«Quando abbiamo realizzato e portato a termine qualcosa di eccezionale non abbiamo ottenuto nient’altro che quello che hanno ottenuto anche tutti gli altri, nient’altro che solitudine».

Quando ci si mette a leggere un qualunque libro di Thomas Bernhard, che ti tratti di un romanzo o di un  saggio, si viene immediatamente risucchiati in una spirale ipnotica ed emotiva, una spirale meravigliosa e paurosa nella quale lasciarsi avvolgere, fino a perdersi, e poi a ritrovarsi, e poi di nuovo a perdersi, e l’attimo successivo di nuovo a ritrovarsi, all’infinito, oltre l’ultima parola del testo che si ha davanti, che non è mai l’ultima, ma solo una delle cose che vanno a chiudere e che poi si riapriranno nella mente delle lettrici e dei lettori.

Alcune volte si è portati a pensare che la chiave sia il ritmo, il susseguirsi delle frasi, il loro concatenarsi, le voci che si sovrappongono, la punteggiatura serratissima, l’assenza di separazione tra capitoli, la corsa a perdifiato. Altre volte crediamo che il codice segreto di Bernhard stia nell’ossessione o nelle ossessioni che pervadono i suoi protagonisti; ossessioni che incatenano e assorbono totalmente l’attenzione di chi legge. Molto più probabilmente il ritmo incalzante della prosa e le ossessioni dei protagonisti (e di Bernhard stesso) si alimentano l’una con le altre.

Non esiste quel ritmo senza i pensieri ossessivi, i gesti dei personaggi. Non reggerebbe nessuna ossessione senza il ritmo mozzafiato della prosa del grande scrittore austriaco. Fatto sta che, anno dopo anno, leggendo per la prima volta o rileggendo una sua opera, si resta abbagliati, attratti totalmente dal flusso delle parole, dal dislocarsi dei periodi.

Le opere di Bernhard forse sono un’opera soltanto retta da una sintassi vorticosa e perfetta, inimitabile, precisa in ogni sillaba, miracolosa. Questo universo di cose che capitano quando si legge Bernhard non potevano non capitare davanti a Correzione, da più parti considerato il suo capolavoro, uscito esattamente cinquant’anni fa, nel 1975 e ora pubblicato – come tutti i libri dello scrittore austriaco – nel catalogo Adelphi, con la traduzione di Giovanna Agabio.

Da un lato credevo di avere il diritto di sapere da Höller qualcosa in più sugli ultimi giorni del nostro amico, dall’altro Höller credeva che io potessi dirgli qualcosa di più su Roithamer, e dato che ognuno di noi era rimasto in attesa che l’altro, com’era naturale, dicesse qualcosa sul nostro amico Roithamer, per tutto il tempo non avevamo detto una parola.

Correzione è complesso e allo stesso tempo lineare. È ossessivo fino al punto di farci perdere il nocciolo, la testa, gli occhi; ma pure al punto di lasciarci un filo, una coda d’ossessione alla quale aggrapparci. Prima di tutto, va detto, si tratta di un libro sull’amicizia, sull’ammirazione per l’altro, sulla sovrapposizione di uno a qualcuno che non c’è più. Ed è un fatto di stima, un fatto di amore, un fatto – appunto – di ossessione. Si tratta poi di un libro sulla capacità di progettare, di inseguire e raffinare un progetto fino al momento in cui la sua realizzazione, pressoché perfetta, perde di vista il suo ideale di partenza. Un progetto che nasce come un dono, ma il dono mette paura, il dono non viene mai osservato, ricevuto, il dono porta la fine.

Il protagonista in assenza di questo romanzo è Roithamer, figura che rimanda da molto vicino a Wittgenstein e che, nell’abitazione di un vecchio conoscente, ma diremmo in qualche modo amico, Höller, avvolta dalla foresta del Kobernausserwald, ha ideato una incredibile, forse bellissima ma anche mostruosa (per gli effetti a venire) costruzione a forma di cono.

