di Pasquale Palmieri

L’inverno del 2020 sta per finire. Leo e Cloro sono in macchina, scappano dalla Sicilia e corrono verso il Nord. Si scrutano con timidezza e sospetto, visto che a malapena si conoscono. Ascoltano in radio le notizie di uno strano virus di origine cinese che si sta diffondendo in tutto il mondo. Anche in Italia si registrano i primi contagi e le autorità sanitarie ritengono che la vita di molte persone sia a rischio. Diverse zone del paese sono in quarantena e diventa sempre più plausibile, di ora in ora, l’ipotesi di un divieto totale per gli spostamenti.

Leo e Cloro tornano a usare uno smartphone dopo qualche mese di assenza dal web. Cercano di capire cosa sta accadendo, ma sono confusi. Per quanto possa apparire incredibile, il loro isolamento è dovuto a una scelta consapevole: si sono rinchiusi per mesi in un “baglio”, una masseria, insieme ad altre persone. Hanno vissuto con tecnologie, oggetti, cibi, idee, immagini e culture degli anni Novanta, come se il mondo si fosse fermato nel 2001. Sono stati membri di una setta governata da regole rigide, guidata da un enigmatico guru di nome Zan, animato dal desiderio di abbandonare il presente e di portare indietro il calendario di un quarto di secolo.

Su questi segmenti iniziali di trama si costruisce la complessa architettura narrativa dell’ultimo romanzo di Eleonora Caruso: Doveva essere il nostro momento (Milano, Mondadori, 2023). I protagonisti appartengono a due generazioni diverse. Leo ha superato i 30 anni e ha lavorato a lungo fra call center, fabbriche e supermercati, con mansioni da “guardarobiere, customer care, cassiere del turno di notte […], commesso, magazziniere”. La ricerca di una realizzazione professionale lo ha spinto a sperimentare un po’ di tutto, ma con scarsi risultati. Anche l’ultimo impiego in un’agenzia di comunicazione si è rivelato per lui deludente, trasformandolo “in un animale grottesco, metà uomo e metà macchina produttiva alimentata a rancore”. Cloro è invece una giovanissima star dei social network, avviata al mestiere da sua madre fin dall’infanzia, ormai avvezza a condividere in rete i dettagli più intimi della sua vita. Ha vissuto questa attività quasi come un gioco, pensando che ogni gesto fosse naturale o spontaneo, senza comprenderne bene i risvolti, guidata solo dal desiderio di combattere la solitudine.

Pur seguendo traiettorie diverse, i destini di Leo e Cloro si sono incrociati nel baglio. Nel bizzarro tempo sospeso costruito ad arte per gli affiliati della setta, Leo e Cloro hanno ricominciato a usare il tamagotchi o i portachiavi a forma di ciuccio, a seguire il Festivalbar o Non è la Rai alla tv (grazie a videoregistrazioni), a masticare Morositas, a scrivere sulla Smemoranda. Hanno imparato a conoscere altri adulti come Leo, cresciuti negli anni Novanta, che si definiscono “Ritornati”. Pur essendo coscienti di aver perso occasioni importanti, i “Ritornati” fanno fatica a cogliere le reali ragioni del loro appuntamento mancato con la Storia: “Sarebbero dovuti essere speciali, l’anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo millennio, tra l’analogico e il digitale, e invece non erano niente. Non avevano lasciato nessuna traccia, se non battute ironiche sotto infinite discussioni inutili”.

I giovani dell’età di Cloro, invece, hanno conosciuto solo indirettamente quel decennio, senza viverlo in pima persona. Per questo motivo sono identificati come “Non nati”: affrontano la consapevolezza di essere diventati “schiavi mansueti” nella nuova economia del virtuale, con “cuori nati vecchi”, assuefatti alla droga della popolarità per soddisfare la curiosità morbosa di “persone marce”.

Per tutti loro – “Ritornati” e “Non nati” – il baglio è un approdo sicuro, un “punto di salvataggio”. È Zan a promettere la liberazione dal caos del presente e lo fa con ricette sicure, almeno in apparenza. Il ritorno agli anni Novanta consente di cancellare le conseguenze della degenerazione del web, trasformatosi ormai in un’entità incompatibile con la natura umana, i suoi bisogni e i suoi limiti. Il guru non incolpa la realtà, che per lui è “sempre stata uno schifo”, ma l’incapacità delle persone di assorbirla, venendo a conoscenza di “cosa pensano e fanno gli altri ventiquattro ore su ventiquattro”. È la frequenza delle informazioni a compromettere in maniera irrimediabile la possibilità di pensare ed elaborare i dati, alterando anche la chimica dei cervelli e il “ritmo circadiano”: “adesso inghiottiamo come dei tritarifiuti, in fretta e senza fiatare, perché arriva sempre qualcosa di nuovo, qualcos’altro a cui dobbiamo essere esposti, qualcos’altro su cui ci dobbiamo esprimere”.

