Si intitola The Superhero of Black Filmmaking l’ultimo film documentario del regista, autore e produttore Francesco Zippel. Il lavoro, presentato nell’ambito del Festival di Cannes 2021 e disponibile da dicembre su Sky Arte, Sky Documentaries e Now TV, racconta la storia straordinaria del primo cineasta afroamericano indipendente, Oscar Micheaux.
Nel corso della sua carriera Micheaux ha diretto oltre quaranta film, dei quali solo una decina è stata conservata. Le modalità, spesso rocambolesche, a tratti leggendarie, con le quali a partire dai primi anni del Novecento è riuscito a portare avanti le sue imprese cinematografiche, la sua tenacia, le tematiche legate alla comunità nera, alle proprie radici condizionate da schiavitù e segregazione (topoi delle opere di Micheaux), sono al centro del documentario prodotto da Quoiat Films, la casa di produzione fondata dallo stesso regista insieme a Federica Paniccia.
Li ho intervistati dopo la proiezione romana del film alla Sala Troisi, in occasione del lancio dell’uscita su Sky Arte.
Federica Paniccia avvocata e produttrice, Francesco Zippel autore, regista e produttore, dal vostro incontro nasce Quoiat Films. Come casa di produzione qual è la vostra mission e come selezionate i progetti?
Federica – Quoiat Films nasce come società per la produzione di film, prevalentemente di natura documentaristica, che raccontino storie uniche, poco note, nel mondo del cinema, dell’arte e della vita reale. I progetti che scegliamo hanno tutti una base ispirazionale forte, rappresentando dei veri passion projects che ci auguriamo stimolino nel pubblico riflessioni, confronti e che consentano l’ampliamento di quegli orizzonti nei quali spesso ci confiniamo.
Come hai scoperto la storia di Oscar Micheaux e cosa ti ha spinto a volerla raccontare?
Francesco – Da molti anni ho la fortuna di essere amico di Patrick McGilligan, storico del cinema americano, autore di bellissime biografie di personaggi come George Cukor, Alfred Hitchcock, Clint Eastwood e Jack Nicholson. Insieme avevamo già realizzato un documentario sulla storia degli Hollywood 10, una delle pagine più oscure del maccartismo nel cinema, e un altro su Nicholas Ray, uno degli autori più innovativi e autodistruttivi che Hollywood abbia mai avuto. Da anni Patrick mi regala il privilegio di leggere in bozze ogni suo lavoro. Quando nel 2007 mi fece leggere la sua biografia dedicata a Micheaux, oltre a saltare sulla sedia gli chiesi subito se ci fossero parti romanzate tanto la storia mi sembrava incredibile. Non riuscivo a credere fosse tutto vero e ancor più che un personaggio così importante della Storia degli Stati Uniti fosse totalmente ignoto. Alcuni anni più tardi, era il 2014, decisi di fare un viaggio in solitaria nei luoghi dove lui aveva vissuto. Visitai le rive del fiume Ohio nel Sud dell’Illinois, il Southside di Chicago, le campagne sperdute del South Dakota e il cuore di quella che un tempo era la Harlem degli artisti. Feci poi molte ricerche nelle principali biblioteche dedicate alla cultura afroamericana. Ho dovuto attendere ancora alcuni anni prima di poterla mettere in immagini, però non ho mai avuto alcun dubbio sul fatto che andasse raccontata. Era una promessa che avevo fatto tra me e me a Oscar dal primo minuto in cui ero venuto in contatto con la sua incredibile esistenza.
Perché è importante questa storia?
Federica – È una storia che ho pensato subito fosse necessario raccontare: non solo per testimoniare l’atrocità della segregazione, l’ipocrisia della società bianca americana, e i meccanismi di adeguamento sociali che ne sono scaturiti, ma anche per restituire a Oscar Michaux quel ruolo di pioniere, di innovatore, di sognatore, che gli spetta, per essere andato oltre i limiti che la società gli imponeva all’epoca, vivendo una vita inimmaginabile per un afrodiscendente di quel tempo. Nella vita e di Micheaux c’è anche una forte componente motivazionale che può essere di ispirazione per tutti noi, e che può svelare i limiti che spesso ci imponiamo per rimanere nella nostra comfort zone, quando pensiamo a qualcosa come troppo difficile da raggiungere o da realizzare o da cambiare: dobbiamo ricordare tutti che «You can make it, if you try». Puoi farcela, se ci provi. E poi il film soprattutto nelle parole di Kevin Willmot e Chuck D fornisce un importante spunto di riflessione sui movimenti della Cancel Culture che stanno attraversando gli Stati Uniti e che stanno arrivando anche in Europa.
Francesco, cosa rappresenta per te il linguaggio documentaristico?
Per me il documentario è un modo per entrare in contatto con la realtà che mi circonda, con la Storia e le storie. È il modo migliore per fare un tuffo nelle cose che più mi affascinano, per innamorarmene e poi cercare di restituirle agli altri con la massima limpidezza possibile. Come dici giustamente tu, considero quello documentaristico un linguaggio cinematografico e non un genere. Un linguaggio che sta godendo oggi di una vitalità incredibilmente stimolante per chi come me lo ha scelto come proprio codice espressivo. A mio avviso due dei più grandi registi in senso assoluto che il cinema di oggi può vantare sono proprio due documentaristi: Frederick Wiseman e Asif Kapadia.
