La collana “Imago” di Adelphi riesce a unire in maniera organica e preziosa testo e immagini, creando dei libri che assomigliano a profondi cataloghi dove la comunicazione tra i due mezzi espressivi connota l’argomentazione e il significato del libro stesso. Anche il nuovo libro di Mino Gabriele, I sette talismani dell’Impero, si inserisce pienamente all’interno di questo particolare campo di forze, dedicando la sua attenzione a sette oggetti che, secondo il popolo romano, funzionavano come strumenti privilegiati per mantenere l’ordine e l’eternità dell’impero, la saldezza delle sue fondamenta.
Gabriele, docente di Iconografia e iconologia e di Scienza e filologia delle immagini presso l’Università di Udine, e già curatore per Adelphi di libri in cui questa relazione tra testo e immagini è preponderante (Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna, il Corpus iconographicum di Giordano Bruno o Il libro degli Emblemi di Andrea Alciato), dedica appunto la sua attenzione a sette oggetti che secondo i romani garantivano all’impero il suo successo e la sua longevità. Fa particolarmente impressione il fatto che l’Impero Romano, «la cui koiné nutrirà e forgerà l’intero mondo occidentale e non solo», saldo nella sua forza delle armi e fiducioso verso il sacro, elementi che garantivano vittorie e dominio, affidasse la fortuna delle sue azioni anche a sette oggetti che venivano custoditi con grande premura e attenzione nei penetrali dei templi. Non solo quindi la rigida struttura statale della città di Roma, ma anche questi oggetti erano considerati dai romani come «i fautori dell’ordine e dell’eternità dell’imperium» anche perché erano considerati come doni celesti in grado di testimoniare la benevolenza della volontà divina nei confronti della città che per tutta la durata dell’Impero figurerà come perno di una civiltà che con lo scorrere dei secoli non perderà mai nulla della sua centralità.
Questi oggetti sono, assecondando quanto scritto da Servio Mario Onorato, commentatore di Virgilio («sette furono le garanzie che mantengono l’impero romano»), l’ago della Madre degli dèi, la quadriga fittile dei Veienti, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Iliona, Il Palladio e gli scudi sacri. In questo libro Gabriele ripercorre le apparizioni e le funzioni assegnati a questi Pignora imperii (che Gabriele spiega bene perché non traducibili semplicemente come “garanzie” in quanto più vicini all’idea di “reliquia”, simbolo che assicura «la benevola volontà della presenza divina verso il luogo e gli abitanti che l’anno degnamente accolta») con un metodo filologico sempre nitido e accurato in grado di valutare con estrema precisione, non mancando di sottolineare comunque i vuoti che segnano la storia di questi talismani, le apparizioni e le citazioni della loro presenza provando a discernere il vero dal falso. Il metodo rigoroso applicato da Gabriele riesce a offrire al lettore, anche attraverso l’osservazione di molte immagini, un percorso affascinante all’interno della concezione del sacro del popolo romano, un punto di vista differente riguardo alle motivazioni del successo dell’Impero. Il valore simbolico di questi oggetti (sette secondo le parole di Servio Mario Onorato, ma c’è da considerare anche il simbolismo che sottende il numero sette e che è probabilmente motivo dell’esclusione di altri oggetti parimenti importanti) spalanca infatti la possibilità di valutare in maniera diversa la grandezza dell’Impero attraverso non solo eventi bellici che rimangono stampati nei libri e nei manuali di storia romana, ma anche attraverso il valore del sacro, elemento pervasivo all’interno della società se è vero che a Roma «era più facile incontrare per strada un dio che un uomo».
Questa presenza continua costringeva allora gli uomini a un dialogo perpetuo con gli dei, che si manifestavano attraverso piccoli segnali della quotidianità (i signa, «una parola captata casualmente, il bagliore di un fulmine, statue che lacrimano, nascite mostruose»), interpretabili anche come l’assoluta predilezione divina per il popolo romano. Appartenevano a questo gruppo di manifestazioni i pignora, i talismani che garantivano la sinergia tra l’Urbe e il divino grazie alla mediazione, straordinaria e inspiegabile per gli altri uomini, degli interpreti, in grado di porsi «davanti all’imprevedibile, all’oscurità dell’enigma» grazie al loro contatto diretto con il sovrumano. La pratica divinatoria assumeva allora un valore di assoluta rilevanza proprio per la necessità espressa di interpretare in maniera corretta e nel rispetto dei rituali la relazione con gli dèi: varie le possibilità, classificate dai greci, di dispiegamento di questa interpretazione, dalla cosiddetta divinatio naturalis, naturale e ispirata, alla divinatio artificiosa, relativa invece all’esperienze e alla saggezza umana. La corretta interpretazione dei signa garantiva ai romani quella pax deorum, «garanzia della legittimità sacrale e giuridica dell’operato dei Romani nel rispetto del volere divino», rintracciabile anche nel rispetto di qualsiasi altra manifestazione del sacro incontrata durante l’espansione inarrestabile dell’impero. Gabriele ricostruisce quindi le vicende affascinanti e controverse di cui furono protagonisti questi oggetti, legati a fatti o leggende in cui è davvero difficile scindere tra il credibile e l’incredibile o a movimenti tra aree geografiche molto lontane. Esempio emblematico è il Palladio che si muove nell’arco delle intere culture del Mediterraneo, da Troia a Roma fino a Costantinopoli dove fu portato da Costantino, degli spostamenti che incarnano in pieno l’esigenza di avere l’oggetto all’interno delle mura della città per garantire la protezione e la simpatia degli dèi.
I sette talismani dell’Impero è allora un libro che, anche grazie al ricchissimo apparato iconografico in continua comunicazione con il testo, fornisce una chiave di lettura diversa rispetto agli elementi che normalmente caratterizzano lo studio della storia dell’Impero Romano (con un’attenzione talvolta pressoché centrata solo sulle vittorie e le sconfitte dell’esercito o sulle gesta dei grandi uomini di governo), ma è anche un’indagine accurata sulla mentalità del popolo romano e su una relazione con il sacro che rappresenta probabilmente il viatico privilegiato per affrontare lo studio e la conoscenza di un popolo così lontano nel tempo ma la cui eredità corre ben oltre il proprio epilogo.
Matteo Moca è dottore di ricerca in italianistica e insegnante. Scrive, tra gli altri, per Il Tascabile, Il Foglio, Domani, L’indice dei libri del mese, Blow Up e il blog di Kobo. Ha pubblicato le monografie “Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett”, “Figure del surrealismo italiano. Savinio, Delfini, Landolfi” e “Un’esigenza di realtà. Anna Maria Ortese e la dipendenza dal fantastico”

Una domanda: si può considerare ragionevolmente che il declino e la caduta dell’Impero Romano sia da imputare, almeno in parte, alla perdita o dispersione di uno o di più talismani, l’integrità dei quali era la garanzia di prosperità assoluta per l’impero? mi piacerebbe sapere se durante il periodo delle invasioni barbariche, e della lunga fase di declino dell’Impero i talismani erano ancora mantenuti nei penetrali dei templi e conservati con ogni scrupolo, o se questi eventi determinanti per le sorti dell’Impero sono legati a una perdita o dispersione dei talismani?. Grazie per l’attenzione.