Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un estratto (tratto dal capitolo Piove all’insù: perché il possibile non diventi necessario) dal saggio di Elia Faso dedicato a Luca Rastello, La vivisezione. Responsabilità e scrittura in Luca Rastello, pubblicato da Mimesis.
Giovedì 9 maggio alle 21, Elia Faso presenta il libro con Mariolina Bertini e Antonio Galetta presso la Sala Molinari, Biblioteca Natalia Ginzburg di Torino in occasione del Salone OFF e in collaborazione con la libreria Trebisonda.
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L’esigenza del romanzo Dopo anni in cui si era dedicato soprattutto alle inchieste – per l’“Osservatorio sui Balcani”, per “Diario”, per “la Repubblica” – e al lavoro redazionale – direttore dell’“Indice” nel biennio 2000-2001, poi redattore di “la Repubblica”, nel 2006 Rastello pubblica con Bollati Boringhieri il romanzo Piove all’insù; questo secondo libro arriva inaspettato anche per l’argomento e la forma, che sembrano molto diversi rispetto alla Guerra in casa. Tre anni dopo la pubblicazione, intervistato sulla genesi del libro, l’autore fornisce una sorta di autocommento:
All’inizio non avevo in mente un romanzo, ma un’inchiesta sul golpe Borghese, perché mi ero fatto la convinzione, leggendo dei libri e rielaborando degli elementi di memoria, che la tesi ufficiale su quei fatti (quella per cui i responsabili erano un pugno di fanatici e sradicati, al comando di un personaggio un po’ da operetta come il “principe nero”) non fosse plausibile, ma che tutto l’esercito italiano in qualche modo doveva esservi coinvolto. Per cui volevo approfondire la cosa e mi sono messo alla ricerca di quello che era disponibile, a partire dagli atti della Commissione parlamentare sulle stragi. Senonché, mentre procedevo a quel lavoro, mi tornavano alla mente delle cose, dei pezzi di memoria personale che avevano a che fare con quello che stavo cercando di ricostruire. Cose strane, che riguardavano la mia famiglia, mio padre e il suo lavoro nell’esercito […]. Insomma, anche se a piccoli pezzi, veniva fuori un po’ tutto il quadro della strategia della tensione, che si incastrava con i miei ricordi dell’epoca, con la memoria dei movimenti di quegli anni.
Rastello riporta a una prima fase compositiva l’ispirazione giornalistica e la ricostruzione delle manovre politico-militari che portarono al tentato “golpe Borghese”: caratteristiche comuni a molte inchieste e a molta letteratura di genere (romanzi storici, noir), influenzate dal “successo mediatico della Grande Storia”. Queste scritture mescolano spesso i destini generali con vicende familiari e private; altrettanto spesso, però, producono un effetto consolatorio, che banalizza sia il coinvolgimento dei privati nella politica italiana, sia i difficili passaggi storici solitamente ridotti a un complotto onnipotente e imbattibile oppure a un trionfo della legalità sugli “anni di piombo”. Ma in ciò che l’autore aggiunge poco dopo nell’intervista c’è già un primo scarto:
In quel periodo (siamo nel 2002) una persona che mi sta molto a cuore aveva perso il lavoro, era stata licenziata, e si trovava in una situazione difficile, di smarrimento – si potrebbe dire – della propria identità sociale. E quindi capitava che, parlandone insieme, ci ponessimo delle domande che ci riportavano al passato, agli anni settanta, a come eravamo allora e a quello che era successo dopo, a noi e a tanti nostri amici e compagni. Ci chiedevamo: “ma come siamo diventati così?”, “perché accettiamo e subiamo delle cose per cui un tempo ci saremmo ribellati?”. E da lì sono venuti fuori ricordi, impressioni, una sorta di colata lavica della memoria. A quel punto ho deciso che volevo fare un lavoro diverso, provando a intrecciare tutti questi elementi.
Il focus del racconto non è puntato solo sugli anni Settanta, ma anche dislocato in un presente che con quegli anni deve fare i conti, per verificare cosa c’era di valido e cosa di velleitario allora, per comprendere quali sono le continuità e le discontinuità rispetto al passato. In più, non è solo l’atto di rimemorazione individuale che incita al racconto, ma il dialogo con una persona che “sta molto a cuore”: è la rappresentazione della scrittura per un tu che sembra mettere in moto la macchina romanzesca.
