Questo pezzo non è tratto da una storia vera: è una storia vera. Da leggere possibilmente ascoltando «Junior Dad» di Lou Reed & Metallica.
Bari, Circolo Della Vela, 23 dicembre 2011: festa di Natale dell’ordine dei farmacisti.
Prima di cena, Umberto Smaila allieta gli invitati con un medley natalizio. Smaila è sfatto, forse alterato. Paurosamente stonato. È un uomo prossimo alla fine, un uomo che si disintegra, che cade a pezzi. Che crolla, in diretta. Questo è il crollo in diretta degli anni Ottanta italiani (uno dei tanti crolli che si verificano in questi giorni, in questi mesi). Questo è l’ultimo avamposto degli anni Ottanta italiani, uno degli ultimi luoghi in cui si celebra ancora il mondo immaginario della “Milano da bere”, dello yuppismo d’accatto e di risulta, di Colpo Grosso. Il mondo di Jerry Calà, di Ezio Greggio, di Christian De Sica e di Massimo Boldi. Il mondo di Umberto Smaila. Mi avvicino a Smaila che, ancora più mastodontico di come lo ricordavo, con un ridicolo cappellino di lana in testa (qui dentro fa un caldo boia) si aggrappa a quel piano come uno che stia annegando. Mi avvicino ancora di più a Smaila: sembra che stia per mettersi a piangere. Certamente sa – e da tempo – che sta finendo tutto, è tutto già finito. È tutto già accaduto, e adesso non c’è più tempo. Molto triste, ma anche molto affascinante. Attorno a Smaila, i trentenni e i quarantenni farmacisti e amici-di-farmacisti baresi si divertono con Smaila. Fanno finta che Smaila non stia cannando ogni nota – anche se io ho già contato tre, quattro ragazze con l’espressione chiaramente imbarazzata. O forse, non se ne accorgono. O forse, se ne sono accorti e non gliene frega niente, perché ciò che conta davvero è perpetuare il sogno scadente anche quando si sta sgretolando. Sotto gli occhi di tutti.
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Smaila ha smesso, per fortuna. Ho intanto intravisto la mia ragazza dell’estate 1994. Io avevo quindici anni, lei ancora meno. È uguale ad allora. Lei invece non mi ha riconosciuto. Non mi riconoscerà neanche quando saremo seduti al tavolo, dopo cena. Nell’ultima mezz’ora, con Maurizio (il mio amico delle estati adolescenziali, il mio amico di ora che è qui seduto accanto a me, e che mi ha portato alla festa dell’ordine dei farmacisti) abbiamo rievocato tutto l’universo che ruota attorno a questa ragazza, a quella storia d’amore, a quell’estate. Abbiamo ricostruito persino, in ogni dettaglio, la strada dove io e Roberta ci siamo baciati la prima volta, e quasi tutte le volte successive. L’avevamo perlustrata per benino, alla ricerca di un posto “romantico” (adatto alle pomiciate). Poi lei finalmente si gira, e saluta Maurizio. Lui le fa: “e questo qui accanto, non lo saluti? Non ti ricordi chi è?”. No, Roberta non ricorda. Possibile che io sia così cambiato, che sia diventato irriconoscibile? Per scioglierla e sciogliermi dall’imbarazzo, dico: “Sono Christian”. Adesso è lei che si trasforma. Ricorda tutto, ricorda sempre, non ha mai dimenticato niente. E ricorda molto più di me e di Maurizio. Si alza di scatto, viene a sedersi vicino a me. Ricorda come ci siamo conosciuti – io no. Era una caccia al tesoro, e dovevamo (o forse non dovevamo) cercare degli scarafaggi. È così assurdo che sembra inventato, ma così teneramente grunge (era il 1994…) che il particolare è certamente vero. La nostra storia d’amore è cominciata con degli scarafaggi. Ma Roberta ha in serbo per l’attimo successivo il colpo che mi stende. “Il ricordo più bello che ho di te e di quella storia d’amore è il tuo sorriso durante il falò di Ferragosto, prima che ci baciassimo”.
Bum.
