C’è qualcosa di profondamente inattuale, e proprio per questo perenne, nel teatro di Antonio Rezza e Flavia Mastrella. Inattuale non perché fuori dal tempo, ma perché refrattario alle convenzioni del contemporaneo: alla semplificazione, alla riconoscibilità immediata, alla domanda di senso come prodotto confezionato. Metadietro, il nuovo spettacolo presentato al Teatro Vascello, si inserisce con coerenza in un percorso che da quasi quarant’anni interroga il teatro come luogo di attrito, più che di rappresentazione.
Assente una trama nel senso tradizionale del termine, in Metadietro si procede per accumulo e svuotamento, per frammenti che si richiamano e si contraddicono, evocando naufragi, derive, odissee senza ritorno.
La “scomparsa dell’eroe”, evocata nei materiali di presentazione, non è un tema narrativo, ma una condizione strutturale: l’eroe scompare perché è venuto meno il quadro simbolico che ne rendeva possibile l’esistenza. Non resta che un soggetto esposto, attraversato e come ferito dal linguaggio, più che capace di governarlo.
Un linguaggio continuamento decostruito, parodiato, svuotato del suo senso, esposto nelle sue contraddizioni, nella sua irriducibile inadeguatezza all’espressione della realtà
Antonio Rezza, che continua a definirsi “il più grande performer vivente” fino a prova contraria, conferma la sua distanza dalla figura dell’attore classico, “normale”. Nessun personaggio interpretato, sulla scena non vengono incarnati stati d’animo, non si aderisce a un testo: tutto è certamente collaudato in un esercizio continuo (formidabile la forma fisica del sessantenne Rezza, dotato di un corpo elastico da far invidia a Iggy Pop), ma le battute scaturiscono chiaramente non dall’improvvisazione, dalle variazioni ispirate delle contingenze del momento.
Il corpo di Rezza agisce come un campo di forze schizofreniche, deformandosi in risposta agli habitat ideati da Flavia Mastrella, che non funzionano come scenografie illustrative, ma come dispositivi di costrizione. È da questa costrizione che emergono parole, ritmi, azioni che sembrano nascere più da un disagio irredimibile che da una volontà espressiva.
Accanto a Rezza, in questo “spettacolo” la presenza di Daniele Cavaioli introduce una variazione significativa. Il suo ruolo non è quello di una semplice spalla, ma di un controcanto che rallenta, devia, moltiplica. La relazione tra i due non produce equilibrio, ma ulteriori disallineamenti, moltiplica gli equivoci, le sgrammaticature, i paradossi che denudano l’inconsistenza delle convinzioni imperanti. Un controcanto stonato in scena, determinante a ispirare a quella sensazione di instabilità permanente che attraversa tutto Metadietro.
Come scrive da par suo il sempre ottimo Ludovico Cantisani su Persininsala: “In questo divertissement lugubre e caustico, fluviale nella quantità di tematiche e provocazioni sollevate, trovano posto sprazzi anti-sistematici e perennemente ironici di critica sociale – come la folgorante battuta «ha fatto più danni il lume di candela negli ultimi vent’anni che il patriarcato». Immancabile il riferimento all’intelligenza artificiale, contrapposta a un’«intelligenza artificiosa» che consiste in «quella capacità di starti zitto mentre gli altri si aspettano da un momento all’altro che tu dica la tua»”.
Con un coraggio, che non gli è mai mancato, Rezza allude provocatoriamente anche all’attualità politica, deridendo ad esempio la demonizzazione russofoba dei media nazionali e non mancando di sottolineare il doppio standard nei confronti della distruzione di Gaza da parte del governo israeliano.
Il fatto che si debba chiarire che ciò non vuol dire in nessun modo essere “filo-putiniani” spiega perché le sferzate di Rezza colgono nel segno.
Vorrei anche approfondire uno spunto interessante presente nel contributo di Cantisani: Metadietro sembra lavorare su una parodia non tanto della vita interiore, come accadeva in Nostra Signora di Turchi, prima grande opera romanzesca di Carmelo Bene, quanto della vita esteriore e dei suoi dispositivi: le regole della convivenza sociale, il linguaggio mediatico, l’immaginario tecnologico, la retorica dell’intelligenza e della comunicazione. Non vengono messi in scena sentimenti o conflitti psicologici, ma i meccanismi che li generano e li condizionano. Il risultato è un teatro dichiaratamente, come da tempo sostengo, fieramente antiumanistico, ovvero che smonta l’idea dell’uomo come misura e centro del mondo.
Interessante, inoltre, rispetto alle prove precedenti, è anche il rapporto con il pubblico.
Alla storica contrapposizione frontale, alle provocazioni aperte e allo scambio di insulti (stravinto generalmente da Rezza con inesauribile creatività nella violenza dialettica) si affianca qui una forma di collaborazione più regolata, pur senza rinunciare alla violenza simbolica.
Le rotture della quarta parete restano centrali e funzionano come richiami rituali: chi si distrae, chi guarda il cellulare, chi abbandona la sala viene esposto come colpevole di una violazione. Non si tratta di gag improvvisate, ma di una riaffermazione del teatro come spazio non neutro, che esige presenza e attenzione.
Folgoranti le battute con cui si inchiodano i “distratti”: “Spegni la luce del cellulare che si vede la tua faccia da c…!”; “Tu ti illumini, ma mai d’immenso!”
Il comico, come spesso accade nel lavoro di RezzaMastrella, emerge come effetto collaterale. Si ride non perché lo spettacolo cerchi la risata, ma perché la tensione tragica viene spinta oltre il punto di sostenibilità. Il riso diventa allora una reazione fisiologica, una forma di difesa.
Metadietro non offre chiavi di lettura univoche, né tenta di chiarire il proprio discorso.
Al contrario, lo complica, lo rende ostico, indefinibile, disorientante pur nella sua schiettezza, resistente ai vezzi filologici e all’ansia di etichette da appiccicare della critica dotta.
In un panorama teatrale sempre più orientato alla riconoscibilità e al consenso, RezzaMastrella continuano a occupare una posizione laterale, difficilmente assimilabile. Più che proporre visioni del mondo, ne mettono in crisi i presupposti.
E forse è proprio in questa ostinata inattualità che risiede, ancora oggi, la loro necessità.
Qui per essere informati sulle prossime date del tour nazionale.
Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