Come ha scritto Giglioli nella sua recensione, già da queste esplicite dichiarazioni dell’autore suona “comprensibile” ma “in qualche misura riduttivo” il giudizio con cui molti recensori hanno salutato l’uscita del libro, e con cui sembra volerlo canonizzare Cortellessa nella sua antologia sui Narratori italiani degli anni Zero: Piove all’insù sarebbe “il romanzo degli anni Settanta”, o almeno uno dei migliori su quel decennio. Tale giudizio risulta ancor più riduttivo se sottoposto alla verifica del testo: sia per la costruzione della trama, sia per il genere stesso a cui apparterrebbe il libro.
Se la si considera dal solo punto di vista quantitativo, la rappresentazione delle vicende del protagonista sembra trovare un suo nucleo nel Settantasette, attorno a cui gravita l’intreccio con una cronologia non lineare che coinvolge gli anni precedenti e successivi; ma, prendendo in considerazione altri fattori, proporrò un’interpretazione diversa della struttura narrativa del romanzo e del ruolo del suo protagonista: è vero che la traiettoria del racconto orbita intorno agli anni Settanta, ma compie un giro più largo che, fra gli altri effetti, ha quello di rovesciare l’importanza della soggettività insieme ingombrante e debole del protagonista per lasciare le decisive scene finali alle scelte del padre, fino a quel momento rimasto dietro le quinte. L’etichetta “romanzo degli anni Settanta” sembra stare stretta a Piove all’insù, tanto più se concentrandosi sul rapporto fra il protagonista e suo padre lo si avvicina ai romanzi familiari degli ultimi decenni studiati da Gabriele Vitello, spesso portatori di rappresentazioni psicologicamente e ideologicamente banalizzate degli “anni di piombo”; sarà meglio considerarlo un romanzo senza ulteriori attributi, se all’abusato termine “romanzo” si restituisce uno dei suoi sensi più proficui, quello di arte che tenta di raffigurare “la totalità estensiva della vita”, di tecnica linguistica e narrativa che grazie alla mimesis permette agli esseri umani di prendere “coscienza di sé in quanto esseri particolari, gettati nel tempo, collocati in un mondo e posti in mezzo agli altri”. Ha ragione Giglioli nell’osservare che
Piove all’insù, con la sua tenace volontà di riannodare i fili delle responsabilità, di riconoscere la propria identità negli errori che è stato non inevitabile ma giusto commettere (nessun orgoglio da reduce, nessun torcersi le mani da pentito), così isolato e atipico in un’Italia invasa dai noir, dalle cronache familiari e dai reportage, non è affatto il romanzo degli anni settanta. Non a tutt’oggi, almeno: quella generazione deve ancora meritarselo, come tutte, del resto.
Dello stesso parere è Tirinanzi De Medici, che così chiude l’analisi del libro di Rastello: “Piove all’insù è un grande romanzo e un atto di fiducia verso il romanzo”. L’esigenza di scrivere un romanzo in senso forte si ricava anche a contrario: Rastello avrebbe potuto fermarsi al suo primo proposito di fare un’inchiesta sul “golpe Borghese”, e non si è dato al romanzo per risparmiarsi la fatica della verifica dei fatti, o per confezionare uno dei tanti intrecci narrativi fra vita pubblica e privata. Per fugare ogni dubbio sulla sua precisione cronachistica e storica, basta leggere i molti articoli da lui pubblicati su diversi giornali e riviste dagli anni Novanta in poi (in parte raccolti da Morbello nel postumo Uno sguardo tagliente), le ricostruzioni storico-giornalistiche della Guerra in casa, i libri più vicini all’inchiesta e al saggio come Io sono il mercato, La frontiera addosso e Binario morto, che ad anni di distanza rimangono importanti per chi voglia informarsi in modo dettagliato ed esauriente rispettivamente sul traffico di cocaina, sulla negazione del diritto d’asilo e di cittadinanza in Italia e in Europa, sui fallimenti socio-economici legati al cosiddetto “Corridoio 5” che avrebbe dovuto collegare Lisbona a Kiev e contenere la tratta Torino-Lione.
Lo stesso Piove all’insù è molto accurato nella resa della vita pubblica italiana, tanto che diversi studiosi riconoscono nel romanzo una delle migliori ricostruzioni del movimento del Settantasette: anche in questo il libro si distingue dai tanti noir e romanzi storici che, nonostante la loro “ossessione per i ‘fatti realmente accaduti’”, raccontano storie “irrimediabilmente falsificate e ridotte a mito metropolitano”. Ma la precisione storica è solo una delle componenti di Piove all’insù, su cui forse si rischia di insistere troppo lasciando in secondo piano le microstrutture stilistiche e le macrostrutture narrative che lo rendono il romanzo di Rastello, diverso dalle sue opere di non-fiction e dai Buoni, libro significativo per la resa formale e per i temi affrontati ma forse meno riuscito come romanzo.
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