Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un estratto da Al mondo prossimo venturo di Edoardo Pisani, pubblicato da Castelvecchi

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Il Maestro sosteneva che il romanzo, a differenza della poesia, era un genere artistico ormai moribondo, se non già morto e sepolto. Per lui i grandi libri del Novecento vi si ribellavano, cercando nuove vie narrative, giocoforza più simili alla poesia o alla saggistica o alla filosofia che ai romanzi. L’Ottocento era finito, e il Novecento era un secolo troppo confuso e feroce per essere racchiuso in un romanzo tradizionale; e poi c’era la tivù, che guastava tutto, che rendeva ogni scrittura obsoleta, non letta, ignorata, bistrattata perfino, e c’erano i computer. A che pro raccontare una storia che nessuno leggerà e amerà mai? A cosa serve scrivere nel deserto, come parlando da soli? Tolstoj era Tolstoj e noi siamo noi. Il destino dell’umanità, il futuro di ogni uomo, non include necessariamente la riflessione su di sé e sugli altri propria dei romanzi, sosteneva il Maestro, e in ogni caso dopo Tolstoj e Cervantes e Dostoevskij e Stendhal e Flaubert e Proust e insomma dopo tutti i grandi romanzieri e romanzi succedutisi nel tempo non resta granché da dire; non resta niente da dire. E poi il romanzo è un genere infantile, sorpassato. Qualsiasi narrazione è una sfida persa in partenza, un errore. La marchesa uscì alle cinque e fu impiccata alle cinque e un quarto.

Io non la vedo allo stesso modo. Se è vero che Tolstoj era Tolstoj e che noi siamo noi, è anche vero che ogni storia, dalla più impersonale alla più sciatta, è una storia dell’io, e che dunque ogni racconto ci riguarda, ogni racconto siamo noi. Perciò ho dovuto scrivere questo romanzo in terza persona, come Tolstoj, e al presente indicativo, perché il romanzo è vivo e il presente è universale, mentre il passato remoto (egli entrò, ella disse) è un tempo personale, che riguarda solo i personaggi a cui si riferisce e che quindi muore nell’atto stesso della scrittura. Ciò che accade ora, questa stessa frase, accadrà per sempre, perché sulla pagina non smette mai di accadere e di protrarsi nella lettura, mentre ciò che è accaduto un tempo, il passato remoto, è subito finito e morto e sepolto. Così spero di aver aggirato la cosiddetta morte del romanzo, che in realtà è la pigrizia del lettore contemporaneo; forse non basta. Comunque avrei voluto rispondere al Maestro, quella notte di tanti anni fa, mentre sfogliava Guerra e Pace e brontolava, ribattere alle sue deboli teorie sulla morte del romanzo e sull’inutilità di ogni storia scritta; avrei voluto correggerlo. Lo faccio adesso. In un romanzo, dal momento che niente è reale, tutto è realizzabile, realtà compresa. Per questo la letteratura è necessaria, perché reinventa e spiega e assale il mondo e il male e perché il futuro dell’universo, il destino di ogni cosa, si nasconde e si salva proprio nel linguaggio, nella parola distrutta e ricreata a ogni periodo, a ogni narrazione, evolvendo e tradendosi fino a scomparire, fino al silenzio ultimo. Chissà se tutto questo ha senso. Ad ogni modo, quanto al non (poter) essere Tolstoj, preferisco i difetti di una scrittura reale alla mancata perfezione di una scrittura artificiosa, e in fin dei conti neanche Tolstoj era Hugo e Hugo non era Shakespeare e Shakespeare non era Dante e Dante non era Dio (che pure scrive) e purtroppo Dio non è l’Universo e l’Universo non è nessuno. L’Universo non scrive. Perciò il romanzo, finché è immaginato, vive – perché l’uomo sognerà per sempre un proprio universo inesistente a cui dare la parola.

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5 commenti

  1. Un po’ un’infilata di luoghi comuni, sia in un senso che nell’altro. E perché no, almeno si è sicuri che il lettore capisce.
    Piuttosto mi incuriosisce una frase: “e in fin dei conti neanche Tolstoj era Hugo”. Si intende che il narratore considera Hugo superiore a Tolstoj? Pura curiosità. In generale non sono per le graduatorie, fanno parecchio manuale di lettere. Però in questo caso mi sembra che si scazzino completamente le proporzioni.

  2. Grazie per il commento. Premetto che nel brano è un personaggio a parlare e non io. Sono quindi opinioni del Maestro e del protagonista del romanzo, Giorgio: due personaggi, ripeto. Non difendo le opinioni dei miei personaggi. In alcune cose – nel secondo paragrafo – sento comunque vicine queste parole. Tuttavia anch’io sono contro le graduatorie nell’arte, come ho avuto modo di scrivere altrove (in un pezzo contro Harold Bloom, proprio su questo sito; Bloom infatti categorizza tutto; Bolaño, o meglio il personaggio Ernesto San Epifanio, lo parodia spassosamente ne I detective selvaggi).

  3. ” Sono quindi opinioni del Maestro e del protagonista del romanzo, Giorgio: due personaggi, ripeto.”
    Infatti: io non ho mica detto che sono le sue – anche perché sarebbe un po’ comico, essendo le due serie volutamente contraddittorie. Io ho parlato di narratore, non di autore. Quello che lei ci dice essere il protagonista del romanzo è anche il narratore, almeno limitatamente a questo estratto. Il narratore riferisce le opinioni del Maestro e le sue proprie sul destino del romanzo. Entrambe risultano un pelino scontate/banali. Niente di più. Anche se, ovviamente, ai due personaggi le opinioni, in quella forma, gliele mette in bocca lei, ed è evidente, semplicemente a partire dalla scelta dell’estratto, che a queste opinioni si vuole dare un certo rilievo.
    Ma non ha risposto alla mia domanda: Lei che lo conosce bene – Giorgio considera davvero Hugo superiore a Tolstoj?

  4. Giorgio è – a questo punto del libro, ma non vorrei rovinare la sorpresa a chi intende leggerlo – uno scrittore. Si tratta quindi di una persona di una certa cultura letteraria, che sa quel che scrive. L’ordine degli autori citati non è casuale e risponde non tanto a “grandezze” diverse quanto a criteri di influenze e di modelli. Da chi era influenzato Tolstoj? In una lettera del 1891, temo non tradotta in italiano (o comunque irreperibile: io l’ho letta in francese), scrive di essersi formato anche sulle opere di Victor Hugo, citando con ammirazione Notre-Dame de Paris e I miserabili. Aggiungo che pure il nome di Shakespeare dopo quello di Hugo non è casuale: Hugo stravedeva per i drammi scespiriani, gli dedicò un intero libro. Quanto a Dio, mi rifarei invece a Emil Cioran (che scrisse – e il Maestro ne parla al mio protagonista – delle belle pagine proprio su Tolstoj: dunque tout se tient), ma il discorso sarebbe davvero troppo lungo.

  5. Ah, ok, influenze e modelli. Tutto chiaro, grazie, tout se tient.
    Ed è proprio vero: nella lista dei quarantasei libri che lo hanno particolarmente colpito, e che nel 1891 Tolstoj invia a un editore che gliela aveva richiesta, compaiono effettivamente, fra gli altri e più disparati, anche Notre-Dame de Paris e I miserabili.

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