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Questa mattina ci siamo svegliati – in Italia – con la notizia della morte di un grande scrittore, Philip Roth, in un ospedale di Manhattan. “È morto circondato dai suoi amici di una vita che lo hanno profondamente amato”, ha scritto il suo biografo. Qui il pezzo del  New York Times che annuncia la sua morte. Qui un’intervista alla Paris Review, autunno 1984.

Di seguito un ricordo di Luca Alvino, lettore attentissimo dell’opera di Philip Roth, di cui molto ha scritto anche su queste pagine.

di Luca Alvino

Di te ho letto tutto e scritto moltissimo, con te ho dialogato come se mi fossi vicino, ho meditato i tuoi libri come se fossero stati scritti per me, ne parlavo in casa come se fossi uno di famiglia. Possiedo tutti i tuoi romanzi, qualcuno in duplice copia, qualcuno anche in inglese.

Quando annunciasti di voler smettere di scrivere, non ti credetti: pensai che avresti continuato a farlo di nascosto, solo per il gusto. Allora scrissi un articolo intitolato “Philip Roth come faccio a dirti addio”, nel quale tentavo di comprendere le motivazioni che ti avevano portato a prendere quella decisione così dolorosa.

E poi, invece, hai mantenuto la promessa. Non hai più scritto niente.

E a meno che tu non ci riservi qualche sorpresa nel testamento, Nemesi sarà l’ultimo libro che ci hai lasciato.

Ma in fondo non pensavo che mi sarei mai separato da te. Quando immaginavo il giorno della tua morte, lo pensavo ancora lontanissimo nel tempo. Hai corteggiato la morte tutta la vita, temendola, inseguendola, deridendola.

Come Zuckerman, l’hai esorcizzata nei viluppi rigorosi della tua scrittura. Come Sabbath, l’hai sfuggita cercando conforto nel ventre morbido del piacere e dell’irriverenza. Ma come lo Svedese, pur avendo sperimentato la crudeltà del destino nella vita dell’uomo, eri completamente impreparato alla tragedia.

Oggi ti piango come si piange un’autorità religiosa, un capo di stato illuminato, una rockstar maledetta. Con la stessa stupefazione con cui Nathan Zuckerman piange la morte del suo amico Coleman Silk, constatando con quanta crudele indifferenza la storia lo abbia precipitato repentinamente nel passato della terra.

Mentre scrivo, il mio telefono continua a vibrare. In molti sentono il bisogno di condolersi con me, come per la morte di una persona cara. Ed è così. Quando questa mattina Jacopo mi ha dato la notizia, gli tremava la voce, come a chi, con ciò che sta per dire, teme di arrecare un dolore. E il dolore è grande, grandissimo. Come in fondo non mi aspettavo.

Addio, Philip Roth, il cielo ti sia lieve.

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Autore

lucaalvino@minimaetmoralia.it

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2025 ha pubblicato per Il Convivio la raccolta poetica Sono il poeta. Nel 2023 ha tradotto e curato per Interno Poesia un’ampia antologia delle poesie di John Keats, intitolata Mio cuore. Nel 2021 ha pubblicato, ancora per Interno Poesia, la raccolta poetica Cento sonetti indie. Nel 2018 è uscita per Castelvecchi la sua raccolta di saggi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza.

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