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di Veronica Galletta e Michele Vaccari

Salone di Torino, incontro del 18 ottobre 2021, presentazione del romanzo Nina sull’argine. Una trascrizione, seppur infedele: non tutte le domande sono poi arrivate durante il nostro incontro, erano inevitabilmente sovrabbondanti rispetto al tempo che avevamo; non tutte le risposte ricalcano quanto raccontato nell’incontro; perché non ricordo bene, perché mi è sembrata un’occasione anche per dire qualcosa di altro.

MV: Nina sull’argine racconta la storia di un’ingegnera che, dall’ufficio e dalla routine delle carte e della teoria, si ritrova a dover operare sul campo per colpa di un mondo che, a differenza sua, non segue le regole. È, forse, quindi, allegoricamente, la storia di tutti noi quando ci troviamo di fronte alla domanda fondamentale cui nessuna scuola riesce a dare risposta: nel mondo perfetto in cui se fai il tuo dovere, vedrai che andrà tutto bene, cosa succede quando la vita ci insegna che fare il proprio dovere non basta e stare nel mondo significa occuparsi anche nostro malgrado del mondo?

VG: Stare al mondo significa occuparsi nostro malgrado del mondo, è vero, e non è sempre un male, anzi. Significa anche comprendere che il mondo non è misura tua, in nessun modo, e che sta a te trovare il giusto compromesso fra quello che puoi derogare, e quello per cui invece non sei disposto a cedere, per nessun motivo. Il mondo ti interroga continuamente su questa cosa, ma per Caterina è la prima volta. Arriva dall’accademia, ha del mondo una visione limitatissima. Non conosce il cantiere, la polvere, il fango. Non riconosce il mondo intorno a sé, ma soprattutto, ne rifiuta l’imperfezione. In questo tipo di sentimento ho trasposto un po’ del mio. La prima volta che mi è capitato, per lavoro, di assistere alla costruzione di un’opera che avevo progettato, ricordo il sentimento bruciante di delusione per la sua difformità dalla precisione pulita del mio disegno.

MV: Con Pietro, Nina sembra aver fatto il suo dovere. E anche di Pietro inizialmente sembra convincersi di doversi occupare lei finché lui non torna a casa e lei capisce che deve lasciare andare quella mentalità. È come se già inizi a capire che non può salvare anche chi se ne frega delle regole. Può cercare di fare il proprio e farlo al meglio possibile. È così?

VG: Sì, probabilmente l’evoluzione di Caterina parte proprio da Pietro, da quando si assume la responsabilità di separare le loro vite da sola, e quindi preparare la roba dell’ex compagno, per farlo andare via. Parte, anche, da certi gesti violenti che fa e che scopriamo via via leggendo. Penso al destino dei loro libri comuni, ma anche a quello che fa alle piante del ragazzo. Applica la ferocia, una ferocia liberatoria ma anche crudele verso se stessa. A volte bisogna essere crudeli anche con se stessi, per andare avanti.

MV: In apparenza, Nina sull’argine potrebbe rientrare nel filone della letteratura che fino a un po’ di anni fa veniva chiamato industriale, quella letteratura che non snobbava il lavoro ma ne metteva in luce soprattutto le contraddizioni in rapporto alla nascente società dei consumi. Di quella letteratura, questo romanzo mi sembra conservare una matrice, il lavoro come sguardo sull’alienazione.

VG: Uno sguardo sull’alienazione del lavoro, e la solitudine del lavoro anche. Caterina si ritrova sola in questo cantiere, sola nelle relazioni e nei suoi dubbi, tanto da finire per parlare con un fantasma, o forse è solo una proiezione dei suoi desideri, e della sua solitudine, sì. Non bisogna dimenticarsi quanto sia presente nelle vite di tutti la solitudine, specie di chi finisce per spostarsi di città in città per lavorare. Lavori, e poi stai da solo, e basta. Non bisogna vergognarsi di questa cosa. Certi lunedì mattina io mi ricordo che dopo un fine settimana completamente da sola avevo difficoltà tornando in ufficio ad articolare la parola, perché non avevo parlato con nessuno dal venerdì pomeriggio. Forse, in fondo, con Nina sull’argine ho fatto proprio questo. Ho reinventato il mondo di alcuni anni della mia vita, permettendomi di incontrare qualcuno che mi aiutasse e mi consolasse. Antonio, il mio amico immaginario. È questa la meraviglia della letteratura in fondo.

