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di Christian Raimo

La prima scena di Mindhunter, la bellissima serie di David Fincher in onda su Netflix si apre con un pazzo che si barrica in casa con degli ostaggi e minaccia una strage. Sulla scena arriva Holden Ford, giovane poliziotto dell’Fbi: è lì per negoziare, per prendere tempo. Cerca di convincere l’uomo a fidarsi, gli dimostra empatia. Poi, senza preavviso, il pazzo si spara alla testa. Qual è l’approccio migliore che si può avere con i criminali? Come si fa a mediare con chi compie un sequestro? È il tipo di domande che si pone Holden che studia una criminologia ancora agli albori della sua legittimazione scientifica, si forma sulla negoziazione studiando i profili dei criminali ed esercitandosi davanti a Un pomeriggio di un giorno da cani: quale è la storia di gente come Sonny Wortzik (Al Pacino)? Da dove viene quella rabbia?
Sono tantissime e innegabili le analogie tre Mindhunter e I Soldati delle parole di Frank Westerman, il reportage-saggio da poco uscito da Iperborea, tradotto da Franco Paris. Qual è il potere del linguaggio di fronte a quello della violenza? (Esiste oggi un interrogativo più urgente?)
A un certo punto dei Soldati delle parole si dice: “Tra scrittori e terroristi esiste una singolare analogia – Don DeLillo l’ha sottolineata già all’inizio degli anni Novanta: entrambi sferrano «attacchi alla coscienza umana», nel tentativo «di cambiare la vita interiore di una cultura»”. Per questo motivo, prima di molti altri, ci vorrebbero più libri come questo. Perché c’è un territorio che sembra congelato, quello del racconto del terrorismo, sospeso tra l’enfasi abbacinata dallo spettacolo del disumano e la lucida estraneità dell’intelligenza analitica, che invece va attraversato con l’incedere di una narrazione che torna sui propri passi in continuazione.
I soldati delle parole – un libro importantissimo e raro, ripetiamolo – invece si muove su un altro piano, e per questo a suo modo vince la sfida difficilissima con la narrazione terroristica, non restando invischiato dal potere immenso e magnetico di quell’immaginario. Westerman ricostruisce una vicenda praticamente dimenticata della storia del terrore contemporaneo: le azioni di sequestro (un treno, una scuola, uffici governativi) che negli anni settanta sconvolsero i placidi Paesi Bassi. Gli ex coloni molucchesi, esuli in Olanda dopo la dichiarazione d’indipendenza dell’Indonesia che cominciò a perseguitarli, protestavano contro la privazione di diritti che accompagnava quest’ospitalità forzata in Europa.
L’autore era un ragazzino al tempo ma fu precipitato come molti nella bolla mediatica della lunghissima negoziazione, tre settimane. Chi tra coloro che sono vissuti negli ultimi cinquant’anni non ha avuto un imprinting di questo tipo, fosse il sequestro di Aldo Moro o l’11 settembre? La linea della fermezza e quella del dialogo, il desiderio di vendetta e la ricerca della comprensione della mente degli assassini sono le tracce su cui si è mossa gran parte della nostra educazione politica – e alla psiche collettiva. Ma dall’altra parte siamo, cittadini delle democrazie occidentali, sempre ingaggiati anche noi come soldati delle parole.
Scrive Westerman: “Sono cresciuto con l’idea che progresso significhi: risolvere conflitti con le parole”. E noi lettori che siamo dalla sua parte, lo seguiamo incantati mentre intervista negoziatori, psicologi, sopravvissuti tra i terroristi e tra le vittime; confronta l’approccio olandese (mediazione, educazione) messo in pratica con i terroristi molucchesi e quello russo (nessuna concessione, sterminio) che Putin ha utilizzato con i ceceni al teatro Dubrovka e all’asilo di Beslan; ci lasciamo mettere in crisi dalla confessione della sua crisi rispetto al come occorre affrontare la violenza (negli anni settanta si ritrovò a imbucare inconsapevolmente delle lettere di una militante della RAF per i suoi compagni, oggi si dà dello stupido); e soprattutto sentiamo pagina dopo pagina come ogni storia di violenza politica – per quanto affidiamo il suo racconto alle dirette dei media e la sua soluzione ai reparti speciali – ci riguardi nel profondo.

[Questo pezzo è uscito su Tuttolibri]

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Autore

fandzu@gmail.com

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo - sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory - ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L'Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

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