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di Stefano Modeo

È stato pubblicato recentemente il romanzo di esordio di Fabio Boccuni La settimana decisiva. Memorie dall’ultima fabbrica (bookabook 2024).
Il libro racconta la vicenda di Luca Russo, operaio di un’acciaieria, il quale decide di scrivere, attraverso un dettagliato romanzo-memoriale, la vita e poi la morte dell’ultima fabbrica di acciaio del Paese. La storia che si snoda tra passato e presente-futuro, ovvero il 2027, chiaramente rimanda alle recenti vicende di Taranto e dell’ex Ilva, al suo conflitto drammatico tra salute e lavoro:

«Ogni colata d’acciaio, ogni bramma solida, ogni rotolo, ogni tubo, ogni singolo respiro della fabbrica, aveva fatto dormire sonni più tranquilli a migliaia di famiglie: il mangiare, la casa, lo studio e il vestiario dei propri figli, la macchina nuova, le vacanze quando si poteva e, perché no, anche qualche inutile sfizio figlio del nostro tempo fatto di consumismo sfrenato. Tutto grazie a quegli ingranaggi, tutto grazie a quei fumi che chissà quali porcherie immettevano nell’aria, nella terra, nel mare, nel cibo che mangiavamo e di conseguenza anche dentro i nostri corpi. Soldi di acciaio, soldi di fumo e vapori, soldi sporchi di fatica, soldi d’amore, soldi che puzzavano di sudore, soldi di rabbia, ma soprattutto soldi necessari per vivere, per sopravvivere anzi, per tirare avanti come meglio si poteva. Come se fosse un pegno da pagare: la fabbrica prima ti salvava e ti dava da mangiare, dopo ti condannava e ti dava da morire. Non si poteva farci niente, decideva tutto lei, non si poteva far altro che piegarsi ai suoi capricci. […] Me l’ero chiesto spesso, senza mai trovare una risposta definitiva: le fabbriche avevano un’anima? Un’anima propria intendo, un’anima distaccata dai fumi dei capannoni e dai suoi stessi ingranaggi. Non ne sono mai venuto a capo.»

La fabbrica, vera protagonista di questo libro, segna la sorte di tutto: della città, dei suoi abitanti, ricchezza e declino, destini individuali, familiari, collettivi. L’anima della fabbrica è un’entità dotata di vita propria, incorporea con cui pare impossibile fronteggiarsi, averla vinta. Tutto il libro di Boccuni è attraversato da questa tensione infinita tra operai e fabbrica; ambientalisti e fabbrica; città e fabbrica; persino scrittura e fabbrica. L’acciaieria si impone con tutte le sue contraddizioni e s’insinua nella vita di tutti, generando in Luca Russo un’infinità di interrogativi irrisolti. Ma è proprio questa apertura verso l’interrogazione della realtà, verso la problematizzazione psicologica e intellettuale, l’aspetto che rende interessante questo libro, poiché consente di smascherare e raccontare, oltre tutte le pericolose semplificazioni e i facili slogan, la complessità della questione industriale a Taranto. Boccuni per mezzo di Luca Russo lo fa con estrema pazienza, ripercorrendo tutta la storia degli ultimi quindici anni e lo fa dall’interno, da una prospettiva per noi, abituati a leggere la fabbrica sempre dal di fuori, spesso inedita: quella dello scrittore operaio.

Attraverso l’espediente narrativo della consegna a un editore del proprio manoscritto, Luca Russo racconta la storia di generazioni di operai che si sono succedute dalla proprietà statale sino a quella privata per arrivare a quella franco-indiana e terminare nuovamente nelle mani dello Stato. In questa lunga storia migliaia di maestranze si sono date seguito: è la storia di una classe di lavoratori, delle loro fatiche e capacità, dei loro sacrifici e della difesa dei propri diritti. Lo stesso Luca Russo è un sindacalista, per buona parte del libro vive la fabbrica come l’ultimo baluardo da difendere di fronte a un mondo completamente sordo ai diritti dei lavoratori e per cui ogni conquista è in realtà un compromesso a ribasso per scongiurare il peggio. Numerosi sono gli scioperi che attraversano il libro, numerose sono le morti bianche, le contrattazioni, la sensazione di essere sempre di fronte a un momento ultimo, decisivo. Ad aumentare la solitudine di questa condizione sempre estrema c’è il mondo di fuori, quello degli ambientalisti che sotto la propria altrettanto legittima ragione, quella del diritto alla vita, alla salute, si pongono però su un piano di incomunicabilità con tutto ciò che vive dentro e per mezzo della fabbrica. E proprio su questo cortocircuito il libro descrive una realtà incontrollabile, ingestibile per chi la vive, mentre incomprensibile o quasi disinteressata e fredda per i governi nazionali che si succedono.    

