di Mariano Croce
Essì che verrebbe voglia di scrivere d’atavico e d’antecivile, del mondo panistintuale dell’essere umano lasciato finalmente libero di godersi una natura ricondotta allo stato minimale dell’industriosità del concetto e dell’astrazione, quindi vicina alla sfera del bestiale, dove il pensiero serve quando serve e non registra tassi significativi d’inflazione. Verrebbe voglia di scrivere di un corpo che si scioglie dai legacci della civiltà stanca del basso impero nostrano e che, in una maternità tutta femminea e paucipatriarcale, ritrova l’ordine primitivo impartito dai ritmi biologici. Un vitalismo esasperato, scabro e senza indulgenza, che sferza i languori della vita cosiddetta progredita con risolute incursioni al di là della soglia troppo ispessita che divide l’umano dall’animale. Verrebbe voglia, forse, ma non a me, perché a questa soglia e al suo superamento credo poco, e ancor più per pavidità: quel tipo di vita, con tutta probabilità, mi vedrebbe soccombere molto rapidamente. Quindi, scrivendo di Mammut, di Eva Baltasar, tradotto da Amaranta Sbardella e pubblicato da Nottetempo, preferisco scrivere d’altro. E ce ne sono di cose di cui scrivere, pur senza addentrarmi in foreste palpitanti di bestie indomabili.
Per chi s’affeziona alle trame, qui una sintesi non riuscirà difficile. Una donna, con più di qualche proclività omosessuale, vuol mettere al mondo un figlio – o meglio, vuole improvvisarsi Madreterna: “Non era stato il desiderio di un figlio a rapirmi, ma piuttosto il desiderio di portarlo in grembo, di far passare la vita attraverso il corpo, di creare” (p. 27). Mal s’adatta però alla vita per come la si è organizzata in questo scorcio di esistenza umana, tutta al maschile, predatoria, inclemente nei riguardi di chi nei ritmi abituali della quotidianità non trova conforto ma progressiva erosione. La ricerca cui partecipa come impiegata alla Facoltà di sociologia la spossa: non accetta di “ridurre una vita a uno schema Excel” (p. 20). Prima si licenzia, trova lavori in cui tocca le punte laminose dello sfruttamento, quindi fugge. Cerca riparo in una zona lontana, a Cal Llanut, podere diroccato lungo un percorso montanaro in cui incontra solo amanti del trekking e frequenta una popolazione dedita a una vita che nello spazio urbano figura solamente come sorta di archetipo. Non credo di rovinare il gusto del giallo dicendo che il figlio arriva, ma non senza lacerazioni per una donna che, con una pervicacia ostile in primo luogo a sé stessa, vuole pensarsi come impervia quanto il clima atmosferico e morale di una regione (dell’anima prima che del mondo) la cui popolazione si proibisce tutto.
L’intento di Baltasar era scolpire una terza figura da affiancarsi a quelle dei precedenti successi Permafrost (Nottetempo 2018) e Boulder (Nottetempo 2020) – intento reso esplicito da una postilla che non varrebbe la pena menzionare non fosse per la scelta lodevolissima di omettere il segno finale d’interpunzione, in tutto sostituito dalla sua controparte fonica e simbolica: “Mammut è il terzo riquadro di un trittico iniziato con Permafrost e Boulder. Quale titolo dirà tutto non è ancora un punto finale” (p. 123). Insomma, un punto finale detto che non c’è. Ma questo saprebbe di autocelebrazione smunta e cerea – come se Sanguineti avesse precisato a piè di pagina il senso dei due punti al termine delle sue composizioni – se invece non fosse da leggersi come l’elogio dell’inconcludibilità o, meglio, dell’inconcludenza del suo personaggio, che non ha manifesti critici o spinte di progresso da recapitare ad alcuno. Come dirò in quanto segue, almeno agli occhi di chi qui scrive, Mammut non è un catalogo aggiornato delle possibilità di vita bucolica, non è un messaggio straziante sulla fine della maternità, non è il lamento amaro della donna che non si affranca dalla posizione di eterosessualità obbligatoria.
Figura di donna spezzata perché arriva sempre al limite delle proprie possibilità, pure mai sufficienti per potersi assicurare un’esistenza al riparo dal dramma, la protagonista incontra sempre, e forse glorifica, i propri limiti. La programmatica rottura dei protocolli che si propone via via arriva sempre a metà strada, inconclusa e inconcludente. Con il solo gesto della fecondazione organizzata – una festa in cui “far uso” di una qualche prestazione occasionale maschile – intendeva sbastire la trama di un patriarcato che vanta un curriculum millenario, “essere una madre single, senza padri che potessero reclamare la propria parte” (p. 9). Dopo l’attacco al patriarcato, ella tenta l’assalto al regime alienato del lavoro, quando persino pretende d’essere pagata per il lavoro svolto e la proprietaria del locale reagisce con un gesto di scherno. S’avvede quindi del fatto che lavorare stanca e che sarebbe meglio astenersene ove possibile: “Mi atterriva la sensazione di abituarmi allo sfruttamento. Capivo chiaramente che il mondo lavorativo, il mondo lavorativo legalizzato, era una grande presa in giro” (p. 24). Di qui, il progetto di fuga.