Qual è stata la cosa più difficile da raccontare nel documentario su Micheaux e quale quella a livello produttivo più complessa da gestire.
Francesco – Da un punto di vista narrativo la maggiore difficoltà che ho avuto è stata forse quella di raggiungere il giusto equilibrio nel selezionare l’infinita serie di spunti che la vita e il percorso artistico di Micheaux offrivano. Da un punto di vista produttivo sia Federica che il mio DOP Carlo Alberto Orecchia mi hanno fatto dormire sonni tranquilli. Non lo avrei mai detto per un film scritto, diretto a distanza e montato nella stessa stanza! A Roma.
Federica – È stato un progetto che, una volta attivato, ha avuto una vita lineare senza particolari difficoltà, grazie all’entusiasmo del team, e a quel talento naturale di Francesco nel raccontare e nel farci appassionare alle storie più diverse; in realtà abbiamo incontrato difficoltà in passato, prima di trovare un partner produttivo e distributivo così sensibile e attento come Sky, a cui si è aggiunto l’entusiasmo travolgente della Cineteca di Bologna che ha accolto istantaneamente la nostra proposta di restaurare un film di Micheaux che rischiava di andar perso. Il film “Murder in Harlem”, attualmente visibile su Sky.
Il documentario, oltre ad avere un eccellente lavoro sulle immagini, anche di repertorio, gode di un’accattivante e molto presente colonna sonora. Che tipo di ricerca è stata fatta sui suoni, sulla musica e in che modo avete indirizzato la selezione dei brani?
Francesco – Da un punto di vista musicale ho scelto di non lavorare su composizioni originali ma di confrontarmi con due magnifici music supervisor, Alessandro Franconetti e Maurizio D’Aniello, per creare un ideale ‘tracciato temporale’ di alcune delle esperienze musicali della cultura afroamericana che a mio avviso risuonavano maggiormente con la storia di Micheaux. I brani di Charles Mingus, Ray Charles, Roberta Flack, Louis Armstrong, Ghostface Killah, Gil Scott-Heron tra i vari che abbiamo selezionato, penso siano stati in grado di dare il giusto ritmo e garantire le sonorità appropriate al racconto di Micheaux.
Cosa ci lascia in eredità un personaggio come Oscar Micheaux?
Francesco – Oscar ci lascia un messaggio di grande portata nella sua semplicità: essere sé stessi, sempre, sapersi aprire al mondo e avere la lucidità di osservarlo e restituirlo nella sua meravigliosa complessità. Per lui le uniche barriere erano quelle che ognuno di noi può crearsi nella propria mente. Oscar è nato libero e ha vissuto da uomo libero fino all’ultimo giorno.
Federica – Sicuramente la caparbietà di un essere umano di non arrendersi davanti alle difficoltà interiori ed esteriori, di non accettare pedissequamente schemi e leggi, che non siano in linea con il suo sentire interiore. Agire con consapevolezza ed intelligenza, sfidando la paura e combattendo contro stereotipi limitanti.
Secondo voi se Micheaux fosse vivo cosa racconterebbe di questo presente?
Francesco – Micheaux continuerebbe a fotografare la realtà intorno a sé, racconterebbe l’insensatezza del razzismo ed eleverebbe la grandezza delle esperienze umane che avrebbe la fortuna di incontrare lungo il suo cammino. Non si fermerebbe mai. Come ha sempre fatto in passato. Voglio sperare che chiunque veda il nostro film si rispecchi e si lasci ispirare dall’attitudine di Oscar.
Federica – È stato tra i primi a cogliere il vulnus della segregazione nella legge che vietava i matrimoni interraziali; oggi ci sono tante altre unioni da difendere e tanti diritti che non sono ancora riconosciuti per i quali si sarebbe battuto con onore. E chissà oggi forse i suoi occhi sarebbero quelli di una regista donna.
Quali sono i vostri prossimi progetti cinematografici?
Federica – Stiamo lavorando su diversi progetti: molti danno voce a chi non ne ha avuta, a luoghi da riscoprire, a grandi del cinema mondiale, e stiamo preparando una serie observational sulla realtà sociale italiana.
Francesco – Oltre ai progetti che ha raccontato Federica, ci tengo a dire che una delle cose che mi appassiona di più ora è la possibilità di mettere a disposizione la mia, la nostra esperienza al servizio di altri registi per poter costruire racconti nuovi, sperimentare linguaggi e incoraggiare, come avrebbe amato Micheaux, la valorizzazione di storie che sono rimaste nascoste per troppo tempo.
Noemi Serracini è nata Marino, dove non ha mai vissuto. Dopo la laurea in storia e critica del cinema si dedica al teatro, scrivendo e mettendo in scena alcuni spettacoli. Nel frattempo consegue un master in professioni e formati della radio e della televisione e fa esperienza in diverse emittenti locali e web. Come autrice e conduttrice radiofonica collabora con il gruppo RTL 102.5 e conduce il Rock Morning Week End su Radio Freccia. È autrice del saggio “Rock’n’Soul, Storie di Musica e Spiritualità” (Arcana Edizioni). Da anni pratica la meditazione.
