Tutto porta a niente, recita il titolo di un racconto di Martin Michael Driessen, che individua in un attore alcolizzato la figura in grado di porsi in sintonia col canto polifonico dell’acqua nel suo viaggio verso un irrevocabile accordo finale.

Sono passi alla volta del nulla quelli attraverso cui Francesco Permunian si inerpica nel vuoto, nel vano tentativo di acquietare gli assilli, le voci dei morti e i tormenti dell’infanzia. Il suo ultimo libro Il rapido lembo del ridicolo, Italo Svevo editore, è un mosaico di appunti, pensieri, prose poetiche, immagini che riemergono dalle onde del Garda – la seconda patria dell’autore dopo il Polesine – che concorrono a comporre un personale zibaldone. Pagine che il poeta gioca a scomporre e riscrivere per sovrapporre ai tormenti noti le ossessioni che oggi rivelano il “senso oscuro di una ordinaria necessità”.

La struttura dell’opera richiama alcune delle grandi tematiche che caratterizzano l’intera produzione poetica e in prosa di Permunian: la riflessione sulla vacuità dell’esistenza, il significato della fede e le sue impalcature, il contraffatto che si lega all’immagine della giovinezza, il suo spegnersi come le stagioni.

La scelta di calarsi nel dramma per allestire il reale con un’amplificazione grottesca e caricaturale dei deliri quotidiani confusi con i sogni, colloca la scrittura sul filo tra approdo e partenza, orrore e disperazione. Sono scorci fulminei su una realtà dai contorni offuscati le allucinazioni che appaiono nella pagina, da leggere scorgendo nel gusto per il farsesco il mezzo di un autore irregolare per dominare le tenebre della solitudine. La necessità di riscrivere continuamente il passato traccia un’indagine sulla natura umana, dalla comune incapacità di rapportarsi alla tragedia ai tentativi di mascherare l’orrore. Riecheggiano gli interrogativi sulla deviazione dell’amore, sulla centralità della morte nel concepire la propria direzione, sulla fede intesa come abbaglio, anzitutto verso Dio, “il gran capocomico”.

Un’opera venata da un’aspra denuncia politica, con una sezione a parte – Settore cattolico – che traduce le storie, le confessioni, le improvvise annunciazioni e le ipocrisie narrate in un’invettiva contro l’ambiente ecclesiastico e contro una società corrotta.

Ho l’anima anticlericale e un cuore da monaco”, è quanto Renard annota nel suo Diario il 24 gennaio del 1905. Ed è esattamente quanto, in fondo, io penso di me stesso.

L’ironia dissacrante non si riduce alla mera irriverenza, ma affonda sul significato della fede facendo proprie le parole di Sergio Quinzio quando, rivolgendosi in una lettera del 1984 a Guido Ceronetti, parla di “un’utopia allucinata e delusa”.

Un cocente senso di smarrimento, privato ma al contempo collettivo, si lega a un’idea effimera di patria e cela, tra continue incursioni fuori tempo, l’impossibilità di appartenere realmente a un luogo, nella perenne condanna a consumare l’esistenza senza riscatto e senza riparo.

È in me infatti un luogo deserto e inospitale, che sta tra il buio e la luce. Tra il giorno e la notte. Una terra di mezzo che, mi piaccia o no, è sempre stata la mia unica patria. La mia sola dimora.

Una prosa densa di simbologie, retta sul costante inganno del reale con un passo epico marcato dalla raffigurazione fisica dell’attesa, la tensione alla morte, l’incapacità di riconoscere il senso del vivere, con ambientazioni sfocate entro cui si muovono figure dominate dalla rinuncia. Il modo di raffigurare i ricordi che giacciono in fondo alla memoria come “calchi penosi di tragedie d’altri tempi” che “s’aggirano queruli e smarriti tra i meandri del presente”, descrive l’angoscia di una sovrapposizione impossibile.

A distinguere Il rapido lembo del ridicolo sono le incursioni memoriali – con influenze che tradiscono riferimenti letterari primari da Witold Gombrowicz, Thomas Bernhard, Juan Rulfo, Bruno Schulz, Antonio Lobo Antunes, a Eugène Ionesco e Emil Cioran, oltre a Tommaso Landolfi e Giorgio Manganelli – con visioni fantastiche di rara intensità. La prosa febbrile celebra la contaminazione, resa a partire dalla scelta linguistica, ma evidente in egual misura nell’impianto formale e stilistico, con costanti contrapposizioni tra passato e presente, speranza e disillusione, mito e fine.

