“Un giorno, in una famiglia, nacque un figlio inadatto”.

L’incipit di Adattarsi di Clara Dupont-Monod (trad. Tommaso Gurrieri, Edizioni Clichy) catapulta il lettore in uno spazio dall’incanto tetro dove si spengono istanze e speranze in un presente cristallizzato. Una corte di un borgo sperduto che guarda la montagna è il teatro entro cui portare in scena il dramma privato di una famiglia. Lontano dall’immagine di una rassicurante consuetudine, la casa è luogo di frustrazione e annichilimento per la scoperta della malattia del figlio minore, una malformazione genetica che impedisce al cervello di trasmettere stimoli. Il passo favolistico è reso dall’assenza di precisi riferimenti temporali e spaziali, dall’adozione della prospettiva delle pietre rossastre della corte come voce narrante e dalla scelta emblematica di lasciare nell’anonimato personaggi che finiscono per fondersi con il loro ruolo e annientarsi. Sfilano così sulla pagina “la madre”, “il padre”, “il maggiore”, “la minore”, “il bambino”, “l’ultimo”, ammantati da un’aura che li rende eroi che lambiscono quotidianamente la catastrofe, accomunati da una coscienza anteriore alla loro stessa esistenza.

Il romanzo è strutturato in tre parti in cui prende forma l’elaborazione di un dolore esplorato da punti di vista diversi per analizzare i modi di conformarsi a un ordinario scandito dalla cura. L’autrice assegna una misura esatta allo strazio, racconta il graduale disfacimento di ogni anelito per l’avvenire vissuto da chi trascorre i giorni macerandosi in silenzio. In tale condizione estrema senza rimedio si assiste al logoramento di genitori costretti a sottostare a crudeltà e vane fatiche burocratiche, mentre si consolida la dedizione assoluta sviluppata dal fratello maggiore e si acuisce il rifiuto da parte della minore, che preferirà fingere che quel bambino non esista.

I valori protestanti che tengono saldo quel nucleo si basano sul mantra ossessivo della lealtà, della resistenza e del pudore, concetti su cui provare ad aggrapparsi nella disperata solitudine che accomuna ogni storia.

Con Adattarsi Dupont-Monod compone una parabola sulla perdita, un romanzo dall’incedere epico, favorito dalla costruzione di un paesaggio che traduce i turbamenti interiori dei protagonisti deformando i contorni di un luogo al contempo accogliente e estraneo. Ogni figura si rende custode di una memoria antica, un sapere originario che permette di concepire il doloroso presente come un insieme frantumato di esperienze condivise.

L’autrice compie un’esplorazione sensibile per calarsi nel mondo di un bambino non vedente, immobilizzato a letto e incapace di esprimersi, dotato però di un udito che gli permette di assegnare una corrispondenza sonora a ogni volto e emozione. Aspetto assorbito unicamente dal maggiore, che impara a immedesimarsi in lui per entrare in quella straordinaria sensibilità che gli concede di cogliere un brusio lontano, l’improvviso cambio della temperatura, il fruscio di un pioppo, “lo spessore di un istante carico d’angoscia e pieno di gioia”.

Dupont-Monod si interroga attraverso i suoi personaggi sulle possibilità del linguaggio, anche nell’immaginare di concepire una dimensione temporale che non aderisce alla realtà.

A contatto con lui, il maggiore imparò il tempo vuoto, l’immobile pienezza delle ore.

L’atemporalità è centrale nell’opera, perché traduce i processi mentali alla base dell’elaborazione di un adattamento all’insostenibile: uno strumento per raccontare il significato del ritorno impossibile reso nel confronto col ricordo di un tempo doloroso ma al contempo rassicurante, perché rifugge la ben più dolorosa prospettiva del distacco. Il tempo è anche il soggetto in grado di erodere uno strazio e rinvigorirlo, generando continuamente nuove prove di sopravvivenza al lutto, inteso in senso più ampio come espropriazione di un luogo interiore.