Il tuo sorriso durante il falò di Ferragosto. L’attimo è già trascorso. È arrivato il suo ragazzo: un farmacista. Io esco con Maurizio nella strada che si affaccia sul porto, e questa strada sul mare è una delle cose più belle di questa festa dell’ordine dei farmacisti a cui neanche volevo venire, e a cui adesso comincio a pensare che fosse inevitabile arrivare. Bevo la grappa che abbiamo preso a grandi sorsi, velocemente. Non riesco a trattenere le lacrime. All’inizio, Maurizio pensa che siano lacrime di nostalgia, di dolore (che so, un amore perduto, i bei tempi andati che non torneranno mai più). Ma io so che non è così – anche perché negli ultimi tempi non facciamo praticamente altro che parlare della nostalgia. E so che devo dirgli perché sto piangendo, perché mi sto commuovendo. È importante che lui lo sappia, ed è importante che io lo dica a lui e a me stesso. Solo che più provo a parlare, e più mi commuovo. Supero l’impasse, decidendo che a questo punto è molto meglio piangere un pochino liberamente, brevemente, e poi dire tutto.
“Il tuo sorriso durante il falò di Ferragosto.” Questa immagine che io non possedevo (il sorriso era il mio, e non ricordo neanche quel falò dal momento che tutti i falò di Ferragosto a Borgo Pineto, durante i secondi anni Novanta, sono ormai da tempo fusi per me e per Maurizio in un unico grande falò dello spirito e della mente), questa immagine che non è un’immagine, è l’IMMORTALITA’. È la parte delle persone che dura per sempre.
È il contrario della nostalgia. (A questo punto, e nelle successive due ore, io e Maurizio partiamo per la tangente, mettendo a punto, elaborando: ma questa è un’altra storia, o è la stessa storia ma adesso è inutile scriverne, perché è una storia che inizia di fatto ora, in questi giorni, esattamente dove questo pezzo finisce e deve finire.)
Roberta è sempre lì, al centro della pista. Se ne andrà mentre ce ne andiamo anche noi, a braccetto con il suo ragazzo, ma io non avrò il coraggio di ringraziarla. Ci rivedremo, forse, tra altri diciassette anni. Grazie Roberta: è una cosa preziosa quella che mi hai trasmesso, e sento che ha appena schiuso un universo di comprensione.
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La piccola foto con me e mio fratello adolescenti, che mio padre tiene sul cruscotto dell’auto, è quasi completamente consumata dal sole. I nostri visi sono macchie di luce bianchissima.
Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).

Paura! Io ho trascorso praticamente tutte le estati e tutti i ferragosti della PRIMA metà dei Novanta (dall’87 al ’92, in realtà) sulla spiaggia di Borgo Pineto. Tra l’altro nel corso del falò del ferragosto del ’90 persi il cane, che ritrovai solo all’alba – dopo le ceneri e le bottiglie vuote – e che morì poche ore dopo perché, non si capisce come, nel corso della sua breve fuga (una fuga rocambolesca, visto che aveva tra l’altro 3 zampe sole!) riuscì a mangiare da qualche parte del veleno per topi. Non voleva essere una metafora né avere valenza simbolica, l’ulteriore ricordo: Cioppi, questa è per te!
Bello. Complimenti all’autore.
Grazie. Mi è piaciuto molto. Anche l’accostamento al pezzo proposto.
E’ IL CURIOSO DEI RICORDI: UN RICORDO CHE SI HA DI UN DATO MOMENTO PUò ANCHE NON CORRISPONDERE AL RICORDO CHE DI QUELLO STESSO MOMENTO HA UN’ALTRA PERSONA, A PENSARCI è TERRIBILE…
ciao christian, questo pezzo, che ho letto volentieri, mi ha fatto venire in mente uno dei sillabari di parise, mi sembra si chiamasse “poesia”… andrò a rileggerlo, per capire meglio come mai. ciao.
Ricordare è come riavvolgere un pezzo del nastro del passato,lasciando che le immagini più belle e toccanti ci accarezzino il cuore. Ma questo accade perchè sono filmati di eventi irripetibili e per questo nella beatitudine del ricordare,scendono lacrime malinconiche. ERAVAMO felici,ora invece quasi rassegnati,toccati profondamente dalla vita. Voltarsi indietro è consolatorio… qualcosa di eccezionale è accaduto anche a me,mi dico. ECCEZIONALE,appunto.
il declino di SMAILA e il suo continuo nuotare per non affondare,è la non accettazione del ciclo della vita. Canta,pur sapendo di stonare. Ma non stona solo la sua voce,ma anche il suo deflagarsi,non preoccupandosi di raccogliere i cocci. IMMATURO fino alla fine,SPAVALDO per mascherare la PAURA DI VIVERE E DELLA VITA. Smaila non ha voluto crescere,come se i bambini non avessero problemi e responsabilità. UMBERTO ET COMPANY,MI FATE TANTA PENA. SENZA DISPREZZO,PERÒ.