Si sta su un confine, a quanto pare, il più sottile possibile, il più vasto – e esteso e oscuro – immaginabile; si trema alla ricerca della frontiera, si trema ancora di più una volta che la si è trovata. La si vorrebbe valicare ma è difficile, ciò che ci lasciamo alle spalle ancora ci scuote, ciò che potremmo trovare ci spaventa e non è detto che ci salvi. Questo confine, valico, passaggio sta tra la vita e la morte, tra l’angoscia e lo spavento, tra realtà e illusione, tra fede e logica, tra verità e menzogna. Il confine lo si attraversa con le carezze, con la sofferenza, con il linguaggio. Ogni cosa è linguaggio, ed è il linguaggio che in qualche modo (prima o dopo) ci viene a salvare. Lo sa bene Andrea Donaera che fa ondeggiare il suo secondo (molto riuscito) romanzo, Lei che non tocca terra (NN editore. 2021), con il movimento e il ritmo che fanno le persone, che fa la lingua, perciò questo libro un po’ suona: un po’ melodia, un po’ heavy metal, un po’ liturgia, un po’ eco di taranta arrabbiata. Donaera scrive poi, e questa è la grande verità, una storia d’amore e dolore.
Scappi da ogni versione di te stessa, da sempre.
Il luogo dove la vicenda si svolge è Gallipoli, che è distante da quel posto incantevole che visitiamo d’estate, andando in cerca di pietre antiche, bastioni, pesce fresco e tramonti che non potremo dimenticare; Gallipoli è un posto di merda, così lo chiamano i protagonisti, che sono giovani e come tali imparano prima degli altri che nascere in certi luoghi del sud è una gabbia, spesso è una merda. Ma non si tratta solo di questo, si legge una cupezza ancestrale, un’oscurità che risucchia, come se quella parte della Puglia fosse più ombra che luce, fosse mistero pauroso prima del sole che brilla sul mare, Donaera lo aveva già evidenziato benissimo nel suo primo (e molto fortunato) romanzo Io sono la bestia (edito sempre da NN), solo che ha capito, o forse lo ha sempre saputo, che l’oscurità ha molte facce, che la violenza, il baratro sono dietro ogni casa bianca, ogni campagna sperduta, ogni coltivazione di ulivi abbandonata, ma insieme si celano qualche volta l’amore, una strana forma di speranza. Le porte non si aprono, si spaccano, si tolgono i chiodi arrugginiti e si esce, la luce entra.
Lo so che non sai moltissime cose di me, e so pure che può essere che non ci riuscirò mai a dirtele, certe cose di me. Di mio padre, per esempio: mica ce la faccio io, a parlare di lui. Mai, con nessuno. Nemmeno con me stesso. Perché quando uno muore come è morto lui succede che tutti quelli che lo conoscevano bene iniziano a vivere come superstiti.
Miriam e Andrea si conoscono da poco, ma quel poco è bastato affinché Andrea si innamorasse perdutamente di lei, è bastato a far sì che anche Miriam provasse qualcosa per questo strano ragazzo, che mente per imbarazzo, per vergogna, per ansia. Miriam finisce in coma dopo un incidente, i medici dicono che ascoltare le voci delle persone care potrebbe aiutarla a ritornare indietro. Indietro da dove? Perché anche Miriam parla da quello scenario fatto di incubo e sogno, parla in corsivo, da lontano e alterna la sua voce, a quella di Andrea, di Gabry l’amica che vive a Bologna, di Mara e Lucio i genitori. C’è poi Nanni, un santone, un mago, un folle, un uomo venerato, che si occupa di esorcismi, che sostiene che in Miriam viva il demonio, che domina Andrea controllandogli le debolezze, calmandogli le paure sostituendole con altre, C’è un tamburello che quando suona evoca più incubi che il Dio di cui Nanni si dice emissario, profeta, o quello che ci pare.
Tu sei ancora viva, sei ancora qui.
Le voci si alternano nell’arco di sette giorni e il passato viene fuori a brandelli, a morsi, e allarma, tutto è accompagnato da un dolore che pare aver preso possesso delle case, e non vuole andarsene. In questo coro Miriam e Andrea emergono, come se entrambi si sollevassero dal letto dove la ragazza giace, e abitati dai versi dei poeti che lei ama salissero a un livello superiore, per arrivare a un chiarore, a una fuga, a un qualche tipo di risveglio, all’inizio di una storia d’amore.
Un bel libro ‘sto libro (come direbbe il protagonista), a volte abbiamo bisogno di storie e di leggere le vite dei ragazzi, di leggerne le problematiche, i tentativi di fuga, e poi abbiamo bisogno di continuare a visitare il Salento lontano dalle spiagge, ma quello delle case abbandonate verso l’interno, che ho osservato a lungo quest’estate guidando per ogni strada nascosta di quella terra che incanta e inquieta.
Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia.
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https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

Dire che la recensione è bella senza aver letto il libro è quasi stupido, diciamo che mette voglia di leggerlo.