Vuole il senso comune che non si provi mai a spiegare il significato di una barzelletta, figurarsi quanto possa essere sconsigliato occuparsi del riso in quanto tale; eppure in tanti hanno tentato di capire perché ridiamo, e di cosa. La nuova edizione ampliata di “La forma e l’immagine”, pubblicata da Neri Pozza nella collana La quarta prosa, include per la prima volta in questa raccolta di saggi di Robert Klein un suo testo dedicato al riso, tradotto in italiano da Andrea Cavalletti.
L’autore, uno storico dell’arte prestatosi a ogni altra disciplina del sapere, inizia a trattare il riso chiamando in causa alcuni tra i principali pensatori che hanno affrontato il tema; a partire da Bergson, al quale raramente è capitato di esprimersi su un argomento senza dire qualcosa di intelligente, ma che del riso aveva un’idea semplicemente brutta, e abbastanza triste: lo vedeva come una punizione, come una forma di sanzione. Per Bataille invece «il riso rientra nella stessa categoria del sacrificio, dell’erotismo e dell’estasi» scrive Klein, mentre a lui stesso «pare che il suo genus proximum sia l’arte».
Sul riso allora è possibile avere se non altro una certezza: si presta a diventare un filtro attraverso il quale ogni autore può rivisitare le sue ricerche, e i propri campi d’indagine prediletti; insomma, alla fine somiglierà sempre a ciò a cui chi lo studia si è interessato nella vita. Cosa sia il riso in sé, come fenomeno, probabilmente è impossibile dirlo invece, e per varie ragioni. Prima fra tutte: che sia un’unica, singola cosa è una verità solamente a livello linguistico.
Le sue manifestazioni infatti sono talmente varie che ci vuole l’esattezza della scrittura di Klein per isolarne al meglio le peculiarità. Eccone alcuni esempi: “le risa di pura e semplice irrealizzazione di un oggetto, che non richiedono o quasi la complicità degli altri; si tratta di quelle risa solitarie in cui si è in genere complici di se stessi; la risata di trionfo, il godimento di sé che annulla idealmente per la seconda volta l’ostacolo superato (questo riso richiede dei testimoni più che dei complici); il ghigno, un altro godimento di sé nello sguardo distaccato che disumanizza il suo oggetto; la risata folle nervosa, nient’altro che una sorta di svenimento, una negazione di un evento travolgente improvvisamente percepito come un nonsenso”.
Per quale motivo quattro forme così diverse, a ben vedere anche nell’apparenza, dove tutt’al più si somigliano, dovrebbero avere un principio comune?
Un’altra difficoltà deriva poi da una banale constatazione: non tutti trovano ugualmente divertenti le stesse cose. Più ci si allontana nel tempo e nello spazio, più diventano insondabili le cause e le modalità del riso, così come pure del ballo, o del pianto, o del bacio: tutte espressioni fisiche di qualcosa di metafisico, nel senso etimologico, che inevitabilmente sfugge alla nostra comprensione e al nostro controllo (modi di dire come “mi scappa da ridere” o “non trattengo le lacrime” lo testimoniano bene).
Episodi quali l’epidemia di risate del Tanganica (1962), con sintomi durati mediamente una settimana, o la piaga del ballo a Strasburgo (1518), con forse centinaia di vittime, ci affascinano nella misura in cui restano inaccessibili e ci sfidano con la loro inesplicabilità, dovuta all’incolmabile distanza, non solo spaziale e temporale ma di pensiero e di vissuto, che ci separa dalle persone a cui capitò di sperimentarli. Anche sotto questo profilo non si potrebbe desiderare un accompagnatore migliore di Klein, sempre abilissimo a calarsi nella mentalità di pensatori di qualsiasi epoca.
È una capacità che in “La forma e l’immagine” l’autore dimostra in modo mirabile nel capitolo intitolato “L’inferno del Ficino”, allorché conduce chi legge nella dottrina rinascimentale secondo la quale ogni peccato contiene già in sé la sua punizione. Partendo dalle conseguenze di questo pensiero, come la supposizione dell’esistenza di “un solo «fuoco divino», sentito diversamente dalle anime: o come luce beatificante o come fiamma che brucia”, idea questa capace di togliere a Dio la responsabilità di aver creato l’inferno, e di garantire al contempo l’automatismo delle pene e la loro adeguatezza al peccato da espiare, e passando poi in rassegna tutte le dottrine – di Platone, Origene, Avicenna e altri ancora – grazie alle quali ha preso forma quella in esame, Klein arriva infine a indicare l’etica che ne deriva, una in cui “l’unico «fondamento della morale» è la presa di coscienza”.
Di vertiginosi percorsi del genere il libro è pieno, e di fatto l’unico vero filo conduttore attraverso i capitoli è l’eccezionale erudizione dell’autore. Per quanto accidentato, il viaggio vale il prezzo del biglietto: che si tratti di farsi domande destinate a restare senza risposta, come quelle intorno al riso, o di scavare a fondo in teorie e problemi lontanissimi dal nostro sentire, quando lo si fa in compagnia di una mente come quella di Klein, si finisce sempre in posti interessanti.
Gilles Nicoli è nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortázar morisse a Parigi. Scrive soprattutto di libri, cinema e videogiochi.
