di Giuseppe A. Samonà
Un anno fa, viaggiando con un amico archeologo attraverso la Dordogne, mi sono profondamente commosso di fronte ad alcuni cavallini scolpiti in bassorilievo nella grotta di Combarelles, almeno venti volte più antichi delle prime sculture greche che conosciamo, e poi ammirando, in altre grotte attraverso l’inesauribile Francia meridionale, altre sculture e dipinti ancora più antichi, due-tre-quattrocento secoli prima… cifre da capogiro, per un periodo quattro cinque volte più lungo della storia che ci appartiene, e da quella separato da un altro impressionante numero di secoli. E sempre, uscendo da quegli anfratti nascosti, mi chiedevo: ma al di là delle sculture, delle pitture, come e cosa raccontavano quelle donne e quegli uomini, quegli artisti, a noi lontani e vicini? Perché quella preistorica “umanità delle caverne”, che uno stereotipo ormai superato ma sempre resistente ci ha per lungo tempo presentato come rozza e brutale, si rivela attraverso i suoi artisti di un insondabile livello di raffinatezza, e verosimilmente dotata di un’organizzazione sociale più armoniosa e stabile, più longeva di quelle apparse nella nostra “storia”, e i cui meccanismi probabilmente ci resteranno per sempre ignoti.
E poi anche ho pensato, di fronte a quelle straordinarie opere d’arte, non meno emozionanti di un Raffaello o un Picasso, che forse il racconto attraverso l’immagine è nato prima del racconto in parole, che pure fonda il nostro essere umani, o anche, sono nati insieme, ma è l’immagine che ha dettato regole e situazioni: come se chi mettesse in fila parole gratuitamente, non per la concreta necessità quotidiana, ma per quella impalpabile del raccontare, avesse come primo punto di riferimento e codice tale o tale scultura, o dipinto. (Questa, lo ammetto, è una mia pura fantasia, anche filtrata attraverso l’esperienza che ho con la scrittura: perché da sempre mi sembra che io abbia cominciato a scrivere per non sapere, o saperlo fare in modo non abbastanza soddisfacente, disegnare, dipingere.)
Ecco, quel viaggio, con le immagini e la doppia riflessione che ho appena evocato, mi è tornato in mente ed ha accompagnato la mia lettura del breve ma denso Prati. Extended Version (Tic, Roma, 2025) di Andrea Inglese. Non nel senso di un’elaborazione teorica, ma di un qualcosa di molto immediato, materiale, come un parassita che si fosse insediato in un angolo del mio cervello. Leggevo un “prato” e mi si affacciava questa o quella grotta. Nel libro di Inglese ci sarebbe un’atmosfera preistorica?
Poi non ci ho pensato più, ma qualcosa di quella lettura, un mese dopo averla terminata, mi rimane in testa, come un brusio, e poi una frase, un’immagine, di nuovo un parassita. E per evacuarlo, per capire – mi è piaciuto questo libretto? sì? no? come? – provo a scriverci qualcosa, e di nuovo mi torna in mente quel viaggio, ma adesso voglio volontariamente incrociarli, il viaggio e il libretto, e poi i suoi dintorni, per rifletterci su.
Inglese è uno scrittore poliedrico, tendenzialmente binario. Da un lato ha una poderosa attività di saggista, sulla letteratura, il cinema, la politica, ma sempre con una spasmodica attenzione alla critica sociale: penso innanzitutto alla sua produzione sul blog Nazione indiana, ma non solo. Dall’altro ha la sua attività diciamo “originale”, nel senso del suo DNA fondativo, di poeta, nella quale tuttavia si meticciano volentieri versi e prosa, magari qua e là inframmezzati da materiale iconografico, una sorta di inclassificabile prosimetria, che potremmo definire, genericamente, di ricerca, sperimentale: come per esempio nel recente Il rumore è il messaggio, 2023. Fra le due attività, un paio di romanzi (uno, Parigi è un desiderio, 2016, mi ha catturato, a cominciare dalla splendida Jean Seberg in copertina, probabilmente per via di questa “nostra” comune Parigi, più fantastica che reale, attraversata con uno sguardo in equilibrio fra il romantico e il furfantesco), e alcuni racconti, a metà strada fra il sarcastico, l’ironico, e la prosa d’arte (Stralunati, 2021), alcuni dei quali in particolare portati da una certa grazia.
