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Pubblichiamo un estratto dal nuovo romanzo di Giulio Pedani, Grande fiume senza cuore, uscito per effequ. Ringraziamo editore e autore.

Non era ancora spuntato il sole quando Altea uscì dall’alberghetto in zona Termini. Il concorso si sarebbe svolto a Fiera di Roma, praticamente Fiumicino. Da Termini, sempre che non ci fossero imprevisti, ci voleva un’ora, e aveva il terrore che qualsiasi tipo di intoppo la facesse arrivare tardi. Era solo uno dei tanti, piccoli terrori di cui si sentì improvvisamente preda, tra i quali: il terrore che all’ingresso gli ispettori vedessero la ricevuta che aveva stampato e dicessero ‘no, ci dispiace, la sua iscrizione non ci risulta’; il terrore che la penna Bic nera perfettamente funzionante di cui doveva essere provvista – era scritto nel regolamento – s’inceppasse e non funzionasse più; salendo poi qualche gradino verso apprensioni più apocalittiche, il terrore che le migliaia di persone che avrebbero affollato i padiglioni, improvvisamente perdessero la testa e innescassero un violentissimo tutti contro tutti, il rumore di plastica di migliaia di penne Bic nere che sbattevano contro e aprivano tagli nelle facce dei candidati.

Appena fuori dall’albergo l’uomo della bancarella stava guardando un telefilm indiano al computer. La stessa cosa che stava facendo alle 11, alle 21 e alle 23 del giorno prima. Solo che ora aveva coperto sé stesso e tutta la bancarella con un telone verde per proteggersi dal freddo (o per suggerire che la bancarella, al momento, era chiusa), e da questo bozzolo mostruoso usciva fuori solo la luce verde dello schermo.

Sui pini, migliaia di storni si stavano preparando al risveglio. Su tutto l’enorme piazzale dei Cinquecento persisteva l’odore del loro guano.

Alle 6.00 un fiume di persone silenziose camminava a testa bassa sugli interminabili tapis roulant (guasti) che congiungevano la metro Piramide con la stazione Ostiense.

Alle 6.45 il treno partì da Ostiense in direzione Fiumicino. Raggiunse Trastevere, la Magliana, Muratella e, ormai in un’aperta, degradata campagna, arrivò a Fiera di Roma, dove si svuotò. L’esercito di candidati uscì dal treno e cominciò a procedere verso i padiglioni. Avanzando all’alba, lentamente, insieme a migliaia di altre teste verso gli ingressi di una fiera, Altea si sentì un capo di bestiame còlto nel fiore degli anni.

Alle 7.15 l’esercito di candidati venne convogliato dentro un capannone gigantesco. Ognuno dovette lasciare il proprio telefono e gli effetti personali, e Altea fece due calcoli: il guardaroba aveva il costo di due euro; sommato ai dieci dell’iscrizione, costituiva un indotto base di due milioni e quattrocentomila euro; senza contare la percentuale di fatturato della Bic e i probabili accordi tra le parti.

I primi a terminare le procedure si assieparono davanti alle porte di uscita e sostarono in piedi, in attesa che le porte si aprissero, mentre il capannone si riempiva di altre decine, centinaia, migliaia di candidati che ingrossavano le code ai guardaroba e ai controlli di sicurezza.

Alle 7.45 la folla era ancora disciplinata e silenziosa. Qualcuno si era fatto dieci ore di bus notturno dal Salento, altri una notte di nave dalla Sardegna. Molti sembravano dei sonnambuli, altri ancora avevano esagerato col caffè. La maggior parte stava immobile, in silenzio. Tutti erano vittime dello spaesamento, in alcuni casi dell’angoscia, per essere rimasti da soli senza il proprio telefono.

Alle 8.15 davanti ad Altea si formò un gruppetto di quattro persone. Non si conoscevano fino a pochi minuti prima, e ora ammazzavano il tempo insieme. Sarebbero diventati amici? Lo sarebbero rimasti negli anni? Il gruppetto era composto da un siciliano dall’aria simpatica che disse «A me interessa il posto perché mi piace girare in macchina nei boschi»; un lombardo saccente che non riusciva a non iniziare ogni frase con ‘Io’; uno studente di ingegneria marchigiano che disse «Mi è piaciuto di più quando sono venuto qui per il Motor Show»; un quarantenne laziale coi basettoni.

Alle 8.23 il marchigiano si rese conto di non avere la penna e fu colto da un attacco di panico. Il siciliano aprì una tasca e tirò fuori dieci penne nere. «Scegli pure».

Alle 8.30 le porte si aprirono. Le migliaia di candidati furono smistate in vari padiglioni, secondo le iniziali del cognome. Dentro il padiglione di Altea si aprì una distesa immane e perfettamente geometrica di tavolini singoli, ognuno con apposita sedia. Decine di addetti scortarono ogni candidato verso il suo posto.

Alle 9.00 tutti i candidati del suo padiglione (mille? Duemila?) erano correttamente seduti. Sul tavolo si potevano tenere solo la penna Bic nera e il proprio documento.