Il cono deve essere un regalo per la sorella, che però ne avrà angoscia, paura, al punto da non volerlo visitare in fase di costruzione e di suicidarsi dopo il suo completamento. Roithamer sa che la vita non ha nessun particolare motivo o scopo, il cono era una ragione, regalare un’opera unica alla sorella – unica da lui amata in famiglia – ma anche che la ragione e il sentimento non portano a nulla, se non alla morte, in questo caso a due morti. Dopo la sorella anche lui si suiciderà.

Tutt’a un tratto c’è un’idea e vuole essere realizzata, tutta la nostra vita, tutta la nostra esistenza è fatta solo di idee che sono nate in noi e che noi vogliamo realizzare, che dobbiamo realizzare, perché altrimenti siamo morti, così Roithamer. Ogni idea e ogni perseguimento di un’idea in noi è la vita, così Roithamer, la mancanza di idee è la morte.

Un amico, il narratore, di cui non conosciamo il nome, si insedierà nella casa di Höller, nella sua soffitta, luogo iconico, dove Roithamer ha studiato, lavorato, progettato. Nella tipica modalità di Bernhard, la parola soffitta verrà ripetuta fino allo sfinimento, eppure, nemmeno una volta invano. Il narratore accetta di classificare gli scritti cui stava lavorando l’amico, e pone la sua attenzione su un testo molto ampio e complesso: A proposito di Altensam e di tutto ciò che è connesso ad Altensam, con particolare riferimento al cono.

Lavorando si accorge che l’infinito progetto di Roithamer non è altro che un contenitore che elabora e prova a comprendere, fallendo, il significato dell’esistenza stessa. L’uomo ha rinunciato a qualunque tipo di vita sociale, concentrando il suo supremo sforzo intellettuale, ogni energia al progetto, fino allo sfinimento, fino al gesto estremo del suicidio. La soffitta, il lavoro, il progetto gli hanno solo confermato ciò che aveva sempre saputo, di essere solo – come tutti –, disperato, prossimo alla disgregazione.

Thomas Bernhard, in questo libro diviso in due parti e attraverso lo studio di queste tre persone – tre ragazzi che andavano a scuola facendo lo stesso sentiero e quel sentiero non ha mai smesso di assomigliare all’esistenza – delinea, per le vite, tutte quante, l’assenza di ogni significato, così come decreta il fallimento totale dell’esistenza. Tentiamo di correggere il mondo, le sue forme, i suoi processi naturali, la sua struttura, e falliamo, giorno dopo giorno.

Così tutto quello che penso deriva più da una parte di me, dalla mia inquietudine e non dall’altra, che mi lascia in pace, così Roithamer. Quando parliamo con tutto il nostro essere parliamo sempre solo con quello nato dall’inquietudine, non con l’altro, così Roithamer. Io ho sempre solo parlato con il mio essere nato dall’inquietudine, con l’altro non ho parlato mai, perché l’altro mi lascia in pace e quindi mi rende possibile parlare di ciò che nasce dall’inquietudine.

Così nella soffitta, il narratore si perde, scivola lungo il piano della follia ossessiva, si salva un minimo durante le conversazioni di Höller, che a differenza di Roithamer, una speranza l’ha coltivata e realizzata. La casa dove sta la soffitta, progettata da lui, costruita in un territorio impervio, lo stesso del cono, eppure,  è inattaccabile da ogni intemperia, così come sembra resistente l’apparente serenità della famiglia. Höller è uno spiraglio di speranza in un romanzo retto dall’angoscia. Però angoscia e speranza stanno insieme benissimo, e ritorniamo all’inizio, nel ritmo mozzafiato e ossessivo di uno dei maggiori scrittori che il Novecento abbia generato. Di questo lo ringraziamo, perché vogliamo provare angoscia e speranza, vogliamo perdere il fiato ed essere incalzati e poi inchiodati da ogni singola, benedetta, frase.

 

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giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagioneAndrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

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