Leggo due romanzi a distanza di un giorno l’uno dall’altro, due buoni romanzi, molto interessanti. Sono di due scrittori nordamericani. Uno lo conoscevo e amavo già, Brian Panowich, autore del ciclo di Bull Mountain. Dell’altro non sapevo nulla, si chiama Silas House. Panowich è edito da NN editore e il romanzo in questione ha per titolo Nient’altro che ossa, traduzione di Matteo Camporesi e Serena Daniele. La storia scritta da House si intitola Il punto più a sud ed è pubblicata da Jimenez edizioni con la traduzione di Gianluca Testani. Sono due romanzi molto diversi pur presentando alcuni aspetti in comune. Due storie, e adesso vedremo come, che mi hanno ricordato di come sia la letteratura a spiegarci bene come va il mondo, a mostrarci i suoi cambiamenti e, all’opposto, perché invece in certi posti le cose non cambiano mai. Nessuno dei due autori parla di politica, cita un presidente, un senatore, o che ne so.
Eppure, solo raccontando di alcuni luoghi – e parliamo di zone specifiche della Georgia e del Tennessee – facendo muovere i personaggi, ci ricordano perché tantissimi americani non votano, perché votano per uno come Trump, perché sono razzisti, perché vivono come se il mondo non fosse andato avanti. Un conto è New York e un conto sono gli stati del Sud. Un conto sono le grandi città e un conto sono le distillerie illegali o le chiese battiste (o mettete qualunque variante di culto). I due romanzi li ho letti nel fine settimana in cui Biden si dimetteva e a pochi giorni di distanza da quando hano ferito Trump a un orecchio e ho pensato che nulla di questi due eventi (apparentemente) così importanti avrebbero variato di un millimetro il percorso di vita dei personaggi di Panowich e di House. E ora vediamole queste storie.
Lui aveva capito, ma non cambiava nulla. Era lei che non capiva. Si comportava come se vivesse in uno dei suoi dannati film. Ma Nails non aveva voglia di spiegarle quanto fosse stato stupido rapinare quel negozio. E perdere la macchina.
Bull Mountain è un posto grigio e cupo nel cuore della Georgia, vicino all’Alabama, al Tennessee, alla Carolina del Sud e alla Florida, così vicina quest’ultima, così diversa. Panowich in questo luogo ha ambientato tutti i suoi romanzi (editi tutti da NN), raccontando le vicende della famiglia Burroughs, cuore nero e dominante sul luogo e sulle persone, fatta eccezione per Clayton, il figlio diverso, che diventa sceriffo ed è uno degli attori principali di queste storie, lui e sua moglie Kate sono le forze del bene che si agitano nel fango, tra vendette, omicidi, scelte difficili, tradizioni familiari impossibili da estirpare. Clayton nasce dall’erba cattiva, ma ha il talento del fiore, ogni tanto il destino lo tira verso lo scuro da cui proviene, ma è abbastanza saldo per far sì che in qualche modo la ragione, l’onestà, la capacità di giudizio prevalgano. Non è facile, non lo sarà mai.
In Nient’altro che ossa, Panowich torna indietro nel tempo a quando Clayton e Kate sono ragazzi, quando ha inizio la loro storia, quando il conflitto tra Clayton e il padre Gareth raggiunge altri livelli di tensione, ma anche di comprensione. Gareth non capisce come Clayton possa essere diverso da lui e dagli altri figli, non riesce ad accettarlo, ma non dimentica mai – perfino nei momenti di disprezzo – che è suo figlio. Del resto, Clayton non smette mai di amare suo padre, riuscendo a rimanergli distante nelle intenzioni e nei fatti.
L’altro personaggio indimenticabile di questo romanzo è Nails, soprannome di Nelson, che da ragazzino bullizzato diventa uno degli scagnozzi di Gareth, uno dei più fidati. Per difendere una ragazza da un’aggressione – da qualche parte il cuore di Nails è rimasto puro – commette un omicidio, ci sono troppi testimoni e Burroughs lo costringe alla fuga in Florida. Nails troverà letteralmente la ragazza che ha salvato, Dallas, in auto e la porterà con sé. Ma Bull Mountain non ti lascia mai, nemmeno se vai più a sud che puoi, devi farci i conti. Tra personaggi stranissimi, i familiari di Dallas – che l’hanno rimossa come fosse morta – minacce, sparatorie e fughe, Nails sarà riportato indietro proprio da Clayton, perché il destino presenta il conto, e Nails deve pagarlo per provare a mettere a posto i suoi guasti. Tutto legato da una grandissima scrittura, dialoghi serrati e un innato senso del ritmo.
Certe sere pensa che il Tennessee sia solo un sogno che ha fatto una volta, con le colline verdi, le mucche che ruminano e le cicale che strillano nella notte calda.
Una gigantesca alluvione si abbatte in una zona del Tennessee, il fiume si ingrossa a vista d’occhio, ogni cosa – case, auto, animali, persone – viene travolta dall’acqua. Una piccola comunità ondeggia tra morte, disperazione e speranza. Questo è lo scenario da cui partono le vicende di Il punto più a sud di Silas House. Le persone si conoscono tutte, morti e vivi, qualcuno salva qualcun altro, altri non ce la fanno. Chi può fa avanti e indietro per controllare le case dei vicini, dei familiari. Alcune di queste case non ci sono più, pezzi di cose galleggiano nel fiume. Il protagonista del romanzo è Asher Sharp, un predicatore evangelico rigorosissimo e con lui la sua famiglia: il figlio piccolo e la moglie.
