Con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi propone la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.
“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.
Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra.
Il ritorno era stato una resa. Esagerando un tantino, Luca si considerava una specie di residuo calcareo generato da un fenomeno di erosione, il rimasuglio organico di un processo geologico. Si sentiva un deposito slavato e scavato, a fine corsa.
Aveva dovuto lasciare in tutta fretta l’appartamento in cui aveva passato gli ultimi tre anni di studi, e nel farlo si era sentito come mutilato. Quel posto era diventato un ampliamento del suo corpo, un laboratorio di sviluppo personale. Nel giro di pochi giorni un perfetto sconosciuto avrebbe invaso quella che per anni era stata la sua stanza, il suo corpo esteso. Luca si era trovato così a dover ammassare precipitosamente, in scatoloni prelevati come un ladro dal supermercato sotto casa, i molti libri usati, i vinili depredati dalle bancarelle, le fotografie, gli innumerevoli idoli e feticci che gli avevano dato l’illusione di essere qualcosa di più che la lenta e inevitabile linea evolutiva di una storia familiare. I depositi accumulati durante quello scorrere di vita destinata ad esser messa tra parentesi si stavano ammassando a mucchietti mentre svuotava casa. Le cose erano fondamentali. Luca se ne rendeva conto mentre cercava di incastrare, nel minor spazio possibile, le riviste musicali che gli aveva ceduto per quattro soldi uno studente di Lettere fuori corso da anni che doveva aver chiesto la residenza presso l’auletta occupata al secondo piano della facoltà. Le sue memorie del periodo universitario erano fatte di cose, oltre che di persone a cui le cose erano però inestricabilmente intrecciate.
La bici, innanzitutto. Un mezzo di trasporto indispensabile che gli aveva permesso di infiltrarsi nelle profondità di quella città nuova, addirittura immensa se confrontata con il suo paesino d’origine. In qualsiasi stagione, ad ogni ora, inforcando la sua due ruote resistita incredibilmente ai furti, bucava con agilità gli intoppi del traffico. E poi, tornando dall’università a fine pomeriggio o rincasando a tarda notte, la bicicletta gli aveva permesso di esplorare percorsi inusuali, di fare il fantasista con la mappa della città, di lasciarsi andare a deviazioni impreviste, zigzagando in esplorazioni senza meta.
L’aria delle quattro del mattino, nelle sere calde d’estate, era qualcosa di indescrivibile: metteva in pace con il mondo, scompigliava i capelli e arrossava gli occhi tra residui di smog, fumo di trinciato, pollini persistenti. E quando finalmente si scendeva dal sellino si sentivano i cinguettii dei passeri nel silenzio increspato dal traffico e ci si ricordava delle vacanze, del mare, dell’alba che da lì a poco sarebbe arrivata in silenzio, turbando solo il sonno di chi si sarebbe svegliato masticando stanchezza e noia per andare al lavoro. La bici – l’avrebbe lasciata attaccata a un palo a Torino, la sua città non aveva bisogno di essere esplorata – rievocava il meglio di quegli annicon la forza simbolica di un amuleto magico. Le corse forsennate con la musica nelle orecchie per non tardare all’appuntamento strappato alla compagna di corso conosciuta il pomeriggio stesso. E poi, dopo lunghe chiacchierate, dopo i baci e il sesso fatto alla buona in appartamentini di fortuna, il rientro a casa sembrava una planata infinita sulle strade lucide e deserte che riflettevano i bagliori rossastri dei lampioni, o che profumavano di quella pioggia improvvisa tipica della città in estate. I rumori dei tram che passavano sferragliando, facendo tremare l’asfalto e l’atmosfera rarefatta, le voci dei gruppetti di studenti che il sibilo d’aria della bicicletta condensava in indistinguibili globuli sonori, le frenate improvvise ai rossi in agguato dei semafori, i fraseggi nervosi dei clacson. Una sinfonia.