Leggendo questo libro viene inevitabilmente da pensare a La dismissione di Ermanno Rea e numerose sono le pagine in dialogo con il libro di Boccuni. Penso ad esempio a quando il protagonista Vincenzo Buonocore a proposito della fabbrica di Bagnoli in dismissione racconta: «Ma più noi le davamo sotto a colpi di maglio, più lei resisteva: avevi voglia di sbullonarla o ridurla in pezzi. Sembrava infinita e onnipotente. Era come se quanto le sottraevamo di giorno lei se lo ricostruisse silenziosamente di notte, in modo da apparire, al mattino dopo, più svettante e minacciosa che mai, con i suoi fumaioli e le sue navate di cattedrale dei nostri tempi. Dicevamo tutti la stessa cosa: “Qui o arriva la dinamite oppure non se n’esce più”. La dinamite era un pensiero che mulinava nelle nostre teste già da molti mesi: è stata un fantasma prima che una realtà.»

La settimana decisiva non si conclude con una dismissione. Dopo una serie di fallimenti da parte dei governi per cercare di mantenere in vita l’acciaieria, svendendola ai privati, la fabbrica è destinata a tornare nelle mani dello Stato e a chiudere perché in perdita, perché troppo grande per qualsiasi tipo di intervento. Alla sua fine però non si sostituisce alcuna alternativa. Rimane spenta, presente, uno scheletro, o meglio un fantasma appunto. Luca Russo consegna il proprio manoscritto con una serie di interrogativi ancora aperti. Il governo non ha ancora preso una decisione su come gestire il corpo morto della fabbrica. Intanto fuori l’auspicato turismo si è rivelato un sostituto insufficiente, con le sue forme di sfruttamento stagionale, con le sue navi da crociera cariche di consumatori mordi e fuggi. Anche la città muore, si spegne lentamente di fronte all’assenza della politica, di una progettualità, di un’alternativa. Il tempo scorre, inesorabilmente, e ad un futuro imminente si rimanda una ricetta, una soluzione che non verrà. Quest’ultimo aspetto è significativo e la dice lunga sui nostri tempi. Ogni nuovo giorno, per le singole vite di questo libro è decisivo, e lo è infatti per chi individualmente riesce, sceglie e ha la possibilità di agire. Per tutti quelli invece che hanno creduto in una visione più grande, collettiva, nel bene comune, o che non hanno avuto la possibilità o gli strumenti per agire tutto resta eternamente indeciso, stagnante, morente. Per questi ultimi è come se il tempo si fosse inceppato in un’eterna attesa. 

In conclusione, il libro di Boccuni sembra essere stato scritto in una sorta di futuro anteriore, la sua lingua è piana, ponderata con alcune punte di lirismo, soprattutto nelle ultime pagine. L’autore registra con attenzione la storia che gli ruota attorno, ma non si tratta mai d’inchiesta, di requisitoria o di mera ricostruzione storico-politica. Qui il romanzo si pone come memoria, che è ben diverso se quest’ultima serve a capire chi siamo, su cosa abbiamo scelto di fondare quanto probabilmente accadrà, nella realtà, per Taranto. Un futuro verosimile in cui i concetti di morte, di fine di un’epoca che accompagnano l’intero libro si manifestano senza rivelare ottimismi o grandi speranze. Questo mondo sta per finire sembra dirci Boccuni, se non è già finito. Per quanto riusciremo a sostenere ancora la sua severa incertezza?  

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