E allora si aprirono loro gli occhi, e si accorsero di essere nudi. Conoscevano il bene e il male. Ricordo bene quando, ragazzino in vacanza al mare, a Follonica, camminavo nel tardo pomeriggio sulla spiaggia o lungo le strade accanto alla pineta, con le case dei pescatori riadattate a uso turistico dove già si cuoceva la brace, e i cancelli erano quasi sommersi dalle buganvillee. Camminavo nella nuova consapevolezza del corpo che si estendeva, coglieva gli odori di ieri in modo diverso, percorso da desideri nuovi, la tensione incerta ed elettrizzante del sesso e del desiderio. Non credo sia solo un trucchetto retrospettivo quello che mi fa pensare a una sorta di fischio nelle orecchie. Era un potere nuovo, che al tempo stesso premeva alle punte delle dita, e mi ghermiva, soffiandomi alle spalle.
Quel passaggio così delicato e denso, quella morte del bambino e nascita dell’uomo, io l’ho vissuto intrecciato ad altre morti e rinascite, altri diffondersi di doni spaventosi ed esaltanti. Al pari di Louis dissanguato e trasformato del romanzo di Anne Rice, “vidi il mondo con gli occhi di un vampiro”:
Poi Lestat cominciò a ridere e io percepii quella risata come un suono completamente nuovo. Sentivo ancora il battito del suo cuore come il suono di un tamburo ed ecco che ora giungeva quella risata metallica. Era sconcertante. Un suono confluiva nell’altro, come gli echi confusi delle campane, finché non imparai a separarli, poi si accavallavano, ognuno basso ma distinto, crescente ma discreto, come scoppi di risa.
Tanti, da Stoker in poi, hanno raccontato dall’esterno la fascinazione del predatore, l’abbandono della gazzella che si perde nell’abbraccio del leone, il desiderio di essere morsi, quella bellezza soprannaturale che si diffonde tra i contagiati e abbatte qualsiasi decoro e resistenza (una delle più belle e discrete versioni si trova ne Il bicchiere della staffa di Stephen King, dove un vecchio soccorritore incappa in una vampira nel bel mezzo di una bufera: Era una donna di città, si vedeva subito, e in quel momento mi sembrò la donna più bella che avessi mai visto. Provavo il bisogno di andare da lei e dirle quanto ero contento che fosse sana e salva. Indossava una specie di pesante indumento di lana verde, un poncho, credo che sia chiami. Le fluttuava intorno, e i capelli neri sembrano scorrere nel vento rabbioso come fa l’acqua in un ruscello a dicembre, poco prima che il gelo dell’inverno la fermi e la blocchi).
Con Anne Rice, a partire dagli anni ’80 e Intervista col Vampiro, la prospettiva si è ribaltata, tracciando un arco che è arrivato fino al recente Midnight Mass, dove ancora una volta i non-morti schiudono gli occhi per la prima volta e scoprono con un sobbalzo del cuore, che le candele cantano.
Nel film di Jordan tratto da Intervista… alla domanda su cosa si veda davvero in quel modo, il vampiro risponde che li umani non possono saperlo, sarebbe come chiedere al cielo cosa vede di lassù. È una bella sintesi, che sembra quasi riecheggiare il frammento di Pindaro per cui, agli occhi degli dèi, anche la Terra giù in basso brilla come una stella.
Alle estasi e agli strazi di essere mostri immortali e bellissimi Anne Rice ha dato la forza di una cornice specifica, la New Orleans della sua infanzia, il cattolicesimo irlandese della sua formazione, l’ateismo innamorato della vita del marito artista. La tensione tra queste componenti conoscerà picchi e soluzioni alterne, dai romanzi bondage della giovinezza al ciclo su Gesù Cristo- che il filosofo Peter Kreeft giudicò il suo più convincente ritratto narrativo dai tempi dell’Aslan di C. S. Lewis. Ma i cortocircuiti davvero potenti e felici sono essenzialmente due, l’Intervista stessa e L’ora delle streghe, con il Talamasca degli investigatori dell’occulto, la storia alternativa della Louisiana scandita da generazioni di maghe-schiaviste interrotte solo dal dandy Julien che era la strega della sua epoca. L’immagine classica, decadente romantica del vampiro- l’ultima non edulcorata per molto tempo a seguire- conservava tutto l’antico potere proprio perché si innervava sull’Aids dilagante.
Come notava il già citato King, il vampiro è il più sessuale dei Tarocchi della paura, beve e morde, succhia e schizza dentro qualcosa. Una pulsione che si fonde con la magia nera e il desiderio, sempre più esplicito nel corso degli ultimi tre secoli, della vita e soprattutto della giovinezza eterna. Tutto quello che già era stato incarnato da Dracula o Carmilla, Rice- anche grazie a un film fastoso, struggente e disperato che, va detto, costituisce uno di quei felici adattamenti che superano il testo letterario stesso, come Blade Runner o Chiamami col tuo nome– l’ha ancora più esplicitamente legato a omosessualità, bisessualità, pedofilia, alle domande su identità, amore e destino in cosmo senza Dio poste da creature amorali che forse sono il Suo specchio definitivo proprio perché uccidono artisticamente e indiscriminatamente. Bisognerà attendere Lasciami Entrare di Lindqvist o Firefall di Watts per assistere a un ribaltamento altrettanto intenso e sporco, capace di riconsegnare il grumo denso dell’orrore folklorico con forza antica e nuova, e strappare al lettore un tacito “Finalmente. Ecco cosa mi ha colpito da sempre e non riuscivo più a trovare.”
Perché il sangue nero dei miti si schiarisce se annacquato così da cullarci con soluzioni rassicuranti, tensioni addomesticate, nuovi moralismi: il fascino dionisiaco del negromante transilvano che fa esplodere l’Es represso della irreprensibile Lucy Westerna (l’Est che allunga i suoi artigli sull’Ovest, tanto per essere chiari) si stempera nell’elogio della continenza prematrimoniale di Twilight, il morso infetto che risale ai cadaveri enfi e rubizzi smembrati dai contadini imperiali del ‘700 si riduce all’ennesimo superpotere Marvel. Anche la forza di quelle prime storie di Anne Rice si è dissanguata nella ripetizione a spirale continua e nel coprire e collegare sistematicamente tutti i buchi e i non detti erigendo una mitologia personale che è la gioia dei fan ma immiserisce il mistero. Nel film di Jordan, “Tu hai fatto le domande sbagliate”, la non risposta di Armand-Banderas agli interrogativi di Louis su Dio, Satana e i vampiri, possiede più gravità di tutte le spiegazioni teologiche fornite da Rice stessa. Sono le storie non raccontate a essere le più commoventi, scriveva Tolkien al figlio. Tuttavia, la vastità di quei grumi iniziali e del loro sfondo immenso resta, hanno spostato l’asse delle narrazioni e fatto aprire gli occhi a molti, nella notte. Spariti gli dei ci restano solo gli oggetti, notava Proust.
Cèline non è traghettato in nuove storie e linguaggi dai feticisti dello sporco, né Wilde da mussole fresche come acqua e garofani all’occhiello. Perché il dono oscuro possa intercettare il nostro richiamo innamorato, deve essere una nuova disperazione sbocciata nel cuore stesso della vita oggia richiamarlo. Ce lo ha insegnato proprio lei. Vivevo come un uomo che vuole morire ma non ha il coraggio di darsi la morte. E alla fine fui aggredito. Avrebbe potuto trattarsi di chiunque: i miei inviti erano aperti a marinai, ladri, maniaci, tutti. Ma fu un vampiro che lo accettò.
Edoardo Rialti scrive per “L’Indiscreto” e “Il Foglio”. È traduttore per Mondadori delle opere di R. K. Morgan, G. R. R. Martin, J. Abercrombie. Ha curato opere di Shakespeare, Wilde, C. S. Lewis. È autore delle biografie letterarie di C. Hitchens e J. R. R. Tolkien.