C’erano poi una quantità di ninnoli, monili, soprammobili, cineserie che aveva ricevuto in occasione di feste di compleanno, celebrazioni post esami o serate goliardiche. La vita universitaria era stata, per Luca, l’insieme aggrovigliato di tutte queste cose che ora stava chiudendo in quegli scatoloni, a gambe incrociate come un bambino tra vecchi giocattoli. Si era ritrovato tra le mani la statuetta di un elefantino di plastica rosa di pessimo gusto (l’aveva scovata tutta coperta di polvere dietro a una risma di fogli per la stampante, sull’ultimo piano della libreria Ikea). Quell’oggetto aveva scatenato in lui una vera e propria tempesta. Lei si chiamava Marta e studiava fisica. La sera che erano rimasti in casa da soli per la prima volta avevano guardato Dumbo, perché dopo la seconda bottiglia di vino lei aveva rievocato con grande nostalgia la scena dei rosafanti.
Così avevano messo su il film, avevano pianto come scemi alla sequenza del “bimbo mio vieni qui” e alla scena delle allucinazioni erano scoppiati a ridere e si erano abbracciati. Si erano stretti forte, e poco dopo lei aveva i capelli lunghi e lisci che gli cadevano sulla faccia e lo solleticavano, e spostavano lievemente l’aria con il loro movimento oscillatorio, e lei scuoteva la testa assieme a tutto il suo corpicino sinuoso e vibrante. Insomma, l’elefante rosa di plastica era il pegno, ricevuto qualche giorno dopo, di quella serata. Si erano rivisti altre tre o quattro volte, poi Marta era partita per uno stage all’estero, o qualcosa del genere. Chissà dov’era adesso, aveva pensato Luca mentre si faceva forte la tentazione di mandarle un messaggio, di mandarle la foto dell’elefantino. No. Se non si è più fatta viva un motivo ci sarà.
Poi c’erano le lettere, i foglietti. Uno era ricavato da un pezzetto di carta da regalo e sfoggiava caratteri grossi, tondi e infantili. Era di una certa Chiara. Con lei, per oltre un mese (doveva essere novembre, ricordava che il buio arrivava presto a premere contro i vetri sottili delle finestre), non aveva fatto altro che bere tè caldo e passeggiare lungo il fiume per riaccompagnarla al bus delle dieci e dieci. Non si erano mai toccati, nemmeno sfiorati: parlavano e si guardavano negli occhi e Luca, alla fine di ogni incontro, era come ubriaco. Lei gli aveva regalato un mix di infusi che erano rimasti tutti lì perché, dopo quel mesetto di frequentazione assidua, Luca si era messo con una certa Giovanna che non beveva tè. Chiara non si era più fatta sentire.
E infine c’erano i ritagli di giornale. Si sentiva suo nonno quando con le forbici cercava di stare nei margini e fare un lavoro decente, asportando dai quotidiani sottratti ai bar gli articoli che riteneva più interessanti. La faccia di Vittorio Arrigoni fu la prima a comparire dal mucchietto: la sua morte aveva turbato Luca nel profondo. Il fatto che uno come Vittorio fosse stato ammazzato così, come un cane, gli aveva tolto il sonno. Anche adesso, a pensarci, sentiva una fitta allo stomaco. Poi c’erano diversi articoli sulla guerra in Siria, uno su padre Paolo dall’Oglio che aveva trovato su Internazionale, ed una foto degli ultimi istanti di vita di Gheddafi. Attentati, molti. Si era quasi dimenticato della strage di Beslan e della crisi del teatro Dubrovka. Si trovò a rileggere l’intervista al chitarrista della band del Bataclan e di alcuni italiani che raccontavano come erano riusciti a nascondersi dietro all’impianto audio. La sua storia era costellata da stragi. Uno dei primi ricordi dell’età cosciente era l’attentato alle Torri Gemelle (aveva visto il secondo aereo schiantarsi e disintegrarsi in diretta), e subito dopo la scena di quel ragazzo che zampillava sangue dalla testa a Genova, e le cariche violentissime dei poliziotti.
Quello che Luca cercava e conservava ritagliando le pagine di giornale erano soprattutto le storie dei testimoni. Le loro parole, i loro volti (come quello scavato di Domenico Quirico dopo il rapimento, così simile alla faccia ossuta di Giovanni Lindo Ferretti) dimostravano che si poteva resistere anche al peggio, che c’era una speranza. Aveva trovato travolgenti i racconti dei vignettisti di Charlie Hebdo, o alcune testimonianze dei giovani africani sbarcati in qualche porto del Sud dopo una traversata che sembrava una versione moderna dell’Odissea.
