Pubblichiamo un racconto di Vincenzo Pierri. Foto in copertina: Matt Artz su Unsplash
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Nomenclatura dell’orrore (senza compromettersi)
Atti del consesso filologico sull’impronunciabile
Seduta linguistica n. 42/B – Oggetto: Gaza
Nella sala conferenze dell’antico istituto, tra scaffali di pergamene mai lette e termosifoni spenti per risparmio etico, si tenne l’attesissima ASS, acronimo di Adunanza Semestrale Straordinaria dell’Accademia della Semola. Tema unico all’ordine del giorno: È lecito, è fondato, è linguisticamente sostenibile, dire che a Gaza si stia compiendo un genocidio?
Fu un dibattito lungo, paludato, appassionato, assolutamente sterile.
Aprì i lavori il prof. Giulivo Bazzucchi, italianista emerito dell’Università di Verbania, autore del celebre saggio Le preposizioni articolate nel ‘300 e la loro funzione salvifica. Bazzucchi, con tono grave, dichiarò: Genocidio, no. È parola troppo abusata, troppo compromessa. Si opti piuttosto per massacro. Netta, dritta, pulita.
Poi fu il turno della prof.ssa Adelaide Frinzetti, glottologa panlatina e presidente onoraria del Centro Internazionale di Fonosemantica comparata: Carneficina. Parola antica, ricca di sangue ma anche di carne. Umanizza. Avvicina. Chi dice genocidio non coglie le sfumature semantiche.
Ruggero Spennati, giornalista emerito, già inviato de La Gazzetta delle Glosse, invece propose: Sterminio. Forte, ma ancora passabile nei talk show.
Domenico Malò, docente di Semiotica della Reticenza, intervenne a gamba tesa: Io direi ecatombe, per l’eleganza mitologica. Ci aiuta a traslare l’orrore in un altrove poetico.
Marina Lucangeli, filologa con dieci monografie sul significato variabile di “dolore”, prese parola mentre si serviva il secondo muffin al kamut: Io dico eccidio. Evoca l’eccedenza, l’eccesso. Ma con grazia.
E annientamento?, propose con voce rauca il prof. Attilio Scandicci, storico della critica, vestito con la stessa giacca di tweed dal 1987. Oppure distruzione in massa, che è più largo. Inclusivo.
Fu allora che prese la parola, con cautela, la prof.ssa Doriana Pilutti, semiologa postcoloniale, nota per aver introdotto il concetto di “eufemismo strategico nelle narrazioni belliche d’Occidente”: Pulizia etnica. La dico sottovoce, disse. È violenta, sì, ma non troppo. Ambigua, come piace a chi deve scegliere da che parte stare senza sembrare schierato. In più ha il pregio della bidirezionalità: si applica facilmente ai Balcani, ma anche al Vicino Oriente.
La giovane ricercatrice precaria Clarissa Belloni, che sperava in un intervento d’effetto per ottenere una docenza, osò: A me piace bagno di sangue. È visivo, cruento, limpido nella forma.
Un silenzio inquietante piombò nella sala. Poi Luigi Nocenzio, specialista proprio in pragmatica del silenzio, tossì e sussurrò: Olocausto?
Mormorii. Imbarazzo. Uno si fece il segno della croce.
Gianni Morlotti, editorialista e lessicografo non praticante, ruppe il silenzio per concludere con piglio professionale: Chiamiamolo uno sterminio potenziato. Oppure un massacro rafforzato. Magari un eccidio aumentato. O un annientamento consolidato, se proprio. In fondo si tratta solo di trovare il giusto aggettivo.
Poiché non si riuscì a raggiungere un consenso unanime sul termine più appropriato da adottare, se eccidio o mattanza, se carnaio o annientamento umanitario mirato, la discussione fu aggiornata alla settimana seguente. Si decise anche di costituire un sottocomitato terminologico, coadiuvato da un gruppo di lavoro misto tra filologi, filosofi del linguaggio e un influencer con master in storytelling morale.
La segretaria chiuse i verbali. Alcuni si alzarono per sgranchirsi le gambe, altri iniziarono a raccogliere cartelle e bottiglie vuote, altri ancora appuntarono nuove definizioni da discutere nel prossimo incontro: meglio deumanizzazione sistemica a bassa intensità o frantumazione demografica retroattiva?
Fu in quel momento che si udì un rumore secco; una crepa si aprì sul muro in fondo alla sala, netta. Dallo squarcio cominciarono a traboccare delle macerie: calcinacci, polvere, alcuni frammenti di piastrelle, forse un osso. Nessuno la notò, ormai stavano servendo il buffet. Poi, ci fu un urlo. Profondo, viscerale. Un lamento che sembrava provenire proprio da quella spaccatura, o da dentro la storia.
Il prof. Leandro Tinazzi, fonologo e studioso di vocalismi arcaici, si voltò appena verso i suoi colleghi: Avete sentito qualcosa?, chiese.
No, nulla, risposero gli altri, mentre addentavano un tramezzino al prosciutto.
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