Ovviamente ci sono passaggi da un genere all’altro: nel romanzo su citato, ad esempio, al di là della sua apparente “classicità”, Inglese a tratti mescola i suoi diversi talenti, come sciogliendoli l’uno nell’altro; così in Ollivud, 2018, breve trattato sull’immagine, sul cinema appunto, e la sua maniera di raccontare, dove di nuovo le diverse scritture procedono insieme, ma più nel senso della giustapposizione che dello scioglimento, con il principale obiettivo, direi, di smontare alcuni facili stereotipi del genere. E tuttavia i due filoni principali, saggistica e poesia, nel senso largo di cui dicevo prima, esistono, e le rispettive scritture sono diversissime. La prima è piana, rigorosa, sobria, di una precisione chirurgica, quasi si svolgesse interamente, o dovesse portare ogni cosa, in superficie: tutto è chiaro. L’altra è bizzarra, ondivaga, nascosta, quasi mai al primo grado: raramente si capisce sino in fondo, o almeno si resta con questa impressione (avrò capito?), a volte è del tutto incomprensibile – eppure ci intriga, un’immagine, un pensiero, un verso ci accalappiano, come lettori, spettatori, e continuiamo ad andare avanti, perché vogliamo capire meglio, non si è mai sicuri di come andrà a finire. Guai per altro a cercar sostegno, come si farebbe con un film, in qualche critica o recensione: queste, inserendosi nella nicchia della prosa-poesia sperimentale (termine il quale, me ne rendo conto, è stucchevolmente generico, perché ogni letteratura degna di questo nome sperimenta…), sono spesso ancora più aggrovigliate, letteralmente astruse, dei testi che dovrebbero illuminare, risuonano con essi più che esserne, in senso propedeutico, una “spiegazione”, gli uni e le altre rispondendosi dentro tale nicchia, con un linguaggio a circuito chiuso.
Che ponte può esserci fra due scritture così diverse? Eppure, se con pazienza si oltrepassano le difficoltà di una prosa-poesia così diversamente poetica, cioè non poetica né narrativa in senso classico, e per di più ibrida fra i due generi, il legame finisce per emergere. Non tanto perché qua e là alcuni dei temi politici cari all’Inglese saggista militante (l’ecologia, il capitalismo disumanizzante, la Palestina, Gaza…) si affacciano esplicitamente, quanto soprattutto perché, al di là dei contenuti, la politica inizia a maturare a partire dallo stile in sé, nel modo di torcere il senso della parola, la sua sonorità, la sintassi, la linearità della frase o l’esemplarità del significato, di sfottere sbatacchiare se non fare a pezzi alcuni generi costituiti, dalla saggistica (proprio quella in cui Inglese eccelle, e in modo tutt’altro che sperimentale) alla narrativa, alla stessa poesia, in quanto categorie diventate oramai merce orientata e preparata secondo le esigenze del mercato: è dentro e contro le parole, insomma, che Inglese conduce la sua personale battaglia, militante appunto, contro il Potere, questo Potere.
Non è proprio intorno alla parola, quella scritta in particolare, che da sempre si gioca la battaglia fra chi domina e chi è dominato? Da Omero a Lévi-Strauss passando per Platone, Rousseau e Sciascia, esiste una prospettiva di diffidenza, una sorta di visione negativa, un anatema (per usare l’espressione di Derrida) nei confronti della scrittura che attraversa tutta la cultura Occidentale – nel senso, dal nostro punto di vista, che essa (per riassumere la famosa dimostrazione di Lévi-Strauss in Tristes Tropiques) sarebbe lo strumento che permette la violenza sociale, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, serve a facilitare l’asservimento (vedi uso della burocrazia, diversi livelli e sistemi di schedatura, controllo etc.)… Ecco, è come se Inglese, conscio di questa posta in palio, avesse deciso di dare battaglia alla scrittura, luogo privilegiato del Potere, servendosi proprio della scrittura… Encomiabile? Senz’altro! Appassionante? Non sempre, o almeno, complicato, soprattutto per chi come me è innanzitutto un lettore otto-novecentesco, però il gioco vale la candela, anche se in certi passaggi più che divertimento si prova disagio, persino irritazione: ma la letteratura, come diceva Tabucchi, deve innanzitutto divertire o irritare? Semmai, a me – che, ripeto, non sono un frequentatore rigoroso di questo tipo di letteratura – viene da dire che la scrittura eversiva (com’è, di fatto, questo tipo di letteratura sperimentale), o meglio, la scrittura eversiva come genere, finisce a volte inevitabilmente per infilarsi in un vicolo cieco, restando prigioniera di se stessa, dei suoi tic, dei suoi stereotipi o vezzi (ogni genere finisce per averne), e rischia le asfissie proprie a qualunque poetica che si inscriva dentro una visione del mondo troppo definita, convinta, che poi, per lo scrittore, ciò significa concretamente il rischio sempre in agguato di trasformarsi in un giustiziere, o in un moralista. Certo, questo rischio (che comunque è un rischio che si deve correre) esiste anche nella saggistica: ma Inglese, pur ancorato a convinzioni militanti, è attraversato da una curiosità che lo spinge anche ad esplorare, ad ascoltare le voci che vengono da altre esperienze, il che lo protegge dalla sclerosi del dogma. È credo la sua qualità più grande.
