di Mariachiara Rafaiani

C’è un momento, nell’ultimo libro di Colm Tóibín – Il Mago (Einaudi) – in cui il protagonista della storia, Thomas Mann, esule in Svizzera dopo l’avanzata dei nazisti, inizia a temere che i suoi diari, lasciati nella sua casa di Monaco, possano essere finiti in mani sbagliate. Lo scrittore è ancora ottimista rispetto a un suo possibile, magari imminente ritorno a Monaco, dove rimane ancora il figlio Golo. Thomas inizia a riflettere: quei diari potrebbero comprometterlo. Più ci pensa e meno riesce a darsi pace: quelle pagine potrebbero causargli un terribile danno d’immagine e compromettere la sua irreprensibile reputazione. Cosa c’è di così rischioso nelle pagine di quel diario? Un racconto breve, dove si descrive la storia d’amore – sostanzialmente platonica – di Thomas con un ragazzo molto giovane, Klaus Heuser, conosciuto durante una vacanza di famiglia sull’isola di Sylt, nel mare del Nord. Non solo: nel diario si trovano descrizioni di un’attrazione incestuosa nei confronti del proprio figlio Klaus. Quei diari non devono essere visti da nessuno.

Chiede allora a suo figlio Golo di prenderli dalla cassaforte – senza leggerli – chiuderli in una valigia e inviarli in gran fretta a Lugano. Ma questa valigia a Lugano non arriva mai. Quando anche Golo lascia Monaco, il grande scrittore viene a sapere che il figlio aveva affidato il compito di spedire la valigia proprio a uno degli autisti che lo ha tradito, confidando ai nazisti la sua intenzione di lasciare la Germania. Thomas cade nel più profondo sconforto: perché aveva scritto quelle cose? Perché si era preso il rischio così grande (qualcuno potrebbe aggiungere: rischio inutile) di mettere su carta certi resoconti così inconfessabili?

Tóibín scrive così: “Non riportare sul diario il messaggio trasmesso dall’energia segreta di uno sguardo sarebbe stato impensabile. Voleva che una cosa tanto fugace diventasse concreta. E perché questo accadesse, non conosceva altro modo se non metterlo per iscritto. Avrebbe dovuto farla passare sotto silenzio e lasciare che quella, la storia della sua vita, sbiadisse completamente?”. Quando finalmente la valigia viene ritrovata e Thomas sta per riceverla a Lugano, il suo pensiero non è neanche stavolta quello di distruggerla appena possibile. Piuttosto “non vede l’ora di leggere ancora una volta quello che aveva scritto su Klaus Heuser”.

Nulla è così prezioso e così raro come il sentimento dell’eccitazione: scatta fra gli esseri umani per ragioni il più delle volte incomprensibili e misteriose. E il sentimento letterario, la passione che scatta nei lettori nei confronti degli autori che eleggono a loro favoriti, soprattutto quando la posta in gioco è lo stile, altro non è, a mio parere, che il sentimento sottile di un’eccitazione letteraria. Che poi, se ci si pensa, si concretizza nei mille feticismi che provoca l’oggetto libro, come quello per la carta, le copertine, per le fascette, per le edizioni, per i libri nuovi, per i libri antichi, per le cose che i lettori venuti prima di noi hanno lasciato nei libri, e molto altro.

Ci s’innamora dell’autore, della sua lingua o dei suoi personaggi: ed è difficile la separazione. So di moltissimi, lunghissimi lutti portati dopo aver letto l’ultima pagina di Alla ricerca del tempo perduto: nessun libro sarebbe stato più come quello, nessun autore eguagliabile. L’ho portato anche io quel lutto, ed è finito solo quando mi sono trovata fra le mani La riva delle Sirti di Julien Gracq – “un imitatore” potremmo dire. C’era qualcosa nello stile di Gracq che suonava come un vivente omaggio a Proust, che dava la certezza che quell’incredibile esperienza stilistica ed erotica non era e non sarebbe mai stata dimenticata. E poi ne sono definitivamente uscita leggendo Le Benevole di Jonathan Littell: ma un altro lutto mi attendeva per la perdita di Max Aue. Anche quel libro in fondo cos’era se non il disperato tentativo di Littell di abitare ancora un po’ L’uomo senza qualità di Musil, per “concludere” ciò che lì era rimasto inconcluso e andare oltre? Rimanere ancora fra le sue pagine, realizzare quell’innominabile incesto di cui non abbiamo potuto conoscere gli esiti.

