Non è detto che si scriva per raccontare la propria vita. Più spesso si scrive per sottrarsene, per verificarne i limiti, immaginare deviazioni che nella realtà non si sono potute dare. La letteratura non è solo espressione ma un dispositivo di possibilità: una macchina che consente di abitare vite che non sono le proprie. Quando però chi scrive arriva alla narrativa dopo aver attraversato “vite” già dense di racconto, quel meccanismo si complica. Il passaggio alla finzione non è un semplice cambio di registro: diventa una questione di distanza. Quanto ci si allontana da ciò che si è stati? È necessario farlo?
Sebastiano Caputo è un giornalista che per sei anni ha vissuto da reporter di guerra tra Siria, Iraq, Afghanistan, Libano. Ma è anche fondatore di un gruppo editoriale, direttore di una rivista, partner di un’agenzia di comunicazione, ideatore di una rassegna di cosmopolitica. Una moltiplicazione di ruoli e piattaforme che dice qualcosa, o molto, su come abiti il mondo: in più posti contemporaneamente, con più nomi addosso. Approdato alla narrativa, porta con sé questo carico, e la difficoltà a scegliere.
Il protagonista di Daua è Giovanni Scorretti, un agente dei servizi segreti coinvolto nel rapimento di un amico tra Iraq e altri scenari di crisi mediorientali; sullo sfondo Roma mondana (santa e dannata, direbbe Roberto D’Agostino), un monastero benedettino a Norcia, la teoria dei giochi applicata alla geopolitica. Daua è un romanzo che tiene insieme traiettorie diverse, sacro e profano, mondanità e ascesi, Oriente e Occidente, senza scegliere quale percorrere.
Nel libro compare una scena di iniziazione ai servizi segreti che chiarisce il tono a cui Sebastiano Caputo aspira; il capo del personale si avvicina al protagonista appena assunto e gli dice: «Nella vita incontrerai persone, conoscenti e amici. Molti ti diranno, io sono diventato sindaco, io sono diventato professore, io ho scritto un libro che domani presento a teatro. E tu dovrai guardarli silenziosamente, come un anonimo meraviglioso.» È una dichiarazione di principio che l’autore riprende parlando del proprio libro, quando osserva che «il giornalista tende a raccontare tutto, mentre il romanziere non deve raccontare quasi niente». Una consapevolezza che attraversa il testo, senza diventare una scelta formale.
Le figure secondarie del romanzo sono numerose e, in alcuni casi (o in molti, per alcuni) riconoscibili, come il Segretario di Stato vaticano Parolin. Tra tutte, però, emerge l’amico-monaco Fra Placido, il personaggio più riuscito, costruito per sottrazione. Alle sue scelte spirituali il testo dedica una manciata di righe lapidarie: «La mistica del silenzio. L’estetica dell’oscurità. La metafisica dell’azione». Tre sintagmi asciutti, quasi aforistici. È il momento in cui il testo rinuncia a spiegare e lascia che le parole abbiano il proprio peso.
La Roma del romanzo, invece, viene dettagliata per accumulo, per inserti e digressioni che non sempre trovano una direzione. Non la città storica, ma quella dei salotti, delle ville che schiudono le proprie porte solo per eventi esclusivi, dei locali notturni: uno spazio raccontato con un’energia descrittiva che diventa il baricentro del testo. La scena al Jackie ‘O è costruita con una precisione da cronaca mondana: «un luogo ultra-kitsch, con decor prevalentemente nero, meccanizzato sulle pareti da tocchi d’oro e da vari simboli del potere, disseminati per tutto il locale. Con divani in pelle e una strobosfera al centro della pista», esaltando la centralità del retroscena di nomi di clienti illustri del passato, Mastroianni, Gassman, Delon, e con tono ironico-satirico: «con il passare degli anni, il mito aveva lasciato lo spazio ai mitomani». È una Roma che richiama atmosfere che oscillano tra Dagospia e Paolo Sorrentino, all’interno delle quali il confine tra rappresentazione e realtà si fa poroso.
Il Medio Oriente, d’altra parte, entra nel libro più come spazio di attraversamento che come contesto pienamente decifrato. I luoghi si susseguono per denominazione, città, confini, scenari di crisi, ma non si sedimentano in una geografia riconoscibile. Più che ambienti, diventano tappe: attraversati rapidamente, lasciati sullo sfondo, ripresi altrove.
È la stessa logica di spostamento continuo proposta nel passaggio da un Paese all’altro, più suggerito che motivato, come se il movimento del protagonista precedesse sempre la necessità di radicarsi in un contesto.
Il risultato è una narrazione che si muove tra scenari di crisi e salotti romani senza che le due dimensioni arrivino a incontrarsi e, in modo simile, anche la tensione narrativa resta intermittente: si accende, si interrompe, riparte altrove.
Non è un caso, allora, che Daua, nome di un fiume reale, scelto da Sebastiano Caputo come metafora dell’esistenza, con un richiamo implicito a Siddhartha di Hermann Hesse, ritorni nel romanzo come immagine di questo movimento continuo.
Nel romanzo la parola ritorna a diverse latitudini senza mai definirsi fino in fondo, come un fiume che attraversa il testo più che spiegarlo: scorre, riemerge, cambia contesto senza mai fissarsi in un significato unico. È un’immagine di passaggio, il punto in cui una materia già densa entra nella narrativa e continua a scorrere, senza sedimentarsi del tutto. C’è una curiosità per il mondo e le sue esplorazioni, la capacità di stare in luoghi difficili senza trasformarli in cartolina, un’ironia che a tratti centra il bersaglio.
Ma il testo tende più ad affiancare che a organizzare, più a tenere insieme che a scegliere.
Ed è forse proprio qui il suo punto: una scrittura che usa la narrativa come spazio di esplorazione, prima ancora che di piena definizione.
Studia architettura, lavora tra comunicazione e scrittura. Scrive di libri, mostre e cultura visiva e, per colpa di Philip Roth, continua a preferire la lettura a ogni altra cosa.