Sulla via di una vagheggiata libertà, in un ostello gestito da suore, alla lotta al patriarcato e allo sfruttamento di manodopera associa l’attacco all’eteronormatività quando d’improvviso bacia una ragazza (“approfitto di un attimo di silenzio per darle un bacio”), la quale però sembra troppo invischiata nell’ordinarietà dei sessi comandati, benché in fondo in fondo il bacio le piaccia: “Ricambia e subito dopo mi respinge. ‘Non sono lesbica’, dice. E se ne va” (p. 31). All’odore acre della sconfitta reagisce trasformando la lotta alle condizioni esterne di un’esistenza di pochi vincitori e troppi vinti in una sorta di interna liturgia catartica, che la espone a deliberate privazioni: “‘Fare a meno di’ potrebbe essere l’espressione della mia emancipazione” (p. 54). L’obiettivo è non solo l’autonomia, ma la più completa e compiaciuta autarchia: “Il mio primo potrà anche essere stato un fallimento, però me lo sono mangiato tutto. E così è diventato un trionfo” (p. 56).
Si badi, però: autarchia non significa recisione dei legami con la civiltà: fa la spesa, rassetta casa, compra attrezzi, si procura cibo, lotta con la sovrappopolazione di gatti, si sente “professionale, intelligente, per certi versi anche austera” (p. 57). Quel che ne sortisce è un’apologia dell’ibrido, cioè di chi sa trovare una qualche componibilità tra un’eredità non recidibile, quella dell’essere urbano che fu (“mi manca l’esperienza di una vita trascorsa in montagna” – p. 77), con condizioni nuove, esasperate ma negoziabili: “Anch’io voglio essere così, sembrare normale ed essere selvatica, mangiare biscotti e non avere uno spazzolino da denti, intagliarmi piccoli tizzoni perfetti come diamanti e incastonarmeli nei denti per proclamarmi regina” (p. 60). E benché talora Baltasar subisca l’allure dell’ancestrale (“si è risvegliato in me un io antico, un io fossilizzato che adesso mi reclama” – pp. 78-79), il problema invero è tutto di convivenza, di costruzione di legami nuovi, di relazioni di parentela da re-immaginare: non già l’alone sacrale di un evo fascinoso e inquietante, ma il problema concretissimo del farsi un futuro.
Difficile non proseguire nel commento di una vita reinventata senza fornire particolari che un po’ guasterebbero la lettura. Eppure, tutto in Mammut è nascosto in piena vista, come nella casa del pastore con cui imbastisce una sorta di bislacca vita relazionale: “Dal pastore è tutto così, gli oggetti non si ripongono nei luoghi chiusi, è tutto esposto sulle superfici piane” (p. 90). Baltasar offre gli indizi di una scelta austera che propizia il proprio fallimento. Eppure, questo limite umano e femmineo diventa via via la consapevolezza piena di uno sforzo costante che solo nella superbia della protagonista trova il principio della propria impossibilitazione. Superbia riconosciuta nel segno di un compiacimento mai querulo, che riconosce il suo scacco: “Non c’è vita da desiderare. Ho commesso un crimine. La vita è il territorio della moltitudine, per questo mi sono disfatta del crimine. Non c’è niente di mio, fuori di me” (p. 121).
A me pare che, tra le molte cose di cui questo libro consente di scrivere, quel che più risalta è l’invito (a tratti pietistico e sempre a contrario) a non intendere mai il soggetto come autosufficiente, a non ricercare autonomia e autarchia, ammesso le si voglia ottenere, nella solitudine di una vita bastevole a sé stessa. Se c’è una cosa che nella protagonista io non trovo è la capacità di successo – all’opposto: ella celebra gli insuccessi come viatico a insuccessi nuovi e più pieni, a uno studiato esercizio dell’errore dopo errore: “Voglio un nuovo esilio, ora che ho sovvertito il vecchio” (p. 121). La ricerca disperata di una bastevolezza cocciuta riporta a nuove e più taglienti insufficienze, alla necessità di riattrezzarsi con nuovi arnesi per far fronte alla vita, in una rete di relazioni difficili ma indispensabili.
Insomma, in Baltasar, poetessa di mestiere, leggo non tanto l’esaltazione di un io che si ritrova nelle fronde fitte della vita primordiale, ma una lotta al “poeta-io”, “quello che ci racconta la sua storia”, come scrive Antonio Porta (Poesia e poetica, in I Novissimi, a cura di A. Giuliani, Einaudi 1965, pp. 193-195). Mammut è un libro tutt’altro che intimista, celebrativo o melodrammatico. Canta piuttosto il rifiuto di iscriversi nella schiera di quanti “si fanno fotografare con il profilo un po’ appuntito sullo sfondo di emblematici fiumi” e offre piuttosto eventi, oggetti, emblemi del vero, vale a dire “la materia da lavorare in modo quasi artigianale” (Porta, Poesia e poetica, p. 194) per chi legge e si frammenta nelle esperienze dolorose della protagonista, sempre procurate da sé, un poco stupide ma mai scioccamente eroiche. Il sigillo di un’arte eteronoma, che accorda un privilegio sincero all’inconcludenza: condanna, ma forse anche virtù, dell’essere umano in ogni epoca.
Mariano Croce insegna Filosofia politica presso Sapienza Università di Roma. Si occupa di critica sociale, postcritica, battaglie LGBTIAQ+ e politiche della trasformazione sociale.
