In una società in cui siamo costantemente portati a migliorarci, a mangiare cibo sano, a stare attenti agli sprechi, ad andare in terapia, ad essere inclusivi e a condurre una vita in cui siamo “la versione migliore di noi stessi”, il romanzo Crisalide di Anna Metcalfe edito da NN Editore, cade a pennello.

In questo libro viene raccontata la storia – o almeno parte della storia – di una donna di cui non conosciamo il nome. Attraverso tre punti di vista diversi, quelli di Elliot, Bella e Susie, entriamo in punta di piedi nel mondo di questa giovane donna. Nessuno dei tre, ci rivela il suo nome, nemmeno sua madre Bella. Gli elementi di cui veniamo a conoscenza sono incerti, fragili, difficili da mandare giù. La nostra protagonista detesta il suo nome, vuole che la madre la chiami “figlia, ragazza”. Ha degli attacchi di panico, trema come una foglia, il suo corpo sembra in preda a qualcosa di troppo intenso per lei, non riesce a gestirlo. Ed è proprio questa impossibilità di gestire sé stessa, che porta la nostra protagonista a svolgere dei cambiamenti per rivoluzionare il proprio corpo e la propria mente.

Frequenta la palestra in modo ossessivo, non per perdere peso, bensì per diventare più forte, solida. La sua non è determinazione, ma devozione. Per questo motivo in palestra viene notata da Elliot, un giovane freelancer che conduce una vita solitaria. Ma Elliot, come la madre Bella e l’amica e collega Susie, sarà soltanto un cameo nella sua vita, una parentesi. Lei si sta preparando a qualcosa di molto specifico, che non include altre persone. Vuole isolarsi completamente, occupare lo spazio, riprendersi ciò che è suo ma che è sempre sembrato di qualcun altro: il suo corpo, il suo spirito.

Così diventa più forte, fa meditazione, respiri profondi, trascorre ore in silenzio, mangia senza timore, si allena; è affascinante e impenetrabile per quelle poche persone che riescono temporaneamente ad avvicinarsi a lei. Prima della sua scomparsa, prima dell’inizio di una nuova vita.

Non è una donna semplice da interpretare. Sembra sempre vagamente distaccata dagli altri, dalla realtà. Si lega e non si lega veramente a nessuno, mentre le persone intorno a lei si convincono di avere un grande rapporto d’amore e d’affetto con lei, un rapporto condiviso. Ma lei non dimostra di provare lo stesso, e forse piace proprio per questo.

Quando raggiunge il culmine della sua forza e inizia ad attuare il suo piano di profonda solitudine, lo fa condividendo l’esperienza online. Video che la ritraggono durante la meditazione inondano internet e travolgono una fetta di persone ben precisa. L’impatto di questi video, di questi contenuti online, di questo benessere sussurrato 24 ore su 24, la necessità – o quasi il dovere – di rifugiarsi in un posto lontano da tutti per stare da soli, per sempre, prende presto una piega dark.

La gente la ama, comprende i suoi discorsi, vuole replicare i suoi movimenti precisi, ma soprattutto vuole replicare la sua vita. Ed è così, che la community che ti segue, supera il limite.

È facile perdersi su internet. L’altro giorno sono stata senza internet in casa e senza giga. Non potevo inviare o ricevere messaggi, non potevo scrollare su Twitter tutto il tempo, non potevo usare Pinterest come una compressa di melatonina prima di dormire perché mi aiuta a calmarmi. Non potevo guardare centinaia di reels su Instagram: la giornata tipo di una giovane mamma di 22 anni che ha due gemelli, ragazze ironiche che si prendono in giro da sole, giri nei thrift stores, ricette che ripongo negli elementi salvati del mio profilo ma che probabilmente non cucinerò mai. La mia routine su internet si era spenta per un giorno, ed è stata una delle cose migliori che potessero capitarmi questa settimana. Tutti conosciamo i rischi e le problematiche intorno ai social media, sappiamo quanto fa male fissare uno schermo per ore, sappiamo che c’è troppa pubblicità ovunque piazziamo gli occhi. Siamo cresciuti con il mantra “mai fidarsi degli sconosciuti” e poi siamo diventati i fan numero uno degli sconosciuti. Ci fidiamo degli sconosciuti che ci dicono cosa dovremmo assolutamente comprare su Amazon. Chiediamo consiglio agli sconosciuti che seguiamo su Instagram, riguardo alla nostra vita amorosa, il rapporto coi nostri genitori, il lavoro, gli chiediamo se dovremmo partire per un viaggio oppure no.

Gli sconosciuti sono diventati i nostri finti migliori amici. Ci dicono cosa mangiare, cosa gettare nella spazzatura, che vestiti indossare, dove andare in vacanza, quali allenamenti seguire, chi amare, chi odiare. Il fenomeno che parte in Crisalide, è estremamente credibile, reale. La domanda che sorge spontanea non è “perché ascoltare questa donna?” la domanda è “perché non l’abbiamo ascoltata finora?”.

Poco importa che lei non sia un’esperta, una studiosa di ciò che predica, siamo abituati a questo, si può essere esperti semplicemente vivendo. Questa donna, tra le pagine di questo romanzo, non sappiamo mai se stia dicendo la verità. Non siamo sicuri di quale sia la sua storia, proprio come Elliot, Bella e Susie, non la conosciamo mai davvero. Ma ascoltare le loro testimonianze, gli aneddoti, i ricordi che custodiscono, è un’esperienza elettrizzante: potrebbe farci bene, oppure potrebbe farci molto male. Vale la pena rischiare.

 

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

dshimanga@tin.it

Denise Tshimanga è nata a Roma nel 1996 ma ha vissuto in giro per l’Italia. Ha studiato scrittura creativa e storytelling alla scuola Mohole e ha fatto un master in giornalismo culturale alla Treccani Accademia. Scrive di libri per minima&moralia, è un editor freelance, i suoi articoli vengono pubblicati su diversi online magazine dal 2017 e ha creato lo spazio @medusa.racconti.

Articoli correlati