La comprensione di questi presupposti consente di mettere a fuoco i contorni di una resa. È possibile reagire a questi squilibri in modi differenti, ma gli effetti sembrano ugualmente negativi. Cosa fare dunque? Chi si azzarda a dubitare delle narrazioni dominanti o prova a ipotizzare scenari differenti rischia di essere bollato come “incel”, “populista” o “intrinsecamente ignorante”. Chi preserva la sua rispettabilità sociale, ancorandosi alla “cultura del buonsenso” e prendendo le distanze da “quelli che non credono”, finisce per rinunciare, di fatto, alla possibilità di “immaginare nuovi ordini sociali” o di sperimentare pensieri “anche solo vagamente rivoluzionari”. Le conseguenze di questa diserzione sono difficili da sostenere, soprattutto per individui come Leo che si sentono deboli, oltre che disillusi. Hanno subito la “retorica del lavoro dei sogni”, legata all’illusione di essere nati “con talenti o passioni eccezionali”, fin quando non si sono resi conto che sono necessari adeguati mezzi economici per avere il privilegio di poter scoprire le proprie vocazioni: “Quando ti portano via il tempo, i soldi, la speranza di un miglioramento, la dignità, […] tutto quello che puoi fare è accartocciarti sul tuo nucleo, per cercare di difenderlo”.

Il salto nel “decennio perduto” – così sono definiti gli anni Novanta in Doveva essere il nostro momento – produce tuttavia effetti inaspettati e porta i protagonisti del romanzo ad annegare in un piccolo mondo dove ogni cosa diventa troppo eterea per produrre un nuovo senso di orientamento. Il passato si può imitare o ricreare, ma non si può rivivere: le sue ferite rimangono intatte e non esistono espedienti davvero utili a restituircelo. Nelle pagine di Eleonora Caruso si scorgono gli echi delle riflessioni sviluppate da Mark Fisher nei saggi di Spettri della mia vita (Roma, Minimum fax, 2019). Le disponibilità tecnologiche del “digital recall” fanno in modo che anche la perdita vada perduta. Rimaniamo intrappolati nel Ventesimo secolo e nell’eterna ripetizione dei suoi prodotti musicali, cinematografici, giornalistici, radiofonici o televisivi, senza avere l’impressione che il Ventunesimo secolo sia mai cominciato davvero. Abbracciamo una postura emotiva nostalgica che è difficile da scalfire, perché ha il potere (più o meno effimero) di liberarci dalle “pressioni del divenire storico”. Di conseguenza, anche se ci illudiamo di trovare rifugio in epoche trascorse, riusciamo solo a crogiolarci in artificiosi scenari “senza tempo”, sui quali proiettiamo i nostri disagi più profondi.

Agli anni Novanta si sovrappone l’istantanea, fatalmente idealizzata, di un mondo trasformatosi in un immenso crocevia. Le strade da percorrere erano tante e in ciascuna di loro si nascondeva una promessa di miglioramento. Erano abitate da figure dell’immaginario – lo ricorda Tommaso Ariemma in Dark Media (Milano, Meltemi, 2022) – immerse nella “fine della storia” (stando alla celebre e abusata espressione coniata dal politologo Francis Fukuyama) o nel tramonto delle ideologie, segnate dal marchio inconfondibile della solitudine. Canzoni, cartoni animati e videogiochi mettevano sul palcoscenico adolescenti spaventati, inadatti al compito che la vita gli aveva assegnato, pronti a consumare le loro esperienze individuali in un’incessante battaglia contro sé stessi, prendendo le distanze dai loro simili. Grandi narrazioni televisive come I segreti di Twin Peaks di David Lynch e Mark Frost proponevano immersioni in mondi oscuri, privi di senso, puntando lo sguardo su adulti instabili che si perdevano nella “ricerca di significati nascosti, storditi da un orrore arcano […]”. Opere cinematografiche come Matrix polverizzavano le rappresentazioni del reale, facendole apparire come grandi simulazioni. E nel frattempo internet si offriva al corpo sociale come rimedio immediato alla mancanza di spirito comunitario, facendo intravedere una sincerità mediale che nei mezzi di comunicazione tradizionali sembrava ormai smarrita.

Se proviamo a confrontarci con questa epoca usando le armi della storiografia, ci rendiamo conto di essere ancora impreparati. Le fonti a nostra disposizione sembrano essere in grado di travolgerci con la loro mole. Corriamo il rischio di perderci in un universo di oggetti, immagini, suoni e parole – o semplicemente di prodotti mediali – che si ripresentano al nostro cospetto in modo ossessivo, generando reazioni contraddittorie, oscillanti dalla venerazione al rifiuto. Facciamo inoltre una fatica enorme nel trovare categorie interpretative efficaci. Siamo privi del distacco che sarebbe necessario per la costruzione di un’indagine disincantata, ferma nei suoi presupposti metodologici, libera dalla tentazione di far prevalere la sfera emotiva.

In Doveva essere il nostro momento, Eleonora Caruso prova a superare questi imbarazzi facendo ricorso alla scrittura creativa, con l’obiettivo di esplorare il confine che separa il trauma individuale da quello collettivo. Il bisogno di comprendere gli anni Novanta, nelle pagine del romanzo, parte dall’urgenza di fare i conti con le reliquie e fantasmi di quell’epoca. Quelle stesse reliquie e quegli stessi fantasmi appaiono nel lungo viaggio di Leo e Cloro verso casa, sulle strade di un’Italia stordita dall’epidemia.

Arrivati in Campania, i due fuggitivi si fermano in una stazione abbandonata. Guardano la biglietteria chiusa, i vecchi orari di autobus e treni, i disegni osceni sui muri, i binari rimasti inutilizzati, una copia del “Mattino” che parla del tramonto dell’Unione Sovietica e della fine della Guerra fredda. Ai loro occhi, i segni del passato perdono il ruolo che avevano acquisito nella setta del baglio. Non sono più al centro di desideri nostalgici. Tornano a essere semplici macerie o residui di un mondo scomparso. E aspettano qualcuno che sia in grado di leggerli, di restituirli al loro tempo, di identificare il loro posto nella Storia.

 

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