In

di Alfredo Giacobbe

«Il cinema non risolve». Pur nella sua intervista più intima, rilasciata a Simonetta Fiori per Il Venerdì di Repubblica, Paolo Sorrentino non riesce ad abbandonare la cifra caratteristica del suo modo di fare cinema e di vivere: il disimpegno. Sono passati quasi dodici anni dalla consegna dell’Oscar a “La Grande Bellezza” come miglior film in lingua straniera e nessuno ha dimenticato il discorso di accettazione nel quale Sorrentino mise insieme un personalissimo pantheon, variegato quanto irriverente: da un lato, i numi tutelari Federico Fellini e Martin Scorsese; dall’altro, icone pop come i Talking Heads e Diego Armando Maradona.

Prendersi sul serio è il male del tempo e Sorrentino non vuole partecipare alla danza: imitandolo, Maurizio Crozza includeva, in chiusura a ogni ipotesi di scena, la stessa immagine: «Una suora nana che fuma». E di lì a poco, nella serie televisiva “The Young Pope” diretta da Sorrentino, la suora nana puntualmente fa la sua comparsa, con tanto di sigaretta accesa. Le pellicole del regista napoletano sono costellate di battute anticlimatiche che spezzano una tensione che è costruita fin lì con grande saggezza. Ne “La Grande Bellezza”, nel momento in cui il protagonista Jep Gambardella finalmente confessa le ragioni del suo male di vivere, la Santa se ne esce con un irriverente: «Sa perché mangio solo radici? Perché le radici sono importanti». Della scena cardine di “È stata la mano di Dio”, in cui il protagonista Fabietto sperimenta la sua epifania, si ricorda solo il: «Non ti disunire», pronunciato dal mentore Antonio Capuano. 

La simulazione di virtù come valore e il successivo smascheramento dell’inganno come divertimento massimo. Sorrentino vuol farci credere che la sua opera sia frutto puramente di un guizzo creativo, che non ci sia fatica nel fare cinema come lo fa lui. Ma Sorrentino fatica eccome. Ogni giorno, nello studio della sua casa romana in Piazza Vittorio, butta giù decine di pagine di appunti, idee per soggetti e abbozzi di dialogo si accumulano nei suoi cassetti in attesa di maturazione, di limatura: «Lavoro dodici ore al giorno, ma la migliore è la prima del mattino. Le altre undici mi servono per preparare l’ora buona del giorno successivo».

Lo si vede spesso a Roma, specialmente di sera, a passeggio con la fidata Leica al collo, in strada a catturare idee per il suo prossimo copione. Dietro alla macchina da presa, Sorrentino nasconde lo sforzo che occorre per produrre la sua eccellente cinematografia dietro alla pulizia tecnica e alla ricercatezza estetica assolute, in questo più vicino a Pedro Almodovar che a Fellini. Nei suoi film la scelta delle location, la colonna sonora curata personalmente, ogni singolo oggetto che popola un’inquadratura, tutto concorre alla creazione di un’armonia, di un senso di pace da cui Sorrentino sembra essere costantemente attratto. I lunghi piani sequenza intorno al cannone del Gianicolo in “La Grande Bellezza”; i ribaltamenti di camera sul bordo della piscina vuota in “This must be the place”, non sono contorsioni stilistiche, ma amore per la cinematografia in purezza. Nulla è più serio del cinema per Sorrentino, checché ne dica Sorrentino stesso. 

Il 24 ottobre è uscito al cinema “Parthenope”, il suo nuovo film. Sorrentino stavolta spazza via ogni dubbio: «Parthenope in verità sono io». Al centro della trama, la vita di una donna dalla nascita nel 1950 ai giorni nostri. Ancora una volta Sorrentino pone come questione centrale il tempo e il suo scorrere. Lo stesso accadeva in “Youth – La giovinezza”, dove due attempati artisti, Michael Caine e Harvey Keitel, tirano le somme della loro vita privata e professionale. Nello scrittore Gambardella convivono parallelamente due dimensioni: da un lato, il passato in cui una rottura sentimentale ha provocato il Big Bang della sua creatività, risale a quei tempi il suo unico successo editoriale; dall’altro, il presente della decadenza senza futuro – inscenato non a caso tra le rovine della Roma imperiale – decadenza del potere politico, del costume; ma anche, in senso più intimo, decadenza del corpo e della mente del protagonista. Il gioco di prestigio con le arance della mamma di Fabietto è il tentativo di cristallizzare il tempo presente, affinché la spensieratezza di un momento non voli via, non si dissolva nel passato come ogni altra cosa. 

Il tempo, però, è indifferente a tutto e la vita, che ne è un segmento infinitesimale, non è altro che una successione di eventi opachi e insignificanti. «Certo che è enorme la vita. Ti ci perdi dappertutto», è l’epigrafe di “Parthenope”, e sembra che Louis-Ferdinand Céline l’abbia scritta apposta per Sorrentino. L’unica perturbazione nello scorrere del tempo – la risposta alla necessità di allargare la vita, non di allungarla, come sosteneva l’altro napoletano Luciano De Crescenzo – sono i sentimenti. I protagonisti di “This must be the place” e “Le conseguenze dell’amore”, la rockstar Cheyenne e il commercialista Titta, hanno congelato la loro esistenza attraverso la messa a punto di una routine inscalfibile.

L’elemento perturbativo, che li rimette in moto, è l’amore, filiale nel primo caso, passionale nel secondo. È attraverso il lutto che Fabietto scopre la propria vocazione per il cinema, solo la scomparsa dei genitori gli dà la forza per emanciparsi dalla famiglia d’origine. Infine, la passione sessuale del satiro che concupisce Laura Chiatti ne “L’amico di famiglia” non è forse il tentativo malato di colmare il divario del tempo, di impossessarsi della freschezza giovanile dell’altra?

A differenza dei personaggi che l’hanno preceduta, Parthenope è consapevole del percorso, attraversa il suo tempo avendo dentro di sé, fin dal principio, la compresenza dell’illusione della giovinezza e la disillusione della maturità. Durante la proiezione si piange – finalmente, hanno aggiunto i più malevoli dopo le anteprime di Cannes e altre città italiane, dato che i film di Sorrentino giocano più spesso con il disgusto che con la tenerezza. Sorrentino si sente cambiato, si è definito un regista sentimentale. Giura che non girerà più un film politico e assicura che l’ossessione per Napoli si è esaurita. Ma, considerata la traiettoria della sua parabola artistica, il nuovo Sorrentino assomiglia ancora molto al vecchio. E non è affatto un male.

 

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

redazione@minimaetmoralia.it

Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

Articoli correlati