Tutto in questo luogo è basato su regole che paiono dettate direttamente dalla Bibbia, tutto è stabilito in chiesa, da lì si determina cosa sia giusto o sbagliato, come ci si debba comportare oppure no. L’alluvione cambia il corso delle cose. Una coppia di uomini gay che ha salvato una famiglia da morte certa, resta senza casa, Asher è disposto ad accoglierli, ma sua moglie dice che non si può, che non si può fare, che non è giusto, che la religione non lo ritiene appropriato. Asher comincia a dubitare delle cose che lui stesso ha affermato per molto tempo. Alle funzioni religiose cambierà il tono, ricorderà che la gentilezza è importante, che bisogna saper accogliere. La comunità e sua moglie gli daranno contro, lo faranno passare per matto. Da lì a poco ci sarà un divorzio, suo figlio gli verrà sottratto. Tutto precipiterà. Asher decide di portare via il bambino, in una fuga verso la Florida, dove si trova suo fratello Luke, che non vede da anni e contro il quale si era scagliato per il suo coming-out. Nella fuga disperata, destinata comunque a fallire prima o poi. Asher riconsidererà le sue scelte del passato, scoprirà grazie a nuovi incontri, al fratello ritrovato e alla straordinaria maturità del suo bambino altri modi di vedere le cose e l’amore. Forma e sostanza vanno insieme ma sono modulabili. La scrittura di House scorre fluida e la storia è coraggiosa, bella.
I due romanzi hanno al centro una fuga destinata a fallire, ma che al suo interno sviluppa energie e formula speranze. Sia in Panowich che in House il tema della famiglia e della piccola comunità governa i destini, così come la religione gioca un ruolo fondamentale, un ruolo colmo di ignoranza. In Nient’altro che ossa i genitori di Dallas non ne capiscono la diversità, è una persona che cambia sesso, e fanno come fosse morta. In Il punto più a sud la comunità evangelica, pur di aderire ai principi dettati dalla religione, spingerà fori dalla chiesa i due uomini che hanno salvato alcuni suoi membri e deriderà, allontanandolo, il pastore Sharp.
Ecco, due bei romanzi, e, ritornando all’inizio, due storie politiche dal profondo Sud degli Stati Uniti d’America, che – raccontandoci vicende in cui le conseguenze delle origini e delle scelte gravano su tutto – ci fanno anche un’analisi del voto (o del non voto) degli americani, di grandi fette della popolazione americana.
Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia.
Altre info qui:
https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

In questo blog scrivono:
“Considerazioni e parole anche radicali, quelle di Christian. Come se non vivessimo in un’epoca in cui tutti, dal presidente incaricato degli Stati Uniti fino all’ultimo degli opinionisti da talk show, per tacere della nostra classe politica, esprimono quotidianamente concetti sì violenti, anche estremamente violenti, incitamenti all’odio.”
Per difendere Raimo.
Poi ti ritrovi con le manipolazioni verbali:
” I due romanzi li ho letti nel fine settimana in cui Biden si dimetteva e a pochi giorni di distanza da quando hano ferito Trump a un orecchio e ho pensato che nulla di questi due eventi (apparentemente) così importanti avrebbero variato di un millimetro il percorso di vita dei personaggi di Panowich e di House.”
Hanno ferito Trump ad un orecchio?
Difficile scrivere che era un attentato? Che hanno cercato di assassinarlo e ci sono andati vicini?
Difficile farlo perché in questo blog Trump è uno dei nemici.
Lo stesso blog che difende le parole violente di Raimo giustificandolo perché lo fanno anche altri (quando la destra fa lo stesso i Raimo levano accuse acide).
Perché se Trump si esprime in modo violento, Raimo dicendo:
“Proteggiamo la scuola da Valditara”.
«cialtrone, lurido, repressivo e pericoloso».
«Valditara è un bersaglio da colpire come si colpisce la Morte nera di Star wars».
Non viene criticato dai suoi amici del blog ma anzi chiedo di aiutarlo con una raccolta fondi?
Eh sì proprio uguale…
“quando la destra fa lo stesso i Raimo” quindi non parli da destra, giusto, dobbiamo essere superiori a queste cose, non fai un equivalenza.
Però il paradosso della tolleranza, non cascarci, questo che tu sei uguale e peggio o come loro perchè ipocrita, dovresti essere migliore, etc, questa retorica è quella per cui reagire ad un pugno è lo stesso che sferrarlo per primi (lo so qualcuno dirà “e allora israele fa bene? Ok” ma spero sia evidente perchè no), e “la superiorità morale della sinistra”, nel criticare, non dico la destra, non chiamiamola così perchè una identità a cui ci si affeziona da ragazzi, destra e sinistra, a volte come squadre di calcio e quindi c’è l’equivoco che sono uguali, no, semmai sono patenti inutilmente divisive, anche se una tensione e incomprensione c’è, ma spesso nel merito gli attuali votanti a destra sono a “sinistra” su quasi tutti i temi, basta che non sappiano che è sinistra. Quindi, cosa volevo dire, ok, l’ipocrisia, il complesso di superiorità morale, dicevo, ma è un accusa rivolta a chi si sente superiore a chi, qualunque direzione relativa voglia attribuirsi, fonda la propria identità su gerarchie e superiorità, basate su fattori incontrollabili e attribuisce pregiudizi a gruppi etc. e se si è riusciti a dare l’idea che oggi i perseguitati siano i bianchi, gli uomini, etc. è solo una grande opera di concern trolling, con qualche fondamento di verità, per un progressismo in parte cooptato da dei media patinati, ma sinceramente, il politicamente corretto, basta farselo rubare dai reazionari, il progressismo ha combattuto proprio contro il politicamente corretto e contro principi aprioristici di superiorità morale e intellettiva, sessuale e razziale ed economica.