MV: A proposito di letteratura, mi viene da dire che questo libro è anche un grande omaggio a opere altre che ti riguardano per varie ragioni che vorrei raccontassi. I cent’anni di solitudine di cui chiede il professore di idraulica fluviale, penso a quando entra in libreria verso la fine del romanzo e compra Memoriale di Volponi e ripensa a La speculazione edilizia e Giro di vite di Henry James. Ma soprattutto penso a quando Nina apre gli scatoloni e divide i libri suoi da quelli di Pietro salta fuori Emily Dickinson ma soprattutto Michele Mari. Che rapporto hai con questo autore che appare così diverso dalla tua scrittura e dalla tua idea di letteratura. E soprattutto con questo suo lavoro, La stiva e l’abisso, che è il fil rouge di tutto Nina sull’argine.

VG: I libri che scrivo sono sempre pieni di altri libri, perché lo è la mia vita, e mi viene spontaneo, naturale, anche se poi mi pento perché mi dico ecco ora arriva quella che vuole fare la strana con le citazioni, la metaletteratura. Però no, è un movimento naturale, quasi inconsapevole, secondo un senso che è tutto mio. E quindi c’è Cent’anni di solitudine e i sassi a forma di uova di dinosauro, La speculazione edilizia con Angelin e il suo padroncino. C’è Memoriale, ambientato idealmente negli stessi luoghi, che ha un personaggio sofferente, e una lingua tecnica simile a quella che cercavo per questo libro, e poi parla di lavoro: aveva tutto insomma. Però ce ne sono altri, anche incongrui, come La stiva e l’abisso, un romanzo marino e linguisticamente molto distante. La prima ragione è semplicemente affettiva: è il libro che leggevo negli anni che racconto in Nina sull’argine, i primi duemila. Poi certo c’è questo rapporto con la scrittura di Michele Mari, che leggo sempre, per quanto diversissima dalla mia. Con il mondo di Michele Mari, per cui La stiva e l’abisso è un romanzo in cui realtà e fantasia, allucinazione e proiezioni si mescolano. Come in Verderame, con Michelino che cerca di mettere un freno alla perdita delle parole del giardiniere, e nel frattempo si perde dentro le sue fantasticherie. C’è questo strato per me quindi, quasi inconsapevole, e poi certamente diventa anche un gioco, per cui quando scopro che la Villa Amarena di Guido Gozzano si trova dalle parti che ho immaginato io, allora l’orto della signora Bola, uno dei personaggi di Nina sull’argine, subito diventa dal profumo tetro, se trovo un racconto di Gianni Celati su un bambino fantasma sul Po, devo infilarci qualche parola di quel racconto, e così via. È un gioco, ma anche un modo per ancorarmi ai libri che mi piacciono.

MV: Questo è un romanzo di fiumi che vogliono esondare e umani che costruiscono barriere per fermarli. È un romanzo che racconta la lotta dell’uomo per proteggere gli uomini da una natura che, come Nina, ha le sue regole che l’uomo sembra non capire o accettare, con le case come quella della signora Bola costruite sull’argine. Prima di chiederti che tipo di personaggio sia per te la signora Bola, la sua resistenza al cambiamento, vorrei sapere quanto è stato centrale il discorso rapporto uomo e natura. I titoli dei capitoli sono La lepre, Istrice, Coregone ma anche Una mattina d’inverno, Galaverna e il romanzo inizia con Dal cielo e finisce con Dalla terra. Natura e calcestruzzo sembrano stringere un patto segreto nella tua opera. Qual è questo patto?

VG: Il patto è di collaborazione, almeno vorrebbe esserlo, anche se devo essere sincera, io con questo romanzo parlo di un mondo del prima, anche se è solo di quindici anni fa. Certe scelte progettuali non so quanto senso abbiano adesso, con quanto accade negli ultimi anni anche solo a livello di precipitazioni e risposta del territorio, legato all’accelerazione del cambiamento climatico in atto. In ogni caso, la natura così presente nel romanzo, animali e piante, vogliono essere un omaggio preciso a questo mondo, che mi ha insegnato a guardare il paesaggio, che prima non conoscevo per nulla. L’ingegneria, o meglio l’idraulica fluviale, che è questa disciplina sempre in bilico fra la precisione e l’osservazione, mi ha aperto gli occhi sul mondo, mi ha permesso di vedere dove non vedevo, che è un po’ quello che dicevo nella primissima domanda. E poi mi ha fatto incontrare personaggi, situazioni, sentimenti, che mi è parso meraviglioso, e per questo l’ho scritto, e ho tanto insistito per pubblicarlo, per farlo arrivare a tutti. Io penso spesso che Caterina sia solo una porta, una porta fra chi legge e quel microcosmo che diversamente non avrebbe voce. Una porta, come quella che la signora Bola vuole sull’argine per far passare i suoi cani, o come quella che si apre quando Caterina incontra Antonio, nel giorno dei morti. Per questo, forse, necessitava di una scrittura in terza persona, per farsi di lato, e farci passare. Ma della terza persona ho bisogno anche io, sempre. Mi serve per superarmi, per scrivere al di là di me e delle mie intenzioni. Per perdere il controllo.