Quanto alla lettura più o meno appassionante… « succede prima o poi di avvicinarsi al prato » – e tutto può allora cambiare. Così comincia appunto Prati, il libretto che si è incrociato con il mio viaggio preistorico e che, in qualche modo, ha cambiato, o quantomeno arricchito il mio approccio alla scrittura per così dire eversiva di Andrea Inglese.
Si tratta di un piccolo volume di poco più di cento pagine e poco meno di venti prose (diciannove, se ho fatto bene il conto), di lunghezza varia, ma tutte brevi o brevissime: i “prati” appunto. Alla prima, il lettore potrebbe pensare – io l’ho pensato, almeno, come inconsciamente mettendomi nei panni del lettore comune, che quell’inizio predispone a uno sviluppo tipo romanzo introspettivo, o lirico, o magari in chiave thriller dall’atmosfera cupa e misteriosa – “ma Inglese, ci sta prendendo per il culo?” Rapidamente però ci si risponde: no; o meglio: sì, ma in modo salutare: c’è un procedere attraverso il surreale, persino l’assurdo, che tuttavia si rivela necessario, acuto, come solo sa esserlo la letteratura, spesso sul filo di un’accattivante ironia, che qua e là mi ha fatto pensare a Manganelli (in particolare, proprio all’inizio, mi è tornata in mente l’indimenticabile « un giorno, verosimilmente estivo, in un’ora ovviamente crepuscolare un romano trionfatore e villoso sgozzò l’ultimo dei sanniti…»). Solo che Inglese vuole cambiare il mondo, e per farlo deve innanzitutto smontare questo, che non gli conviene, a martellate, dove il suo martello sono le parole, appunto, anche infiltrandoci dentro alcune delle sue ossessioni militanti. Anche Manganelli, a dire il vero, combatte questo mondo, ma non in senso militante, la sua battaglia, anche se radicale, è essenzialmente linguistica, con la scrittura inventa-mondi, strumento di scardinamento continuo…. Solo che adesso, in Prati, l’infiltramento delle ossessioni militanti è più delicato, volentieri sotterraneo, nascosto, e soprattutto più orientato – o forse sono io che per la prima volta ho veramente afferrato il senso della poetica di Andrea Inglese? – verso il futuro, con l’idea che la scrittura deve poter indicare, inventare un mondo “migliore”. Del resto, sperimentale o meno che sia, non è questo, direttamente o indirettamente, la ragion d’essere della construenda letteratura: essere presente in questo mondo – in questo mondo di oggi, appunto, con le sue tragedie, i suoi orrori, i suoi massacri, le sue ingiustizie: Gaza, l’Ucraina, il Darfur, i Tutsi, gli Uiguri, i Rohingyas, la fame etc. – per sempre convocare, come dice Patrick Chamoiseau, un vaste désir-imaginant du monde, un mondo vasto appunto, relazionale, mobile, da realizzare…
Dal sotterraneo alla luce, dunque: forse è anche in questo movimento che, in libera associazione, ho ripensato alle grotte. Ma c’è qualcosa di più forte, e di più concreto. Nel cuore di ogni “prato”, proprio come in ogni grotta, sta incastonata un’immagine. Sono immagini a volte irrisorie, o inverosimili o psichedeliche o oniriche, tanto che a un certo punto – ma forse questa è un’ossessione mia – mi è venuto in mente David Lynch, il suo gusto per i colori, e la confusione, lo scambio continuo fra realtà e sogno. Ma ecco, non è che c’è un’immagine, e la scrittura le gira intorno. È come se l’immagine fosse una ferita da cui la scrittura si sprigiona, esplodendo fuori e avvolgendola, o a volte disintegrandola, anzi, è come se la scrittura si organizzasse secondo il linguaggio dell’immagine una volta che questa è stata disintegrata, assorbita. Un’immagine apparentemente elementare, minima – eppure spesso incredibilmente densa di dettagli che però per vederli ci si deve avvicinare parecchio… – come le pitture o le sculture nelle grotte, appunto, che dentro un frammento sono capaci di portare un mondo, o meglio, sono in sé, nella loro unicità – ogni pittura, come ogni prato, è una “situazione” – il mondo. Così, dai margini del prato o della grotta – ricordo che nelle grotte non si viveva, ci si viveva accampati subito al di fuori, contrariamente a un vecchio cliché duro a morire – ci avventuriamo, lettori o archeologi, all’interno, alla ricerca di una immagine, una pittura, che d’improvviso illumini tutto il resto. Insomma, mentre leggevo Prati mi sentivo nel contempo lettore e archeologo, mi sembrava di scavare, e di scoprire, nella sua elementarità, al di fuori di come e se mi piacesse, il valore archetipico, immaginifico, frammentario, della letteratura. Del resto, i diciannove prati hanno un ordine crescente, com’è normale che sia, ma misteriosamente a salti: dal tre (il primo) al duecentoquaranta (l’ultimo) – misteriosamente, almeno di nuovo di non pensare all’archeologia, alla paleontologia, che numera tutti gli strati, gli scavi, i dipinti nelle grotte, ma solo alcuni, alcune si aprono al pubblico, vuoi perché lo meritano, vuoi per proteggere quelli più fragili, o più preziosi, dall’ingordigia della folla. Insomma, i “prati” fuori lista, esistono, ma…: sono le pagine scartate, accartocciate, quelle ancora da sviluppare o, chissà, troppo sviluppate, troppo audaci, e che devono essere rinforzate, sostenute, prima di poter essere deprivatizzate. C’è ancora da fare un lavoro di scavo, paziente, faticoso, prima che (gli) altri prati possano venire alla luce.