Il bambino distruggeva in silenzio. Ostentava una sovrana indifferenza. E lei scopriva che l’innocenza può essere crudele. Comparava il bambino a un calore che, con pazienza, colpisce i terreni e li secca, devastazione in uno statico furore.

Dupont-Monod compone storie dominate dagli esperimenti sul modo di abitare il tempo attraverso la cronaca delle intermittenze emotive che sollevano domande sulla fine, sul peso della memoria, sul significato del generare la vita. Una lucida indagine fisica che trova nella malattia il mezzo per scoperchiare vulnerabilità e incertezze e porre ogni figura a confronto con le proprie paure. Riporta alle parole di Susan Sontag che nel saggio Malattia come metafora ispeziona la malattia come lato notturno della vita. In Adattarsi è l’esperienza del dolore a favorire la possibilità di ridisegnare l’ordinario e adottare quella che Sontag definì una “una cittadinanza più gravosa”.

Attraverso l’esplorazione di un’infermità senza rimedio nella greve eredità lasciata a chi resta, l’autrice tratteggia un potente affresco sulla “grande terra di nessuno dei margini”, compie un affondo sul pregiudizio e la compassione, sul disagio degli estranei, sul silenzio dei parenti, sulla vergogna e sul senso di colpa capaci di tracciare “un’invisibile e immensa frontiera con loro, forti della loro efficiente normalità. Loro che sono la sguaiata fierezza delle famiglie, esseri di cavalcate e schiamazzi, raggianti di vita, ignari dei corpi amorfi e dei palati cavi, loro che escono dalle macchine senza aver bisogno di essere estratti da seggiolini speciali, che vivono il dispiacere misero di un universo che vacilla per un brutto voto, loro sono il sorriso di insostenibile leggerezza o perfino di pietà che rende quasi preferibile il disgusto”.

L’epilogo è rappresentato dalla prospettiva dell’ultimo, arrivato in famiglia dopo anni di tensioni e tormenti, che rappresenta la salvezza nel sovrapporsi alla mancanza, nel colmare vuoti, nell’aderire in silenzio a una visione precedente alla sua stessa nascita attraverso una privata complicità sulle corrispondenze segrete della natura.

I colori della montagna facevano nascere in lui poesie senza senso. La luce si trasformava in urlo. Alle otto di sera in estate era così ardente, così viva, che doveva tapparsi le orecchie. L’ombra era un’aria di violoncello. E i profumi, quei dannati profumi capaci di resuscitare canti arcani.

Dupont-Monod scruta “il funambolismo dei perseguitati”, scandaglia la tensione all’annullamento di ogni emozione e di ogni memoria, la negazione di legami affettivi futuri come forma di difesa in soggetti traumatizzati. Indaga il significato della repulsione come difesa dal dolore sviluppata in individui che sperimentano nella crescita il confronto con una vulnerabilità oscura, il furore delle ribellioni mute, la durezza come forza dell’urgenza per arginare il franare dei rapporti famigliari.

La prosa icastica semina richiami continui all’interno del testo, come l’arancia che attesta la dolorosa rivelazione della malattia, il cane smarrito emblema della fragilità estrema nella sua posa disarticolata e sfatta dal caldo, il millepiedi a palla cercato avidamente sotto le pietre come simbolo dell’euforia della scoperta, lo yo-yo come immagine delle innumerevoli volte in cui si cade e ci si può rialzare, il rumore delle cascate e “l’immobile riardere delle piante” come prova di una nuova normalità.

Nel muoversi tra le rovine lasciate dal dramma, Dupont-Monod consegna il racconto di un esilio nei tentativi di adattamento a una sorte che impone uno sradicamento dal noto per accogliere un tempo nuovo in cui tessere i giorni “a forma di cicatrice” con sulle spalle il peso della rinascita.

 

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Autore

a.pisu@minima.it

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all'Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.

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