«Io non l’ho visto, ma è come se l’avessi visto, perché la scena continua a trapanarmi il cervello e non mi lascia dormire».
Il senso di perdita, l’abbandono, la dimensione del lutto, la solitudine, il sentirsi minori e in minoranza, l’emigrazione, le città perdute, le città odiate, il razzismo, il femminismo, l’amore, la memoria, l’ossessione, immagini che non si riescono a togliere dalla mente, dal cuore. Dopo un lutto, dopo che tuo fratello si suicida cosa rimane? Tra le altre cose, rimane la cenere in bocca, qualcosa di troppo denso da mandare giù, qualcosa che dura molto più del fuoco, che non si spegne, anche senza fare fumo, qualcosa come un dolore, una specie di rimpianto, qualcosa che puoi masticare a lungo e che non puoi digerire. Cenere in bocca, questo è il titolo del nuovo romanzo della scrittrice messicana Brenda Navarro (La nuova frontiera, 2023, traduzione di Gina Maneri), che segue il già bello e apprezzato Case Vuote (Perrone, 2019 traduzione di Carlotta Ausilio).
Navarro si misura con i grandi temi, la maternità in Case vuote, il lutto e l’abbandono (ma c’è molto altro) in Cenere in bocca, lo fa però con uno stile molto riconoscibile e una capacità di sguardo che prova andare oltre gli schemi prestabiliti, e ci riesce. Lo fa attraverso il ritmo, con i flashback, con i dialoghi inseriti all’interno della narrazione, senza che vengano separati da virgolette, trattini, o quello che ci pare. Lo fa perché di una storia guarda il tappeto, il sotto, e il retro. Lo sapete quanta della polvere nascosta lì sotto non resta sul pavimento e si attacca al tessuto? Quasi come fosse colla, quasi fosse cenere.
Eccoci lì entrambi, a guardarci senza dire niente, un perfetto esempio di perdita di tempo come se il tempo che avevano passato ad avere cura di noi le nostre madri, o le nostre nonne, sua nonna, che abitava vicino alla stazione degli autobus dove i genitori passavano a prendere lui e suo fratello gemello fosse stato un pessimo investimento in umanità.
La protagonista ha un’immagine che non riesce a eliminare, sta là, giorno dopo giorno, non va mai via. È un frame di sei secondi, un corpo che cade e si schianta al suolo, è un’immagine che fa tutto il rumore del mondo. È l’immagine del suicidio di suo fratello Diego, che si è buttato dal quinto piano. L’unico modo per raccontare questa storia – che è una vicenda familiare, ma soprattutto uno sguardo sul nostro tempo, sull’America Latina e sui fenomeni dell’immigrazione – per la protagonista è andare all’indietro, mettersi gli occhi sulla schiena e andare fino all’infanzia in Messico vissuta con i nonni, intanto che la madre tentava di guadagnarsi da vivere in Spagna, il destino di tante.
Da bambina, la nostra narratrice, si prendeva cura del fratellino Diego, ed è lei che lo tiene d’occhio, anche dopo, anche quando si trasferiranno a Madrid. La capitale spagnola non sembrerà mai accogliente, non la capiranno, non li capirà. La separazione, con lei che si trasferisce e lui che resta a Madrid, il luogo odiato. E poi la giravolta, con gli occhi di nuovo sulla faccia per il ritorno in Messico, che è molto cambiato, e non è più quello dei ricordi. Messico che è diventato più duro, più violento, o forse si comincia a sentire il peso degli anni. Questa è una parte della trama, ma la trama poi cos’è? È davvero ciò che ha immaginato la scrittrice o è il posto in cui i fili immaginari della lettrice e del lettore cominciano a tessersi?
Ho letto in internet che le ceneri dei morti non sono tossiche e che in linea di massima non sono altro che cellulosa, sali di calcio e di potassio, carbonati e fosfati.
Questo piccolo libro è un romanzo molto riuscito sulla separazione, sulle cicatrici che lascia l’abbandono, sullo smarrimento, su come è facile sentirsi perduti, più volte nella stessa giornata. Navarro non ha paura di affrontare tematiche dolorose, il lutto, certo, ma il lutto è un pretesto, è la scintilla personale che permette a chi narra di parlare di dolori più grandi, collettivi, che fioriscono grazie alle disuguaglianze sociali, al sentirsi strappati via dalle case, dalle terre d’origine. Dolori che emergono dal terreno che ti manca sotto i piedi, quando sei dall’altra parte del mondo e devi reinventarti senza famiglia, senza radici, senza nessuno.
La nuova letteratura dell’America Latina ci sta fornendo una serie di autrici e autori molto interessanti che conoscono la tradizione ma che coltivano un proprio stile e ci regalano frammenti interessanti del nostro tempo raccontati in modi nuovi e diversi. Brenda Navarro è una di loro, ed è molto brava.
Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia.
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