Dice: ma adesso sei tu che ci prendi per il culo, non si capisce più un cacchio. Per spiegarmi meglio parlerò allora di due esempi concreti. In uno “vediamo” attraverso un paesaggio notturno, lunare, il peggior prato del mondo: erba agonizzante nel petrolio, ruggine, rumore, delle sirene, dei cingolati, tanfo di morti, di stracci putridi, pochi vivi, chissà bambini, che con le mani gelate dal freddo, incrostate, giocano a biglie nei solchi, forse squarci aperti dall’esplosione – una scena di guerra? una battaglia? un attentato? In ogni caso la scrittura lo dipinge, e in mezzo c’è quel cane nero – o no? – lo vediamo, letteralmente lo vediamo, forse il custode di questo prato, il peggiore dei prati…, una sorta di rabbiosa natura morta. Dell’altro esempio-immagine invece non posso che parlare… non parlandone, ma solo sobriamente enunciandone il tema: il sesso. E se non posso parlarne è perché, estratto dal suo prato, anzi i prati – il sesso che ne occupa in senso pieno uno, ne attraversa poi diversi altri – qualunque sua esemplificazione suonerebbe come oscena, quasi pornografica, mentre al contrario c’è qualcosa di estrememante contenuto, sobrio, chirurgico, nel modo in cui Inglese ne parla, gli parla, fra desiderio animale e fantasma, fra amore e violenza, sopruso, maschio soprattutto, non per esaltarlo, ovvio, né per giustificarlo, o per usarlo, la pornografia appunto, ma neanche per distribuire lezioncine: letteralmente, Inglese fotografa, lasciando che le cose, gli errori, persino gli orrori, le dolcezze, le speranze, gli slanci, i desideri parlino, si raccontino da soli (mentre mi vengono in mente le cose, gli oggetti, le descrizioni di Ponge, che immagino appartenere anche lui al retroterra culturale di Andrea Inglese). Del resto, le fotografie, di prati appunto, soavi, ispidi, docili, coltivati, selvaggi, che inframmezzano le pagine del libro, hanno un profumo, ricordano inequivocabilmente il pelo pubico. E chi è dentro il libro, chi legge, prova a volte disagio, com’è giusto che sia, ma un disagio molto diverso da quello di cui parlavo all’inizio: Prati giustamente è agli antipodi del rischio moralisteggiante di cui dicevo prima – ed è per me inclassificabile, inassimilabile alle categorie che ho provato ad abbozzare. In questo senso è fra le opere di Inglese quella che mi è più piaciuta, con cui più mi sono sentito in sintonia.
p.s. Non mi sembra di aver letto in nessuna pagina – ma forse mi è sfuggito, anche la lettura più attenta si perde per la strada delle parole – il nome “Gaza”. È ovvio, si dirà, arriva dopo, subito dopo: Prati. Extended Version, che mette insieme alcuni testi già editi con altri più recenti, raccoglie prose composte fra il 2007 e il 2023, subito prima dunque che laggiù scoppiasse l’inferno.E tuttavia c’è: il prato infatti può essere illimitato, perdendosi all’orizzonte, o viceversa delimitato, recintato, per la mano di chi lo traccia o lo inventa, nel contempo all’aria aperta e chiuso, prigioniero, terreno ideale insomma per accogliere e moltiplicare la violenza della storia, la nostra piccola, individuale, o quella con la grande S. E quindi, forse, come profeticamente anticipandola (direbbe Andrea I. oggi?), Prati parla anche, sempre e comunque della martoriata, della sequestrata Gaza, che nella prospettiva dell’Inglese “militante” è oggi l’epicentro emblematico della violenza prevaricatrice.
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