In quelle carte leggere i problemi del mondo avevano margini definiti, un inizio e una fine. A Luca era sempre piaciuto sistematizzare le cose a modo suo, decidendo arbitrariamente dove una cosa dovesse cominciare e dove la stessa sarebbe finita. Gli articoli di giornale gli semplificavano il compito. La sua conoscenza dei fatti si limitava a quel tanto che gli bastava per sentire di averne afferrato il succo.
“Non senti di sapere così poco delle cose più ti informi?”, gli aveva chiesto un amico che era capace di chiudersi in casa per settimane per approfondire un argomento. No, Luca era più che soddisfatto dalla sua sparsa cultura generale. Di andare troppo a fondo non si curava più di tanto.
Certo, quando a spargersi erano stati solo gli scatoloni da portare via per sempre, un poco si era pentito di non aver accumulato maggiore peso specifico in quel posto dal quale sentiva di stare sfumando come un fuoco fatuo.
“Come sei esagerato Luke, ritorni quando vuoi, io sono qui e ti ospito volentieri, lo sai.” La telefonata di Mirko era arrivata proprio quando se l’aspettava.
“Sì Mirko, hai ragione… Però è una rottura lo stesso. Da me non c’è nulla da fare, ti ricordi che deserto è qui la sera, no? E poi non so più come far stare le maledette cose in questi scatoloni.”
“E Clara che dice? Avete risolto?”
Perché tirare sempre in ballo Clara? Avrebbe preferito non parlarne affatto.
“Cosa vuoi che ti dica, per lei non mi sono impegnato abbastanza. Ma che ne sa lei? Probabilmente pensa che basti avere talento e le strade ti si aprono così, naturalmente.”
“Intanto lei il talento ce l’ha…”
Mirko stava provocando, come al solito, e proprio per questo Luca, che amava i caratteri tenaci e in grado di sostenere la sua testardaggine, si era affezionato a quel personaggio conosciuto durante una delle sue prime serate da universitario, in qualche locale alternativo del centro.
“Ok, ma ha anche i contatti.” Luca aveva detto “contatti” con un’inflessione esageratamente polemica di cui si era sicuramente pentito un secondo dopo, ma il trasmettitore aveva già rimbalzato il messaggio all’apparecchio di Mirko.
“Eh, io te lo dicevo che era di un’altra categoria la stronzetta.”
“Ti ricordo che è sempre la mia ragazza, Mirko. E stiamo insieme da… otto mesi, e ormai non è che si può buttarla nel cazzeggio totale. Capisci cosa voglio dire?”
“Più o meno.”
“Dai fai uno sforzo.”
“Facciamo lo sforzo se ti rende felice: sei un sentimentale esagerato ma fai finta di no, dici che non ci tieni alle cose mentre ora stai riempendo scatole di cose inutili… Tipo quelle statuine che ti facevi regalare ogni volta.”
Colpito nell’orgoglio, aveva dovuto ammettere Luca trattenendo un sorriso di ammirazione per il modo in cui Mirko riusciva a dire certe cose ammantandole di un’ironia affettuosa, da amico fidato, e per questo senza alcun timore reverenziale.
“Guarda che me le regalavano quelle robe lì. Ma poi che c’entra?”
“C’entra, perché non ti sai separare dai tuoi fantasmi. Forse alla fine ti fa bene tornartene in quel buco di casa tua. Stacchi un attimo, fai le tue considerazioni, capisci a cosa tieni davvero, e chissà che non ci torni, qui. E magari lasci pure la stronzetta.”
“Ehi, ti ripeto che alla stronzetta ci tengo.”
“Uh…”
“Già, e di lasciarla non se ne parla, è un chiodo fisso il tuo… Si starà meno insieme, che vuoi che sia? E se vuole mi raggiunge lei.”
