascia parlare i bianchi mostrandoci quanto siano offuscati dalla loro condizione di vantaggio. Mentre racconta e commenta, mette in discussione l’autorità delle fonti, le convinzioni anche quelle più dure da rimuovere, da sciogliere. Le idee radicate sono come massi, ma Rankine non rinuncia mai all’opportunità di farne macerie e da lì, dalle piccole pietre residue ripartire, facendo nuove composizioni o, semplicemente, scagliandole. La scrittrice americana rispetto a Citizen è più dura, forse più cupa, forse perché avverte – e vuole che il lettore lo senta – che il tempo a disposizione per la justice è sempre meno, forse perché è affranta e sgomenta al punto che il soffio della poesia pare non bastare più. Rankine è preoccupata, è delusa ma non intende cedere di un solo millimetro sulle sue convinzioni. Il razzismo è presente, è forte e va combattuto.
Il libro è bello, ed è un bel libro perché anche il formato, la scelta della carta, l’impaginazione, lo rendono un oggetto che manifesta un certo spessore, e il suo interno un po’ lucido, un po’ opaco riflette lo stato d’animo di chi lo ha scritto. Dovremmo essere grati a questa scrittrice coraggiosa e alla sua editrice italiana 66thand2nd che ce la porta nelle case, e lo siamo.
Quante narrazioni esistono per le persone nere nell’immaginazione dei bianchi?
A un certo punto del libro Rankine spiega come non sia possibile spiegare l’intimità quando non esiste una comunanza di status nemmeno con gli amici bianchi più stretti. Spiega perciò quello che è, quello che esiste. Rankine ci porta in una stanza e ci invita a smascherare (insieme a lei) le ipocrisie, quelle della vita pubblica, della vita privata. Perciò spazia dalle cucine agli aeroporti, dalle scuole ai bar, dai cortili agli uffici pubblici, dagli ospedali ai cinema. Ci ricorda, anche con ironia, che l’America – questo grande paese democratico – è un luogo che non ha mai davvero varcato la soglia dell’uguaglianza, che ha ancora un grosso problema sociale che non sa risolvere, perché non crede di averlo.
Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia.
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