Questo pezzo è uscito sull’Unità.
Non voglio nascondermi, e dico subito che forse di queste 70 batterie composte ciascuna di 50 domande, con le quali ogni notte (a 40 anni e passa di giorno si prova a lavorare, per provare a sopravvivere) sono costretto a confrontarmi ormai da una settimana, ne avevo bisogno anch’io. In fondo non è così male rispolverare un po’ le vecchie formule matematiche, tornare sulle equazioni, verificare i diagrammi degli insiemi, cimentarsi grammaticalmente con una lingua straniera, fare il punto sulle conoscenze informatiche acquisite in questi anni di pratica forzata (il mio obiettivo rimane sempre un bel libro da leggere in spiaggia dopo il bagnetto e stop); il tutto si sta rivelando un esercizio che aiuta a fermarsi un attimo a riflettere sulle proprie capacità, e sulle proprie lacune.
E poi con questi test siamo tutti un po’ coinvolti. Ancora una volta “la scuola siamo noi”, ancora una volta varie categorie, non solo quella degli insegnanti o aspiranti tali, si sentono parte in causa quando si tratta di scuola. E così torni a cena dai tuoi, dopo tanto tempo, per rifocillarti nella maniera giusta prima di affrontare la battaglia (50 domande, 50 minuti, 35 il punteggio richiesto, la risposta sbagliata mezzo punto in meno); telefoni a vecchi compagni di università, con i quali improvvisamente ti ritrovi sulla stessa barca, per cercare soluzioni (“ma quante pesate serviranno per queste maledette candele?”); ti porti il foglietto in tasca con le domande scritte per l’esperto di computer, che ormai quando arrivi a lavoro ti guarda e scappa via (“prendo il caffè e arrivo…”) per paura dell’ennesimo interrogatorio; il fratellino o la sorellina ti danno una mano ogni tanto, perché un tocco di freschezza mentale, generazionale, a fine giornata ci vuole (“la risposta 4, non la 3, è la stessa dell’altro concorso che ho provato io… Qui parti dalle risposte, non dalle domande, così fai prima”); la compagna (o il compagno) di sempre appunta pazientemente su un grosso blocco, “altrimenti che vai avanti a fare?”. Insomma, un piccolo e atipico girone infernale, dal quale sembri inghiottito senza scampo e per il quale neanche la coppia Dante-Virgilio, di solito così taumaturgica, pare riesca a consolarti, quando la incontri ormai quasi all’alba, iniziando a preparare anche l’eventuale prova scritta.
D’altronde, parola di ministro, l’ultimo concorso è datato 1999, e il mondo è progredito. Vero, assolutamente vero. Però già qui si insinua (se volete vi sparo pure un paio di sinonimi a bruciapelo) un primo dubbio: ma quelli che quel concorso lì lo avevano vinto, e la cattedra ancora non ce l’hanno, che fine faranno? E se lo vincessimo anche noi, la nuova sfornata di nuovo secolo, che fine faremo? Nel senso: va bene il test d’ingresso, ingurgitiamo tutte le batterie, peseremo le candele nel modo giusto, capiremo quale risposta corretta segnare nel caso in cui sia assolutamente certo che “quando viene fotografato Alfonso sorride. Ma se nessuno fotografa Alfonso, Mario telefona a Giuseppe” (inutile dire che “Ieri Alfonso non è stato fotografato”).
Poi, se tutto procede, supereremo anche le prove scritte, e la lezione frontale da tenere agli studenti come prova orale (ammessi scongiuri). Ma finito tutto questo, cosa succederà? Ci saranno davvero anche le cattedre (nel nostro gergo di supplenti disperati si chiama “concorso a cattedra”, per l’appunto), o ci resterà soltanto la gratificazione di aver individuato il diagramma che soddisfa la relazione insiemistica esistente tra “conducenti di autobus, cittadini di Sassari e persone simpatiche”? Perché se così fosse ditelo subito, così ci prepariamo anche a questo (ormai siamo pronti a tutto e ci prepariamo su tutto).
Ci sono poi altri dubbi. E provengono non tanto da alcune risposte che nei test non convincono (ce ne sono, e in rete cominciano a spuntare come funghi), ma dalla valutazione generale del candidato. Perché un docente, meglio, un insegnante, non si può giudicare solo partendo da un criterio da settimana enigmistica. Un insegnante deve essere valutato non soltanto per le sue capacità cognitive o di prontezza nel rispondere a un questionario. Se si vuole veramente cambiare la scuola, se si vuole veramente cambiare questa scuola, credo che almeno altrettanto valore debba essere attribuito anche alle sue capacità di stare in classe, di saper stimolare l’attenzione degli studenti attraverso argomenti e metodi didattici adeguati e funzionali non solo ai tempi ma anche alle persone, le persone che ti trovi di fronte ogni mattina, che vivono un periodo della loro vita delicato e decisivo; e che cambiano, crescendo giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi.
Molti professori, diciamoci la verità, di tutto questo non si accorgono, o forse fanno finta di non accorgersene, o forse non se ne preoccupano. Molti altri sì, invece, e se riescono a coniugare questa loro attitudine con le competenze specialistiche necessarie risultano essere i professori migliori, a detta di tutti: dirigenti scolastici, genitori, studenti.