Poi, nello specifico, gli animali sono legati agli incontri fra Caterina e Antonio, una lepre, un istrice, dei pipistrelli, un cervo, come segnali della natura. E Dal cielo e Dalla terra, i due capitoli che aprono e chiudono, volevano dare il senso di chi vedeva dall’alto il primo, senza sporcarsi, e di un as built (il documento tecnico che accompagna i collaudi) l’ultimo, che ripercorre le opere. La signora Bola invece è un personaggio per cui ho molta simpatia, per la sua ostinazione al cambiamento, per come difende la sua terra che ha letteralmente conquistato con le sue gambe. E per quella vena di follia che le affiora quando serve, e le permette di sopravvivere.

MV: Da ligure, mi ha molto spaventato vedere il pressappochismo di certe figure, “una cosa per scienziati senza nessuna rilevanza”, dice Greppi, nell’approcciare una materia così delicata che crea lo spartiacque, è il caso di dirlo tra vita e morte delle persone. È come per la sindrome di cui soffrono medici e infermieri, un distacco emotivo tale per cui si arriva a sottovalutare tutto o cosa c’è dietro questo racconto?

VG: Credo che all’origine di tutto ci sia uno scontro generazionale, fra una generazione come quella di Caterina, che è poi anche la mia, che è cresciuta con la modellazione numerica e l’uso massiccio di programmi di simulazione, e quella precedente, che lavorava solo osservando il territorio. C’è da dire che l’idraulica fluviale è in questo senso è una materia davvero affascinante, difficilmente modellabile, e che necessita di un approccio integrato. Greppi si nasconde dietro i suoi rifiuti io credo per paura, ma anche perché, scopriremo, è coinvolto in un meccanismo che lo trascina, e lo corrompe. Sul distacco emotivo, come dicevo anche sopra, non sono d’accordo. È assolutamente necessario per lavorare bene, specie quando si lavora in emergenza. Qui più che di distacco emotivo parlerei di potere. È tutta una questione di potere, che non si vuole perdere, per cui si nega il diverso, chi è più giovane, chi ha studiato altre cose, chi è donna. Caterina poi queste caratteristiche le ha tutte insieme.

MV: L’unico personaggio che gravita intorno al cantiere che potrebbe essere un baluardo di positività si ritrova anche lui messo alla berlina. Cosa volevi raccontare con la figura di Musso.

VG: Musso è la cattiva coscienza di Caterina, rappresenta come era quando era ancora al liceo, e all’università, e partecipava alle lotte ambientaliste. Dalla parte sbagliata, si intitola infatti il capitolo che riguarda Musso, e raccontandolo credo volevo raccontare l’inconciliabilità delle posizioni, che a volte è incolmabile, e bisogna farci pace.

MV: Credo che invece il personaggio più simile a Caterina sia paradossalmente Bernini. Non tanto per ciò che mostra più per come prova a nascondere la propria solitudine di fronte a un mondo che sembra, come l’argine in costruzione, pronto a crollare da un momento all’altro.

VG: È vero, trovo anche io che Caterina e Bernini siano molto simili, di certo condividono la solitudine, e c’è un capitolo, in Due parti di vodka, in cui ne parlano apertamente. A me fa in qualche modo tenerezza il personaggio di Bernini, che si trova spiazzata spesso e volentieri. Ne ho conosciuti tanti di questi geometri di cantiere che si alzano alle 4 del mattino e corrono su e giù per i lavori, sacrificando tutto (Bernini la famiglia) al lavoro, e provo per loro un grande rispetto.

MV: Verso la fine del libro, quando ormai il cantiere volge al termine, dopo che Antonio le ha ricordato che è una cosa che ha costruito lei, l’argine, Nina sembra rendersi conto che deve accettarsi per quella che è, e che crollare fa parte della vita. “È delusa, anche se non capisce bene per cosa. È forse per i capelli, per quella stempiatura che non ricordava. O per quella dissimetria nel movimento della bocca, che non le è mai piaciuta, e ora le è apparsa così evidente. Forse è per tutto l’insieme, o forse è per quella sua mania di precisione, per il suo desiderio di mettere sempre tutto in ordine, ricomporre i pezzi anche quando non stanno insieme.”

VG: Sì, credo sia proprio così. E speriamo che Caterina lo insegni anche un po’ a tutti noi.

 

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