Che si tratti di luoghi, uomini, creature mostruose o fantasmi che infestano i pensieri dell’io monologante, ogni immagine incarna un feroce dualismo caravaggesco, in grado di contemplare armonicamente l’innocenza e la corruzione, la morbidezza candida di un corpo e l’orrore di una violenza efferata. Sono i dettagli all’apparenza minimi a definire gli aneliti di persone dalla vita ordinaria stravolta dall’assurdo, con toni dall’apparente levità che celano il ritratto impietoso dell’inettitudine dell’individuo, l’incapacità di confrontarsi con la morte. I derelitti che popolano le pagine di Permunian restano furiosamente aggrappati a vane convinzioni, enfatizzate dagli improvvisi slanci presto spenti dal confronto con la realtà.

Il passo della prosa si regge sull’impossibilità di una conclusione nel tempo cristallizzato di un’attesa perenne ma è nello spazio riservato al verso che si palesa una tensione irrisolta per l’essere umano, reso nella miseria che ne caratterizza contraddizioni e paure. Tutto subisce una deformazione, con l’apice nel contrasto tra il modo del protagonista di indossare una trasfigurazione e l’ipocrisia del ruolo che dovrebbe ricoprire, tra bestie da circo, cannibali stregati votati al mainstream, anziane signore ossessionate da elisir di eterna giovinezza, e suore chiuse in un convento-manicomio che passano il tempo tra preghiere e bestemmie.

In tal senso ogni pagina è vergata da furenti attacchi con accenti derisori contro tendenze e convenzioni. Un’impietosa denuncia che sovverte stereotipi e luoghi comuni e che considera l’ambito intellettuale come prisma attraverso cui osservare la deriva sociale e morale dell’essere umano. Stridono, in un contesto simile, le parole di Giorgio Manganelli a proposito della necessità, nella scrittura, di “saper oscillare fino sull’orlo del tragico e distrarsene in tempo per conseguire il rapido lembo del ridicolo – o del risibile”.

Ogni capitolo, da Patrie a Santi e manichini – allestisce lo stesso dramma reso nelle sue infinite variazioni. A dominare sono gli interrogativi sull’eredità del dolore, l’amara consapevolezza della perdita, gli antidoti vani contro l’angoscia dell’ignoto e l’oblio come destino condiviso. La stessa raffigurazione del buio, grande costante dell’intera opera, assume fattezze fisiche, come una creatura viva e deforme. Storie che paiono riemergere dalle tenebre per narrare un dolore privo di redenzione e sollevare costanti interrogativi sulla coscienza del castigo davanti a una colpa collettiva.

L’esito comico enfatizza il dramma insito in ogni verso, e concorre a identificare il tempo della narrazione (il crepuscolo) e una stagione (l’autunno della memoria) per poi risolversi alla fine con un’alba in grado di illuminare appena le pagine di un diario scritto “con le unghie e con il sangue”.

A rendere unitario il discorso per frammenti composto da Permunian l’elogio dell’imperfezione attraverso una cura estrema riservata alla parola. Diventa quest’ultima la sola depositaria di una necessità di definirsi nel vuoto osservato con paradossale distacco. La lingua violata diventa l’emblema di una perdita di cui la collettività sembra essere inconsapevole, distratta da inutili affanni.
“In quel paese – il paese del tuo esilio – per chiamarsi schiamazzano. Laggiù la lingua si è corrotta a tal punto, amica mia, che anche l’urlo o il pianto non comunicano più nulla. Si è ricorsi perciò allo schiamazzo collettivo. Alla babele linguistica. Ma come potrò io trovarti chiamandoti per nome dentro una simile bolgia?”

La costante tensione alla contrapposizione sottende intermittenze emotive vissute dalla voce narrante. Sono gli impulsi contraddittori a spingere chi osserva la propria desolazione ad ancorarsi a radici che diventano la prigione del presente. Un viaggio infernale che costeggia perennemente il baratro per collocarsi sul confine tra un quotidiano deturpato dall’orrore e le guaste atmosfere incantate di un mondo immaginario tra “ombre raminghe che vagano nell’aria”.

Non pare esserci confine tra i recessi oscuri e ignoti dell’uomo e la personificazione di ossessioni che assumono di volta in volta sembianze diverse, palesandosi nei latrati di cani randagi in riva al fiume, nelle risate di una iena, o nei caroselli di curiosi insetti vestiti da clown.

Se un orto infestato di erbacce narra l’assenza di rinnovamento sia dell’individuo che della collettività, l’indugio nei dettagli minimi con una prosa attenta alla raffigurazione mimetica e al contempo metaforica del reale annuncia l’intento di fornire una ulteriore connotazione alla perdita delle illusioni.

Recitava una quotidiana parodia di sé stesso per difendersi dai suoi stessi fantasmi. Ciò nonostante, rimase intatta in lui la forza di continuare a sghignazzare.
Fu la sua ancora di salvezza.

 

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Autore

a.pisu@minima.it

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all'Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.

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