Per questo, credo che quando il personaggio Thomas Mann si domanda perché mai sia stato così folle da scrivere pagine tanto pericolose, a porsi quella domanda sia lo stesso Colm Tóibín: perché riscrivere, attraverso un meticoloso lavoro sulle fonti, la storia dell’autore tedesco? Per conservare, emulare, rendere omaggio: dare concretezza al suo innamoramento letterario. Perché la letteratura ci permette di tenerci vicine le cose che amiamo.

D’altra parte, chi non è rimasto folgorato leggendo per la prima volta I Buddenbrook? Chi non avrebbe voluto restare un po’ di più in compagnia di quella famiglia? Le prime trenta pagine di Il Mago ci riportano proprio fra le risate, gli alterchi, le voci di quella casa e di quella famiglia di Lubecca: siamo di nuovo con loro, con i Buddenbrook. Mentre, ormai lontano da Lubecca e dall’azienda di famiglia, Thomas Mann cerca, scrivendo quel primo, strepitoso romanzo, di salvare il suo passato – vittima già in modo irrimediabile a ventitré anni del sentimento del tempo – Tóibín cerca a sua volta di salvare Mann, nell’unico modo con cui si può salvare una stagione della propria vita: facendone rivivere l’immagine.

Così come la vita dello scrittore tedesco sarà molto diversa, molto più dura, molto più complessa di quella di finzione che racconta nel suo libro, così la biografia di Tóibín restituisce un’immagine parziale e senza dubbio limitata del suo protagonista. Il personaggio si discosta dal suo autore, diviene bidimensionale, meno interessante, ma al tempo stesso ne esalta la dimensione umana: tutti gli scrittori sono meno accattivanti delle loro opere, tutte le vite mettono in ballo una serie di elementi umani, ripetitivi, uguali per tutti, che in letteratura possono essere con un solo tratto d’inchiostro tagliati e gettati via. Il fratello di Thomas, Heinrich, nel romanzo dice a proposito dei Buddenbrook: “Penso che i romanzi non dovrebbero parlare così ossessivamente della vita privata”. Proust risponderebbe: “Tuttavia, la nostra vita non è separata dalle nostre opere”. Vale tanto per un memoir quanto per un romanzo di fantascienza. L’autobiografia come motore letterario è solo una delle tante mode, una scorciatoia di esplicazione che ricorda sempre la stessa regola impietosa: la scrittura ci mette sempre a nudo.

La seconda metà di Il Mago racconta quella parte della vita dell’autore tedesco che fu tutta segnata e determinata dal nazismo. Thomas tentenna, è contrario al regime; tuttavia teme che i suoi libri vengano vietati in Germania. La cosa lo preoccupa: sono i tedeschi infatti il pubblico per cui ha pensato ogni parola che ha pubblicato: “Avrebbe perso i lettori tedeschi. Le parole che stava scrivendo sarebbero morte sulla pagina”. Ma a un certo punto non schierarsi apertamente è impossibile, e Mann decide di scagliare un attacco feroce contro quel potere che sta cambiando per sempre il volto della sua nazione: “Avrebbe parlato ai nazisti usando tutti i sistemi a disposizione […]. Li avrebbe subissati di principali e subordinate, proprio loro che erano guardati con timore e fredda ostilità da chiunque credesse nella libertà e nel progresso. […] Avrebbe chiesto, quasi non esistesse risposta all’altezza, come uno scrittore, abituato alla responsabilità nei confronti del mondo, potesse restare in silenzio di fronte allo spaventoso pericolo che quel regime straziante rappresentava per l’intero continente”. La scrittura diviene la sua arma – l’unica che impugnerà per tutta la vita. Nonostante questo, nonostante la scrittura, nonostante le fasi che portano l’autore premio Nobel alla composizione delle sue opere costituiscano il fil rouge della narrazione, nel ritratto che di Mann fa Tóibín non è quasi mai in scena il grande autore, ma l’essere umano: lo spazio di una figura attuale, vitale, complessa, contemporanea.

Tóibín attraversa la vita dello scrittore rendendolo accessibile, abitabile, rispondendo più a una propria necessità espressiva che a una volontà pura di biografismo. Nell’estremo tentativo di salvare i maestri – o di scrivere come loro – qualcosa non può che andare storto: si aprono crepe, si rischia, si emula, si fallisce. Ma sono i migliori fallimenti: quelli ispirati dall’amore, dall’adorazione, da quel disperato desiderio di salvare le cose che può essere, a volte, la Letteratura.

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1 commento

  1. Un pezzo molto bello, approfondito e pieno di sottigliezze. Complimenti.

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