Allora perché una volta, magari la prossima volta, con i tempi e i modi occorrenti, non cambiamo l’ordine degli addendi? Perché al prossimo concorso, per fare selezione a monte (perché questo è l’unico scopo dei test) invece che iniziare dai quiz non cominciamo proprio dalle aule, dal clima di rispetto reciproco e di lavoro comune che un insegnante deve esser in grado, sin da subito, di creare nella “sua” classe?
Si potrà obiettare che non tutti siano indicati ad affrontare una prova del genere, ma stavolta la risposta è piuttosto semplice: non è il dottore che ci ordina di esercitare questa professione, che al di là delle denigrazioni subìte in questi anni, nel pubblico e nel privato, rimane tra le più belle e importanti che esistano al mondo, in qualsiasi circostanza, ad ogni latitudine.
Per imparare a risolvere un quesito di logica in fondo basta qualche giorno di applicazione. Essere insegnanti è molto più difficile.
Emiliano Sbaraglia (Frascati, 1971) è responsabile delle trasmissioni culturali di RadioArticolo1 e di UndeRadio, l’emittente-web di Save the Children Italia dedicata al mondo della scuola. Tra i suoi scritti Cento domande a Piero Gobetti (2003), Incontrando Berlinguer (2004), I sogni e gli spari. Il ’77 di chi non c’era(2007), La scuola siamo noi (2009), Il bambino della spiaggia (2010). Collabora con l’Unità e Italiani quotidiano. Partecipa al progetto e associazione “Piccoli maestri”.

Personalmente resto convinto che sia il sistema dei concorsi ad essere sbagliato.
Non a caso i Paesi più sviluppati non lo usano più da tempo o non l’hanno mai usato…
“Però già qui si insinua (se volete vi sparo pure un paio di sinonimi a bruciapelo) un primo dubbio: ma quelli che quel concorso lì lo avevano vinto, e la cattedra ancora non ce l’hanno, che fine faranno? ”
La risposta è semplice: non l’avevano vinto, erano risultati idonei, rispetto a un numero di posti minore, in una graduatoria che – a differenza di qualsiasi ambito pubblico – non è mai scaduta.
Se arrivo secondo, o prima terzo, a una procedura di valutazione da professore universitario (col vecchio sistema di reclutamento) , l’idoneità mi dura tre anni, poi scade.
Se arrivo primo di coloro che non ottengono il posto a un concorso di dottorato l’idoneità mi vale qualche mese, poi scade.
Se arrivo in graduatoria ma non nei posti utili in un concorso da archivista la graduatoria vale un tempo X (di solito due o tre anni), poi scade.
Solo nella scuola si pensa sia normale chiamare “vincitore” qualcuno che è arrivato magari tra gli ultimi in una graduatoria di idonei per 200 posti in palio. E pensare che quella lista scorra, senza scadere mai.
Sono stato a scuola tanto tempo fa, ma i miei insegnanti migliori (se vivi, vado ancora a trovarli) erano quelli che se ne catafottevano dei miei problemi adolescenziali, andavano giu` pesante con i voti bassi, e hanno continuato finche`ho capito l`andazzo. I problemi adolescenziali li risolvevo in bagno dopo pranzo, di solito.
Un solo avvertimento ai nuovi insegnanti. Se qualcuno di voi si azzarda ancora ad insegnare informatica con il turbo pascal o il basic, giuro che vi vengo a trovare armato di ascia bipenne. E se educate i vostri studenti al rifiuto del progresso in generale, e degli OGM in particolare, porto anche un amico grosso che fa kick boxing.
Non ha la minima importanza di cosa parli l’articolo di Sbaraglia, né quali questioni tenti di portare all’attenzione dei non addetti ai lavori: basta che il tag sia “scuola” ed ecco risvegliarsi nell’italiano medio un livore che difficilmente si dà la pena di provare per altri settori della cosa pubblica e per altre categorie di lavoratori.
La considerazione sociale della Scuola e degli insegnanti è ai minimi storici ormai da diversi anni, a livello politico più che un pensiero pedagogico sembrano prevalere improvvisazione e logiche di bilancio di stampo aziendalistico che tengono conto solo dei numeri e non delle persone. Ho smesso da tempo di aspettarmi condivisione di obiettivi, sia in campo professionale che privato quando si parla con altri genitori spesso pare che i ragazzi che affollano (è il caso di dirlo) le aule della scuola italiana non siano i nostri figli ma marziani che non ci riguardano, parlare di scuola non significa quasi mai parlare di formazione ed educazione ma dare la stura a una schiuma di antipatia biliosa verso gli insegnanti, fannulloni (poche ore di lavoro), ignoranti (se sono giovani del glorioso passato, se sono anziani della spumeggiante contemporaneità), privilegiati (hanno tre mesi di vacanza!), troppo sensibili, poco sensibili, tutti di sinistra, tutti demotivati, tutti sciatti e persino con i capelli sporchi (giuro che anche questa è vera!). E questa delegittimazione purtroppo spesso arriva anche in classe: ma è tutto il mondo adulto che ne esce male, specialmente agli occhi dei ragazzi.