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di Laura Scaramozzino
Domani Marta si sposa. Ieri sera è passata a prendermi e siamo andate in una vineria del precollina. Fuori dal locale mi sono stretta nella pelliccia ecologica. Dal fiume veniva aria fredda.
Abbiamo aspettato che arrivassero le ordinazioni. Ho preso un sorso di brachetto e l’ho fissata mentre si scolava un calice di erbaluce. Marta si è leccata il labbro «Hai freddo?» Mi ha chiesto.
Ho spinto indietro il bicchiere e ho premuto i polpastrelli sul legno del tavolo scheggiato.
Lei mi ha preso la mano «Perché sei così tesa?»
«Non venivo in questo locale da anni e ogni volta che ci vengo c’è un tempo di merda».
Marta ha sorriso. «Avresti preferito una tisaneria? Di quelle dove vanno i fighetti dell’università?» Si è sporta verso di me, l’odore del vino mescolato al profumo anni Ottanta.
Le cameriere sgusciavano fra i tavoli con i grembiuli bordeaux e le code di cavallo. Assomigliavano a Marta quando si conciava da cuoca e mi preparava la moussakà nella sua cucina smaltata di rosso.
«Non sei contenta per me?»
«Pensavo vi sareste lasciati».
Marta si è ritratta e ha ridacchiato. Il bicchiere vuoto in mano.
Al passaggio di clienti e camerieri, lo scricchiolio del parquet e dei tavoli intorno mi dava il mal di mare.
Marta si è tirata una ciocca di capelli dietro la spalla. «Non me ne frega nulla del regalo, ma non puoi non farmi da testimone».
«Come vuoi» le ho detto e lei ha ordinato un altro calice.
Quando sono tornata a casa, sono andata a letto ma non sono riuscita a prendere sonno. Pensavo a quando avevo conosciuto Marta all’università. Avevo deciso di frequentarla perché assomigliava a Daria, una cugina alla lontana che viveva giù al mare. Una che sapeva sempre che cosa fare e aveva un odore che mi faceva pensare alle piante carnivore. A fiori grassi che non avevo mai visto.
Le ruotavamo tutti intorno, da bambini. Nello scantinato la famiglia di Daria teneva un congelatore per conservare i gelati. Eravamo quasi sempre lì. Lei si chinava, smistava fra le confezioni ghiacciate e tirava fuori coppette a forma di pipa, rosse e gialle, e biscottoni ripieni. Di rado Daria ci faceva entrare nella sua stanza e quando capitava s’irrigidiva. Sopra gli armadi c’erano file e file di bambole con i vestiti da damigella. Tutte chiuse dentro confezioni di plastica sigillate.
Un giorno le ho chiesto perché non ci giocasse mai e lei mi ha risposto: «Quelle non sono per giocare. Si rovinerebbero».
Dopo siamo tornati nello scantinato.
Una volta eravamo soltanto noi due. Daria mi aveva chiesto di aspettarla lì. Le avevano regalato una maglietta a righe come quella che indossavano le ragazze grandi. Voleva sapere che cosa ne pensassi. Così ero rimasta sola. Trascorso un minuto, avevo aperto il congelatore che mi ronzava accanto. Dopo aver chiuso gli occhi per il freddo improvviso, li avevo riaperti per frugare tra i gelati.
Sotto un cumulo di ghiaccioli, avevo sfiorato una superficie di platica liscia e l’avevo afferrata. Tirandola su mi ero ritrovata in mano la testa di una bambola. Una di quelle che Daria teneva in fila sopra gli armadi. Appena avevo sentito i passi sulle scale, avevo rimesso la testa in fondo al congelatore e pensato che la testa della bambola mi assomigliasse.
Marta si è laureata con il massimo dei voti e io le ho preparato la torta per la festa. Abbiamo bevuto sangria fino a tarda sera. Poi le è rimasta a dormire a casa mia. A quel tempo lei era single e a me piacevano solo gli uomini che riuscivo a mettere in imbarazzo.
La notte della laurea non abbiamo dormito, ci siamo strette sotto il lenzuolo anche se era giugno e sudavamo. Le ho sentito addosso lo stesso odore che aveva Daria quando stavamo nello scantinato. Lei non smetteva di ridere e io non sapevo che cosa fare. Allora le ho raccontato una storia. Una cosa che mi era successa qualche anno prima.
Mia madre aveva venduto il negozio e stava parlando con un suo amico avvocato nel salotto che puzzava di Camel fumate fino al filtro. Non sapevo perché si incontrassero a casa e non dentro uno di quegli studi con le targhette in ottone sul citofono. O forse lo sapevo, ma non importava.
Sono entrata e ho detto: «Mamma, io vado a studiare da un’amica per l’esame. Stasera mi fermo lì».
Lei mi ha guardato come si fa con i pipistrelli che ti entrano in casa d’estate. L’avvocato ha mostrato un sorriso teso. Mi ricordava un attore biondo di un film anni Sessanta.
Non ho aspettato la risposta, ho messo la giacca verde militare con la bandiera della Repubblica federale tedesca cucita su una spalla. Ho preso il tascapane e sono scesa giù. Ho aspettato quasi un’ora.
Quando l’avvocato è sceso gli ho detto. «Portami a fare un giro».
Lui si è tastato la fronte con due dita.
«Se non lo fai, dico a mamma che mi hai toccato».
Avevo smesso di colpo il racconto e Marta era tornata seria per un momento. «E poi che cosa è successo?»
«Niente» ho bisbigliato «Non succede mai niente».
E lei si era messa a ridere di nuovo.
Oggi Marta si sposa. Io indosso un abito lungo stile impero color verde salvia. Non mi sta bene per niente. I colori che mi piacciono mi fanno sembrare stanca. Stremata. La parrucchiera mi ha tirato su i capelli e mi ha acconciato i boccoli. «Sembri una bambola» mi ha detto e allora ho pensato al regalo. Al naso e al mento di plastica che aderiscono sotto la carta lucida. All’odore di Marta e Daria e alle cose che non succedono mai.
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