Farsi male. Variazioni sul masochismo (Einaudi, 2025) è un libro su come il dolore diventa abitudine. Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, professore di Psicologia dinamica alla Sapienza di Roma, nella cinquina del Premio Strega Saggistica 2025 con Corpo, umano (Einaudi), guarda il masochismo fuori dagli stereotipi e lo porta nelle relazioni, nel lavoro, nella colpa, nei gesti quotidiani con cui ci consegniamo a ciò che ci ferisce. Affronta questo libro con una scrittura diventata riconoscibile nel panorama editoriale, capace di unire rigore clinico e sensibilità letteraria. Ma la clinica non diventa gergo. E la cultura non si fa vetrina.

Il libro lavora per variazioni. Non si regge mai su una tesi unica. Avanza per capitoli brevi ma densi di significato che tornano sul tema da angolazioni diverse e mostrano quanto il masochismo sia meno un’etichetta – e meno ancora un richiamo a pratiche sessuali – che una costellazione di comportamenti. C’è il masochismo delle relazioni, quando l’umiliazione viene scambiata per intensità e la mancanza per prova d’amore. C’è quello del lavoro e del dovere, quando ci convinciamo che valere significhi sopportare e rinunciare. C’è il masochismo della colpa, che non dà piacere ma dà un ordine, anche sbagliato. E poi c’è la voce interiorizzata che giudica e punisce prima degli altri, il “sabotatore interno” di cui parla Lingiardi.

“Succede a tutti di farsi male” – scrive Lingiardi – “ma possiamo imparare a riconoscere e, quando possibile, districare i patimenti che ci colpiscono alle spalle da quelli a cui noi stessi, più o meno consapevolmente, ci consegniamo. […] Voglio delimitare un territorio vastissimo e oscuro, percorrere la storia dei nostri dolori e tracciare un confine tra convivenza e connivenza, distinguere un inciampo accidentale dalla presenza di un sabotatore interno.”

La forza di Lingiardi sta soprattutto nel rifiuto delle scorciatoie. Non cerca colpevoli e non offre slogan terapeutici. Porta esempi, immagini, canzoni, rimandi culturali. Usa poesia e soprattutto cinema – Almodóvar, Bergman, Bresson, Fassbinder, Haigh, Huston, Truffaut – come lenti per capire meglio i copioni affettivi che ci portiamo dietro. Mostra poi i meccanismi e il loro costo, e chiarisce un punto che taglia in due molti luoghi comuni: spesso non ci facciamo male perché “amiamo soffrire”, ma perché stare bene ci sembra rischioso. La felicità appare fragile, quasi sospetta, mentre il dolore ha la solidità di ciò che conosciamo. Tutto ciò sembrerebbe somigliare più a sadismo che a masochismo. Perché l’impulso non sta nel subire, ma nel colpire comunque quell’oggetto interno che ha la nostra voce. Non ci riconosciamo. Piuttosto ci neghiamo. E qui il dolore si duplica e fa ancora più male.

Il merito di Farsi male è nella chiarezza con cui mette a fuoco un territorio che di solito resta confuso. Non semplifica, non consola, non fa prediche: descrive e distingue. Riconoscere l’abitudine – quella di consegnarsi al dolore, di chiamare “carattere” una vecchia difesa – è il primo passo per non chiamarla destino.

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Autore

s.magi@tin.it

Stefano Magi, classe 1996, vive e lavora a Radicofani, in Val d’Orcia. Scrive per Il Fatto QuotidianoMinima et Moralia e Vanity Fair Italia.

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