«Oddio. Lo sai come sono fatta. Come un dado allentato».
C’è qualcosa in Acker, qualcosa che ha a che fare con la nostra fragilità. «Quanto siamo fragili. Non è vero? Tutti noi, ovunque, su questa Terra», scrive Don DeLillo in Zero K (Einaudi, traduzione Federica Aceto), e centra un punto fondamentale, perché è così, esiste un nucleo fragile in ciascuno di noi, una parte di tessuto sempre prossima allo spezzarsi, che ci fa vacillare, che ci spinge a scegliere o meno, a rischiare o meno, che inclina continuamente il piano sul quale ci muoviamo.
Il nucleo fragile che ci fa precipitare nel dolore e nella frustrazione più estrema, che ci solleva nel tremito e ci porta a toccare – qualche volta, mica sempre – la felicità. C’è in Kathy Acker l’evidenza di questo nucleo fragile fatto carne e persona, un nucleo che ha un nome, Janey. Un corpo di ragazza che si muove nel mondo – e tra spazio e tempo – alla ricerca di sé stessa, (dis)orientandosi come può. Janey fa a mazzate, scopa, sputa sangue e sperma, vomita parole, pensieri, passa con il corpo dentro qualsiasi esperienza, e ogni avvenimento fa parte della vita, e ogni accadimento è la vita, costruisce la vita. Janey sogna. Janey si strappa ogni giorno le vesti cucite con la solitudine, la violenza, la tristezza, l’incesto, il dolore, la mancanza d’affetto, la paura, la timidezza, la malinconia; e ne indossa altre fatte di sfrontatezza, ingegno, coraggio, libidine, il dolore (di nuovo, ma diverso), di corse, di bisogno di sesso, di uso del sesso, di scoperta continua del sesso.
Manca sempre una toppa, un bottone, una cerniera, manca il pezzo dell’amore. Janey lo cerca disperatamente, da bambina e da adolescente, lo cerca – più fragile che mai, più forte che mai – come tutti noi. Il modo in cui lo cerca suona forte anche oggi, a distanza di molti anni da quando Kathy Acker ha scritto Sangue e viscere al liceo un bellissimo romanzo di sperimentazione delle estreme possibilità del testo, un romanzo di formazione pure, ma soprattutto di formazione dell’immaginario, un romanzo di decostruzione della forma scritta e l’invenzione di una struttura narrativa diversa, l’unica (forse) in grado di far passare tutti i nostri gradi di fragilità. Per nostra fortuna il libro esce finalmente in italiano per Liberaria, con la traduzione bellissima di Claudia Durastanti e l’introduzione romantica e potente di Tiziana Lo Porto, nella collana diretta da Alessandro Raveggi; collana nella quale abbiamo potuto leggere capolavori come La Parte inventata di Rodrigo Fresán.
Sapevamo che non potevamo cambiare la merda in cui eravamo immersi così provavamo a cambiare noi stessi.
Kathy Acker è artista, scrittrice straordinaria, è sempre andata controcorrente, ha sempre innovato. Non si è mai accontentata di stare dentro a una forma, a una definizione, è sempre stata un passo avanti, diventando nel tempo fonte di ispirazione per artiste o scrittrici – ultimo importante esempio, quello di Olivia Laing -, ma, più di tutto, ha ispirato sé stessa spingendola verso la ricerca continua, l’evoluzione costante della forza espressiva. Amata da Burroughs, tra i suoi ispiratori, sorella – per certi versi –di David Bowie, basti pensare al cut-up. Se per la rivoluzione artistica che va dagli anni Sessanta agli Ottanta pensiamo a New York come comune denominatore, per Acker non possiamo accontentarci di questo. Acker non è mai stata soltanto New York, ma New York è stata in qualche modo Kathy.
Ogni volta che vi pare… fate un passo dentro di me….
Sangue e viscere al liceo, dicevamo, è un libro davvero importante, una sorta di metatesto, è una performance scritta. Durante la lettura, con un po’ di immaginazione si può pensare alle pagine come singoli frammenti che vadano a costituire un percorso all’interno di una mostra; e alle parole scritte, ai dialoghi, alle poesie, ai disegni, già presenti nel libro, aggiungere – Acker approverebbe, perché credeva alla non staticità delle cose – dei video, una Janey che balla di sala in sala, una musica rock in sottofondo, dei punk che entrano all’improvviso, e così via.
Acker ha scomposto la forma perché non c’è linearità nel dolore, nella ricerca, nel sesso, nell’amore. Ci sono curve, deragliamenti, ci sono viaggi, letti, città sotterranee, scarafaggi, muri crepati, ferite che si spalancano e occhi che si chiudono. C’è un mondo che va veloce e una ragazza che lo insegue, che non si adatta, che disegna regole nuove, che usa il corpo per inventare la vita, per mettere la sfrontatezza sopra al pianto, una risata forte che copre uno schiaffo, un calcio, un pugno. Nel libro c’è Genet e ci sono gli sfigati, ci sono i tossici e i materassi lerci sui pavimenti, c’è come una danza ossessiva che toglie il fiato. C’è una scrittrice che ci spiega – a quanto pare è necessario – ancora una volta che essere ragazza o ragazzo non è mai una cosa sola, che sempre ci guida un’emozione, un istinto che sta un pelo sopra la paura, che a quindici, sedici anni preferiamo il dolore di essere noi stessi; è terribile e onesto. Da adulti dimentichiamo, Acker ce lo ricorda.
Ti chiedo solo un’ultima cosa (se ti rimane un minimo di amore per me (se il cloruro di coca non ti ha reso cattivo).
Si resta a corto di fiato durante la lettura, e ci pare di aver viaggiato con Janey, di aver visto con i suoi occhi e capito – come se non lo sapessimo già – che è sempre l’amore che andiamo cercando, solo che non lo sappiamo, solo che le maniere di cercarlo sono migliaia. Abbiamo capito che, in ogni caso, è meglio la giovinezza e che la scrittura non è una cosa che rimane ferma, al contrario si muove, e che fare a meno di una struttura tradizionale significa avere abbastanza immaginazione per pensarne una nuova. Sì, abbiamo viaggiato, imparato un linguaggio e abbiamo amato Janey. Abbiamo amato e continueremo ad amare Kathy Acker.
Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia.
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