Da oggi, con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi proporrà la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.
“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.
Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra.
- PRELUDIO
Luca guidava. La strada saliva e lui, di tanto in tanto, approfittava degli squarci offerti dalla fitta vegetazione alpina per sbirciare giù a valle. La città vista da lì sembrava una base spaziale, con le sue lucine fluorescenti che scintillavano in mezzo al buio delle montagne. Mentre il freddo irrigidiva ogni cosa, la macchina scassata arrancava su per la montagna.
Base spaziale di A/0-Sta. Nella sua mente la trama era chiara e scorreva pulita. In un prossimo futuro, il protagonista cercava il modo per ripopolare la remota stazione di rifornimento in cui era costretto a vivere. Abbandonata anche dai più infimi vagabondi della Via Lattea, A/0-Sta non era che un ammasso informe di stamberghe per viaggiatori cosmici, bordelli per puttanieri d’ogni galassia, rifugi per latitanti, reietti e spacciatori provenienti da ogni pianeta. Ma la storia non reggeva, Luca se ne rendeva conto. Perché qualcuno avrebbe dovuto voler tornare a mettere radici proprio lì? Eppure, Luca aveva la sensazione di viverlo sulla pelle, quel film, fotogramma per fotogramma.
“I’ll find somewhere where they don’t care who I am”. Neil Young rimbalzava tra i vetri sottili dell’auto. Una lama di freddo si insinuava dai finestrini, ricacciata indietro dallo sbuffo caldo del condizionatore, che con il suo puzzo di stantio faceva tossicchiare Luca tra un tiro e l’altro della sua cannetta. Come lo capiva, Neil Young. Ritirarsi nell’anonimato, essere per una volta un perfetto sconosciuto, reinventarsi radicalmente. Riscrivere la propria storia da capo, senza maschere, senza pregiudizi e senza preconcetti.Da quando era tornato nella sua città natale gli era sembrato di essere nient’altro che la propaggine di una storia già scritta. Nessuno sembrava chiedersi se, per caso, in tutti quegli anni di assenza, potesse essere cambiato.
In provincia si è costretti ad essere un bignami di quello che la gente crede di sapere sul nostro conto. Eppure lui non era quel Luca, non lo era più e non lo voleva essere. Voleva prendere la macchina e finire in un posto dove la gente non lo vedesse solo come il ramo terminale di un albero genealogico.
Voleva essere un mistero.
Si trovò a fare una smorfia, ridacchiando tra sé. Neil Young fuggiva dai riflettori, dalle noie della rock star, mentre lui era un venticinquenne qualsiasi che si era illuso di poter dimenticare le proprie radici nell’arco di qualche manciata di semestri universitari. La sua operazione fasulla di taglia e cuci si stava inevitabilmente raccartocciando su sé stessa.
Alla fine si torna da dove si è venuti e si ricade nel personaggio, e così deve essere stato anche per Neil Young, concluse Luca stringendo il volante più forte, come fosse l’appiglio di un naufrago alla deriva. Ma quella chitarra lamentosa continuava a commuoverlo, lo faceva stare bene, nonostante fosse consapevole di essere incappato in una bella fregatura.
“Sono cambiato e a nessuno frega un cazzo.”
Spesso, con la visuale ridotta a quei due coni di luce puntati sulla strada a sorprendere volpi guardinghe lungo il liminare dei boschi, pensava al freddo che mordeva il paesaggio fuori. Così fece anche in quell’istante. Provò a mettersi nei panni della lamiera della sua auto e si sentì subito meglio. Lui era caldo, lei gelata e il vento la sferzava impietoso. Mentre pensava a quanto potesse far schifo essere la scocca arrugginita di un’auto, ogni preoccupazione lasciava posto ad altro, alla musica che pareva accordarsi all’atmosfera e all’armonia che si era venuta a creare nell’abitacolo, in una sorta di cinematica concordanza universale di suoni e visioni.
“Sono in botta.” Lo disse ad alta voce, come se stesse recitando nel suo film. Poi con una smorfia strinse il cambio e accelerò. La polizia non si faceva mai vedere sulla stradina che lambiva la città dopo aver superato i quartieri di collina, ripopolati da borghesi di mezza età stanchi di quel piccolo capoluogo che si dava arie da capitale.
Guidare era sempre stato bello dalle sue parti. In un attimo si era fuori da quella messinscena urbana e le strade iniziavano a serpeggiare snodandosi sinuose, curva dopo curva, e regalare scorci di pinete fitte e aguzze che in un attimo si aprivano su vedute mozzafiato. Più si saliva e più aumentavano i paesaggi rocciosi, più le valli si stringevano tra pendii ripidi di pietra scura tagliati da torrenti arcigni, inerpicandosi fino a dove la strada semplicemente finiva, non c’era più. Una cosa che non succede in pianura, non ci aveva mai pensato. Qui si arriva alla fine della strada e l’unica cosa che si può fare è tornarsene indietro.
Facile la vita in montagna.
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