Alle 10.00 era passata un’ora senza che succedesse nulla. Tutti seduti, in silenzio. La maggiore attrazione era osservare le persone che attraversavano il padiglione in marcia verso i bagni e le persone che attraversavano il padiglione di ritorno dai bagni.

Alle 10.30 molti dormivano con la testa ripiegata verso il petto e coperta da un cappuccio. Alcuni andavano e venivano dal cesso senza più una ragione, forse solo per dare un senso al passare del tempo.

Alle 10.48 Altea pensò che in futuro la costrizione a restare per alcune ore al giorno senza il proprio telefono sarebbe stata proposta come terapia di massa; a meno che non esistesse già.

Alle 11.10, dopo due ore e dieci di stasi, prese la parola un dirigente del Ministero. Portava capelli lunghissimi e stirati che spiovevano sulla schiena, non così diversi da quelli di un componente degli Europe. Il microfono era collegato a un impianto audio di qualità pessima, e per seguire le istruzioni e le regole che stava elencando era necessario fare uno sforzo di decrittazione uditiva, e tendere l’orecchio come antilopi in allarme.

Alle 12.00 Altea pensò che se i quesiti del test di preselezione avevano una qualche attinenza con il futuro lavoro da svolgere, a chi avrebbe vinto il concorso i visitatori dei parchi e delle riserve naturali avrebbero chiesto: “Quale numero è da eliminare dalla seguente successione? 1, 5, 8, 12, 15, 19, 20, 22, 26, 29, 33”. Oppure: “Se 13 persone si stringono la mano e ognuna stringe la mano a tutte le altre, quante saranno complessivamente le strette di mano?”. Oppure: “A seguito di un costante allenamento, negli ultimi tre mesi, Luigi ha ridotto il tempo di percorrenza di una certa distanza del 20% al mese. Se inizialmente Luigi copriva la distanza in 4’10’’, quanto tempo impiega ora?”

Alle 12.15, finito il test, ultimate le operazioni di recupero fogli e completato l’iter organizzativo, il componente degli Europe disse al microfono: «Potete alzarvi e uscire. Ci raccomandiamo di non correre».

Alle 12.30 Altea si ritrovò schiacciata dentro un fiume umano che procedeva di un metro al minuto cercando di sfociare nel piazzale antistante i padiglioni.

Alle 13.00 era tutto finito e Altea saltò sul trenino verso Tiburtina, e dopo si sentì in colpa per non aver fatto il biglietto. Siccome nei due giorni romani ogni particolare logistico si era incastrato con perfezione giapponese, non voleva in alcun modo macchiare questa sensazione esaltante con una contravvenzione. Scese quindi a Muratella per fare il biglietto. A Muratella però non c’era niente se non un’area palustre di notevoli dimensioni, magari anche interessante a livello ambientale; e, in ogni caso, nessuna biglietteria e nessun distributore di biglietti. Salì sul treno successivo, sempre senza biglietto. Dopo due fermate, salì anche il controllore. Altea era pronta a sfoderare la classica serie di scuse, il concorso, la folla, la deconcentrazione, i capi di bestiame, i capannoni, l’area palustre al posto delle biglietterie elettroniche, in Germania avrebbero…, invece il controllore le chiese soltanto dove dovesse arrivare.

«Tiburtina».

«Dammi un euro».

Sul treno verso il Nord Altea ripensò a un assurdo quesito della prova. Cos’era, geografia? Storia? Cultura generale? Riguardava la città di Numanzia: Era stata una città greca, cartaginese, egizia o romana? Altea, incredibilmente, lo sapeva. Nel secondo secolo avanti Cristo i romani comandavano sull’intero bacino del Mediterraneo, ma Numanzia, orgogliosa città del nord della Penisola Iberica, non si era arresa al loro dominio, e li aveva scacciati. Alla fine, nel centotrentaquattro avanti Cristo, i romani persero la pazienza. Il senato inviò Scipione Emiliano, il grande generale che aveva appena distrutto Cartagine, e con lui un esercito di trentamila soldati. Scipione arrivò a Numanzia e scelse di non combattere. Costruì una fortificazione tutta intorno alla città, isolandola completamente. Dopo un anno i viveri finirono, e Numanzia, stremata, si arrese. Mentre il treno risaliva la Valtiberina, tra le frequenti apparizioni delle curve del fiume orlate di verde, pensò che, nelle fasi di forza interiore, era giusto essere con sé stessi come Scipione con Numanzia: individuare i propri limiti, i punti deboli; accerchiarli, circoscriverli, impedire loro di contagiare altre parti e di estendersi; infine, dopo averli confinati, sopprimerli. Ma prima o poi sarebbero arrivate la precarietà, la debolezza, il dubbio. E allora si doveva essere pronti a fare come Numanzia con Scipione: accettare di perdere, arrendersi. Aprirsi.

Non sapeva dove potesse aver conosciuto la storia di quella città, ma fu quasi sicura, mentre lo sguardo provava a farsi strada oltre i riflessi del vetro sporco e si perdeva nella valle del vecchio fiume latino, di averla sentita raccontare da bambina.

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