Banca, uno
Ricorre tre volte al purtroppo Paola,
o dottoressa Pavanello, com’è
scritto sull’eyeliner rabbioso
e sulle mani che scoperchiano
la fotocopiatrice, mentre mi parla
con riserbo dell’assicurazione:
c’è una clausola sulla vita
che chiamano, qua, denaro
protetto, perché è quanto, dopo tutto,
interessa, e bisogna pensarci
(tranquillità al futuro di chi ami),
tra gli scongiuri bisogna pensarci,
o rassegnarsi, se si è soli (vero,
Paola?), a un’altra giornata storta,
finché quando ci congediamo, ormai
chiusa la banca, il suo saluto
è il pulsante che mi apre la porta.
Banca, quattro
Ci era sfuggito, come sempre sfuggono,
un asterisco, esiguo, tra parentesi,
ripreso in una nota in corpo sette
in fondo alla brochure del conto smart,
secondo cui non è gratis, la carta
di credito, dopo il primo anno,
se i pagamenti nei mesi precedenti
non raggiungono l’importo
di euro (in totale) milleseicento,
ma ormai mi aveva assicurato, Erica,
che era un benefit per sempre,
la gratuità della Visa, e ora tace,
girandosi la fede, già figurandosi
la mia fuga verso IW Bank
o Banca Intesa. «Gliela pagheremo
noi», irrompe, con un sorriso che
da solo si distrugge: «le singole filiali
possono decidere di farlo,
e noi lo faremo, ne parlo
al direttore più tardi»,
in un tono pieno di ruggine.
La sera fuori inizia a pesare
i suoi colori bruni sui tetti. Lascia
che ti blandiscano, rifletti, con le dita
che abbottonano il cappotto:
a tradirli basta poco, dopo tutto,
ed è il solo modo che ti resti
di farti valere nella vita.
Banca, nove
Sms, qualche mail,
alcune chiamate in pausa pranzo
e cenni rapidi in chat e su Skype,
per farmi, anche quest’anno,
gli auguri, nel solito giorno
che tortura ottobre di piogge
fisse o di lenti soli. Soltanto
verso sera scoprirai, nascosta
come un virus nello spam,
la nota automatica della banca,
«buon compleanno, caro
Francesco, un regalo speciale
per te», e neppure indaghi,
non ti va, ci vuole quel coraggio
che tu non hai.
A tutti, poi, rispondere qualcosa
(«sono vecchio, grazie, lo so»)
ma alla banca no: no reply,
recita il messaggio.
Banca, sedici
Sotto l’ombrello è dolce il suo sorriso
nella prima sera dell’estate finita,
mentre le cedo, presi i miei soldi,
il turno allo sportello automatico,
con le macchine in marce basse
attorno e sorpresi prima i lampioni
a disco nel paese di Prealpi che gronda
nei fossi davanti ai legni dell’albergo
Posta. Ci conosciamo proprio qua
fratelli, io e la giovane donna, ai piedi
dei neon griffati della nostra comune
filiale dispersa,
ma nessuno verrà a saperlo, nessuno
testimonierà, già svolto per il primo
tornante e penetro come una volpe
(nessuno deve neanche immaginare)
tra le rughe screpolate del bosco.
Francesco Targhetta (Treviso, 1980) insegna come supplente materie letterarie, dopo aver concluso all’università di Padova un dottorato in Italianistica (durante il quale ha lavorato alla riedizione de Gli Aborti di Corrado Govoni) e dopo un assegno di ricerca incentrato sulla poesia simbolista di fine ‘800. Ha pubblicato un libro di poesie (Fiaschi, ExCogita, 2009) e un romanzo in versi (Perciò veniamo bene nelle fotografie, Isbn, 2012).

Se hai fatto il TFA come scrivi ste poesie… siamo proprio messi bene!