Quante volte ne aveva discusso con Clara? L’ultima volta la sera prima, a dir la verità, ma non aveva alcuna intenzione di affrontare quell’argomento spinoso con Mirko.
“Sì, bravo, lo sai che non siamo andati mai d’accordo io e la tua fidanzatina. Mi considera una minaccia, ha paura che ti porti via da lei, cocco”. I due risero fragorosamente, come se non esistesse una vera e propria distanza fisica oltre quei ricevitori e microfoni che filtravano la comunicazione.
“Sei più una minaccia per te stesso, bevi troppo e prima o poi metti incinta una sconosciuta e sei bello che fregato”, scherzò Luca.
“Nel caso scappo tra le tue montagne, chi mi trova lì? Ma senti, non c’è proprio speranza che quelli là, quelli dello stage ti assumano?”
Luca aveva passato tre mesi nell’ufficio comunicazione e marketing di un’azienda produttrice di componenti per auto, incastonata al settimo chilometro di tangenziale vicino al parcheggio di un supermercato. Ne aveva ricavato tanta noia, neanche un soldo e qualche aneddoto per la tesi di laurea.
“No. Dicono che quest’anno il consiglio di amministrazione non ha deliberato nessuna procedura di assunzione. Che cani, dopo che per mesi mi sono sbattuto per andare ogni mattina fin laggiù. Gratis poi…”
“Non puoi vendere i loro dati? Non avevi accesso ai loro social? Piglia tutto e fatti due soldi.” Ora Mirko stava parlando per parlare.
“Non sai di cosa parli. La password l’avranno cambiata. E poi di galera mi basta quella di casa mia.”
“A proposito, dove vai ad abitare?”
“Da un vecchio amico. Ricordi Giorgio?”
“No.”
“Ma sì, quello che studiava medicina e poi ha smesso perché si faceva troppe canne e stava tutto il tempo davanti ai videogiochi. Quello che conosco dalle medie, il tipo che quella volta che abbiamo fatto una delle nostre prime serate ha vomitato. Eravamo da Sabri.”
“Capito! Il coglione!”
“Eh, sì, lui. Però ora ha trovato un buon lavoro agli impianti di risalita grazie al papà, uno che non so cosa faccia ma è bello immanicato. Vive da solo (“ma va’?”, aveva rimbombato canzonatorio Mirko dall’altro lato dell’apparecchio) e ha detto che mi fa un buon prezzo, tanto ha una camera in più che non usa.”
“Bella la vita quando si ha la grana. Ma a Clara non sta sul cazzo questa cosa? Non potevate trovarvi un posto qui a Torino, così magari ti metti a cercare lavoro sul serio e ti sistemi?”
“No, non si può. E forse non voglio. Di certo però non si può. E poi lo sai che lei vive con delle amiche e dove abita gli affitti sono carissimi. Ho voglia di prendermi un periodo sabbatico, vedo cosa offre il mercato. Poi, magari, torno qui. Ma solo quando sono sicuro di poterci stare dentro.”
Luca stava dando forma al suo progetto traballante in quel preciso istante: non aveva mai esplicitato le sue intenzioni, non era mai riuscito a darsi una ragione plausibile del perché di quella sua scelta da auto-proclamato reduce.
“Un piano geniale”, ammise serio Mirko.
“Ah-ah, molto divertente. Comunque non può che farmi bene, voglio vedere come me la cavo dalle mie parti dopo tanti anni passati qui in pianura. Sai, come Frodo quando torna a casa dopo tutti quei casini con l’anello e fa la figura dello spaccone”.
“Ma sì, ti capisco. Mettiamo un attimo da parte orchi e draghi. No, seriamente. Ok, hai bisogno dei tuoi spazi e qui inizi a sentirti stretto. Capiterà anche giù, anzi su visto che da te è tutto in salita.”
“Letteralmente.”
“Già. Cazzo. Però stasera usciamo vero? Alle dieci al Jumping?”
“Facciamo dieci e mezza, ho ancora un sacco di roba da impacchettare. E domani chi se ne fotte se sono in hangover, posso partire quando voglio.”
“O non partire affatto.”
No, non partire non faceva proprio parte dei piani di Luca.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente
