Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto da Marea, il romanzo di Laura Nicchiarelli uscito per 66thand2nd.

Il nome svetta nero su bianco sul cartello di entrata e addosso al fondale di vegetazione marittima che circonda quel lembo di strada accidentata. L’asfalto è bullizzato dalla pineta che lungo il tratto di statale si mangia anche la segnaletica. Già dalla com­parsa dei primi campeggi sulla destra, quelli dietro la spiaggia, aspettava il pizzicotto al cuore che avrebbe provato leggendo benvenuti a punta ala. Invece non ha sentito nulla.

Eppure a Bianca pensa spesso. Non a lei com’è ora, a dove si trova e cos’è diventata. Questo non le interessa. Non più di quanto le interessi la vita di uno sconosciuto avvistato al se­maforo. Pensandola è sé stessa che vorrebbe inquadrare: come una lente, Bianca è il filtro dei suoi occhi e il suo giudizio di allora che da sempre la ossessiona. Ora si chiede cosa avesse capito, se abbia mai saputo davvero, a che cosa somigliasse dalla sua prospettiva. Nel vaso di Pandora – Bianca qui avrebbe saputo trovare un mito più interessante –, dentro quel pozzo che avevano liberato insieme, c’era tutto di lei. Il suo siero di adulta che dal sottosuolo è schizzato alla luce e l’ha proietta­ta lontano.

Si gira verso Annika. Guida concentratissima, con entram­be le braccia quasi tese sul volante. Dice che le strade in Italia sono percorsi a ostacoli. La visiera da golfista le è calata sulle sopracciglia, le tiene lontano dagli occhi le ciocche color miele che le ballano ai lati della faccia.

Dal finestrino entra odore di resina.

È la prima volta che Camilla viene lì sapendo che non troverà Bianca. Anche se ci fosse, non riuscirebbe davvero a raggiungerla. Perché lei sarebbe quella di adesso, trasfigura­ta dagli anni trascorsi in un paese diverso che l’ha accolta e dove, come Camilla, ha piantato radici orgogliose, facendo fruttare i suoi studi («Dopo l’università se ne è scappata a Londra» aveva detto la madre alla sua quando si erano incro­ciate al porto).

L’algoritmo di Camilla la indovina, suo malgrado, depositan­do sui suoi canali le tracce del mestiere di Bianca. Ha ascoltato alcune delle sue produzioni radiofoniche, pensando di intrave­dere chi fosse diventata attraverso la scelta di un’ospite, in una domanda sagace di un’intervista curata da lei, riconoscendo in una melodia quello che potrebbe essere diventato il suo perso­naggio. Non è diverso da quando erano piccole, quando si espri­meva con la scelta di un top al posto di un vestito, dichiarazioni silenziose che Camilla interpretava come oracoli, muovendosi a passetti laterali per acchiapparne i segreti, tentando di azzec­care cosa pensasse davvero.

Cosa direbbe di lei Bianca, la Bianca londinese? My friend was a gymnast. Chissà. Camilla non ha la pretesa di occupare un posto nella sua storia, o nei suoi pensieri.

È stato proprio l’inglese a farla parlare. Il carattere asciutto e preciso di questo linguaggio e il suo disprezzo per gli inter­calari. Solo l’italiano le dà accesso immediato agli strumenti di contraffazione. In inglese non sa proteggere il labirinto in cui nasconde le confessioni più intime: non riesce a difendersi in un idioma non suo. Quello che dice esce fuori grezzo, così com’è, significato nudo.

Stare attenta alla pronuncia, cercare i termini che non co­nosce, questo la aiuta. Quelli che in italiano sono macigni in inglese sono… parole. È più indolore, sviscerare i fatti, con la distanza della traduzione.

Sì, è stata la mediazione dell’inglese, e Annika che la in­calza.

Ha capito che c’è qualcosa in questo posto, in questi ricordi. Camilla si è lasciata condurre dalle sue domande, sembra sap­pia dove cercare. E alla prima comparsa di quel nome buttato a casaccio tra episodi irrilevanti l’ha interrotta.

«Bianca. Una tua amica?», e la sua pausa sembrava un segna­libro, una sottolineatura sul suo ingresso nella storia.

«Un’amica, sì. Un’amica del mare».

Poi c’è voluto altro tempo, Camilla si è spaventata e ha nuo­tato lontano con le parole. L’ha riportata sulla ginnastica, rac­contandole di gare vinte e ossa rotte. Voleva di nuovo giocare in casa. Le è parsa delusa, Annika, forse comincia a stancarsi delle sue fisse sportive che poi in realtà le accomunano.

Non ha insistito, ma un po’ la conosce ormai, in lei le riserve di pazienza sono calibrate con quelle di tenacia. Presto avrebbe preteso il resto della storia.

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