di Luca Todarello
Interrogare la verticalità, anziché allargare lo sguardo, non come semplice metafora ma come vera e propria indagine morale. Ecco quello che salta alla mente leggendo La via delle stelle di Sandro Frizziero (nottetempo, 2026), un romanzo in cui l’espansione dell’io del protagonista, orfano di padre e attraversato da una serie di relazioni sentimentali finite in vicoli ciechi, procede per sedimentazione, dal basso verso l’alto e viceversa, saldando i ricordi di un’esistenza da giovane adulto con il desiderio (de-siderare, per non allontanarsi mai dalla centrale vocazione astronomica del testo) di quello che egli vorrebbe essere. Verticalità, dunque, non come storia di movimento e ricerca, ma come narrazione del dislivello che intercorre tra cielo e acqua, tra eclissi e fondamenta.
Se nelle prime pagine rivive il ricordo del padre del protagonista, astrofilo che sogna di assistere all’eclissi del secolo in Messico e che osserva la volta stellata con ostinazione quasi ascetica invitando a un esercizio di pazienza visiva («Occorre mezz’ora almeno perché la vista si abitui al nero»), il cuore della narrazione scivola poi lentamente verso il rapporto con Ludo e veso quel mistero urbanistico e umano che è Venezia, con la sua tensione verso la decadenza e la putrefazione: «città vecchia, naturalmente propensa al dissotterramento delle pulsioni, ai ritorni di fiamma, alle esumazioni sentimentali». L’oscuro, il buio è il magma che unisce l’alto e il basso, giacché solo con il calare della luce è possibile intuire la verità, in un mirabile gioco al negativo, in uno specchio del nulla.
A Venezia, il protagonista (mai nominato, ideale portavoce di una generazione di estranei tanto al lavoro quanto a legami affettivi davvero radicati) va a trovare proprio Ludo, l’oggetto del suo desiderio e secondo polo magnetico della sua vita, in celata antitesi con la figura del padre. Nelle Fondamenta degli incurabili Iosif Brodskij elaborava «una teoria della ridondanza eccessiva, dello specchio che assorbe il corpo che assorbe la città». Qui invece la città lagunare funge da rifugio della radicalità del pensiero, semplicemente per via di Ludo. La sua presenza è animale, quasi prelinguistica: non è un personaggio che sospinge la condizione del protagonista verso l’alto, ma la trattiene, la radica: è percepita attraverso la fisicità, il sudore, l’energia indomata, come se Ludo incarnasse una gravità necessaria, la controparte terrestre della tensione cosmica ereditata dal padre. È lei che permette adi sottrarre il cielo alla sua astrazione, di trasformare l’eclisse da evento metafisico a desiderio condiviso, domestico, pronunciato a bassa voce nel letto veneziano. Ludo diventa «l’unico elemento familiare, la sua ancora» e Venezia «la città perfetta per amare, […] più che altro per l’orrore che emana».
Frizziero affida la sua storia a una scrittura del galleggiamento in cui il senso si dilata abbracciando registri lirici e quotidiani, una naturalezza espressiva che diventa, appunto, riflesso della complessità del reale. Elenchi, inventari, sequenze e rarefatte sensazioni ne sembrano voler trattenere il senso prima che svanisca. Una sofferenza dello stare qui e ora che discende da certo cinema e da certa letteratura pienamente novecentesca.
«Non vi è nulla di poetico nel cielo stellato, piuttosto vi è il nulla» chiosa la voce narrante di questa storia, quasi presagendo il finale desertico (Antonioni aleggia anche qui) che la lascerà davanti all’ennesima indecifrabilità della coscienza.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente
