Con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi propone la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.
“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.
Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra.
18. ALTE VIE
Uno dei due agenti aveva finito col guidare al posto di Luca, la macchina in quella piazzola non poteva stare un minuto di più. Aveva imprecato per le difficoltà nella messa in moto e l’aveva infine scaricato sotto casa, dove lo lasciò chiedendogli il numero di telefono. “Avremo bisogno di lei nei prossimi giorni. Ora si levi di torno.” Luca si sentiva un relitto. Prese l’ascensore per i tre piani che lo separavano dal suo pianerottolo, fino a strisciare nell’appartamento e buttarsi sulla prima superficie morbida disponibile.
Quando si svegliò, di primissimo mattino, aveva fame e voglia di farsi la doccia. Fece prima quest’ultima, si sentiva sporco e impiastricciato dei residui di paura del giorno prima. Poi, senza togliersi l’accappatoio, rovistò in frigo per vedere cosa gli aveva lasciato Giorgio, uscito senza degnare di nessun’attenzione quel corpo stravaccato sul divano. Chissà da quanto nessuno faceva la spesa. Si accontentò di smangiucchiare una fetta biscottata in attesa del caffè. Accese il televisore. Le notizie erano tutte rivolte a quanto stava accadendo in città. Una troupe inquadrava il palazzo della Regione, dove erano assiepate macchine dei carabinieri e unità d’assalto. Dal balconcino sopra l’ingresso principale sventolava un bandierone con impresso al centro il leone dorato del Partito indipendentista. Il cronista diceva che la notte era passata senza che la situazione si fosse sbloccata: i terroristi erano ancora dentro con gli ostaggi. Non si erano più sentiti spari.
I cronisti concordavano nel descrivere l’azione come una “disperata sbandata” causata dall’arresto di Giacchin e alle rivelazioni dei fitti contatti malavitosi che legavano i separatisti e una branca degli unionisti, e che costituivano un terremoto per le due organizzazioni. Molti iscritti al movimento di Blanquin si erano nel frattempo dissociati presentandosi di persona in questura, dicendo di non sapere nulla della strategia criminale dei vertici e assicurando massima collaborazione. Il Partito si era sciolto come neve al sole, rimaneva solo lo zoccolo duro di esaltati che erano riusciti a paralizzare la città.
Tra i nomi dei militanti arrestati dopo l’assalto ai giornali, notò Luca, ne mancava uno, quello di Michel. Si vestì in fretta e decise che avrebbe telefonato a Laura. Parlare con qualcuno gli avrebbe fatto bene.
“Hai fatto presto”, scherzò rispondendo con sorprendente rapidità. Il tono serio di Luca le suggerì che non stava per ricevere un invito a bere un caffè. Lui le raccontò tutto in un flusso disordinato, convulso. “Certo che non ti annoi mai, tu” gli disse lei nel tentativo di sdrammatizzare. Aveva una gran voglia di stringerselo a sé, se ne rese conto all’ennesima domanda “ma tu stai bene? Davvero hai solo qualche livido?”
“Il fatto è che devo andarmene, quello lì potrebbe cercarmi, è armato. E poi non sappiamo come andrà a finire questa storia dell’assedio. Questa gente ha contatti con la malavita. E comunque non si sono ancora arresi.”
“Ho sentito che stanno arrivando i militari da fuori regione,” lo assecondò Laura, “e poi hanno consigliato di chiudere gli esercizi commerciali, così mio padre questo fine settimana tiene fermo il bar.”
Luca aveva già un’idea in testa. Mirko, il suo amico dell’università, aveva una casa in alta montagna, al confine con il Piemonte, tirata spesso in ballo come punto di ritrovo ottimale per un week end di bevute.
“Laura, ti richiamo prestissimo.”
La telefonata successiva fu accolta con altrettanta incredulità. “Luca! Come stai? Che cazzo sta succedendo dalle tue parti?” Era da così tanto che Luca non sentiva quella voce matura e ironica che attese qualche secondo per assaporarne a dovere la grana. Questa volta il racconto fu più fluido e spontaneo. Veniva tutto più facile con Mirko. Non serviva sembrare più coraggioso di quanto non fosse, più o meno spaventato. Era bello ritrovarsi, sentirsi. Luca si pentì di non averlo fatto prima, di non aver approfittato di quei mesi per prendere l’auto e dedicare un pomeriggio all’amico più fidato degli anni universitari.
“Insomma, hai un nuovo nemico in città. E pensare che eri convinto che ti saresti annoiato.” L’ironia di Mirko era colma di premure. I due non erano abituati ad esprimere in maniera troppo diretta i propri sentimenti, eppure questi trasparivano filtrati da un armamentario di codici goliardici capaci di svolgere egregiamente il loro ruolo di succedanei.
C’era molto da raccontare, troppo. Non c’era tempo.
“Mirko, devi farmi un piacere.”
“Ah ecco l’inghippo, e io che pensavo che mi chiamassi perché ti mancavo”, fece l’amico.
“Figurati. La verità è che ho bisogno di soldi. No, scherzo. Il fatto è che non è sicuro stare qui, ora. La situazione è esplosiva. Sta arrivando l’esercito, dice Laura…”
“E chi è Laura?” guaì Mirko da dietro il ricevitore.
“Un’amica… l’ho conosciuta in un bar. Va be’, poi ti racconto. Anzi, la conoscerai, perché mi chiedevo se quella tua casa in montagna fosse disponibile. Potremmo salire per un paio di giorni, intendo tu, io, Laura e… chi vuoi tu, che cazzo.”
“Uh, andiamo a fare i partigiani.”
Il commento scherzoso fece vibrare Luca. “Sì, perché no, se le cose si mettono davvero male…” disse invaso da un infantile senso dell’avventura.
“Ci sto!” proruppe Mirko, “così ne approfittiamo per passare due giorni insieme. Tu quindi porti quella… Laura, giusto? Io allora chiedo a una tipa che sto frequentando da qualche settimana, Christine. Che bomba che è!”
Sempre il solito, pensò Luca. Però sarebbe stato bello, si poteva fare.
“Facciamo così, ci vediamo dove finisce la strada. Diamoci la mattinata per preparare tutto e poi partiamo. Per le quattro di pomeriggio dovremmo riuscire ad essere tutti là, vero?”
“Facciamo le tre”, suggerì Mirko, “per arrivare in cima ci vogliono un paio d’ore abbondanti, e su fa freddo, ci sarà da accendere il camino. Ah, ricordati il sacco pelo. E la spesa. Come ci organizziamo?” Mentre la loro goliardica avventura si trasformava in una grigliata fuori stagione in alta montagna, tra liste di carni e alcolici, Luca fu colto dal timore che Laura avrebbe potuto declinare l’offerta. Aveva già paura di perderla, nonostante poco prima si fosse mostrata entusiasta e aperta a ogni possibilità.
“Mirko, ti confermo tra poco, a dopo”, tagliò corto.
Laura fu entusiasta. “Posso portare il cane?”
“…e come no? Soffre la macchina? No? Bene. Ti passo a prendere io. Ma sì, perché sprecare benzina? Ricorda il sacco a pelo. Ciao.”
Era fatta. Si sentiva sollevato e curioso, eccitato come un bambino. Nonostante la consapevolezza che quello non sarebbe stato il preludio alla lotta armata, sentiva vibrare nell’aria un senso elettrico di sfida, una matassa immaginaria di fuga, di resistenze eroiche, e soprattutto di occasioni per stare da solo con Laura. Era forse tutta lì l’avventura che cercava, tutta la sua passione politica si esauriva nelle possibilità di quell’incontro.
La giornata era tersa, sembrava di essere già in piena estate. Un leggero venticello soffiava asciugando il sudore. In macchina il profumo di Laura si spandeva come una promessa. Lo zaino di Luca, adagiato sui sedili posteriori, era colmo all’inverosimile e pesava come un macigno. Aveva fatto incetta di ogni genere alimentare, ed era sicuro che l’amico avrebbe accumulato lo stesso ammontare di cibo e bevande, col risultato che si sarebbero trovati a riportare indietro almeno la metà di tutta quella roba. Laura era stata più accorta, sembrava più a suo agio con l’efficienza richiesta per l’alta montagna.
“Vado spesso a camminare, anche da sola”, aveva raccontato in macchina, facendo capire a Luca che gli avrebbe fatto sputare sangue. Avevano superato un blocco stradale. “Siamo studenti”, aveva detto Luca, ancora immerso nelle sue fantasie di clandestinità. Laura gli aveva poi fatto notare ridendo che poteva benissimo dire che stavano andando a fare una scampagnata, non c’era mica la legge marziale. Proseguirono sulla regionale fino all’ultimo paese di confine, per poi iniziare a salire lungo il canalone che si inerpicava lungo una valle laterale che Luca conosceva poco, e che subito curvò verso l’interno, nascondendo dietro un costone di roccia la valle centrale per buttarsi su prati smisurati e verdeggianti, tratteggiati da boschi di conifere che si alternavano a pascoli, villaggetti di legno e pietra di fiume. La presenza umana si faceva sempre più labile man mano che la macchina arrancava per la carreggiata stretta.
Nell’abitacolo calò un silenzio agevole, a sigillo di un comune senso dello spazio, di una distesa fiducia reciproca. Lei guardava assorta fuori dal finestrino mentre dall’autoradio suonava “The Fool on the Hill” da una raccolta dei Beatles che Luca teneva sempre in macchina, facendole muovere appena le labbra in sincrono con i versi. Ogni tanto uno dei due si lasciava sfuggire un commento il cui solo ruolo era quello di fungere da ricamo sonoro, da segnale di attenzione reciproca, per tornare subito a quella silenziosa compagnia. Luca guidava e pensava che quel viaggio avrebbe potuto benissimo durare per sempre.
Arrivarono al cartello che indicava l’ultimo tratto di strada percorribile e si fermarono poco più in là, in parcheggio deserto. Là c’era una fontanella, dove il cane di Laura si buttò assetato. Mirko era già lì, seduto sul cofano della sua macchina sportiva assieme a una ragazza dai tratti nordici, bionda e diafana, che sembrava estasiata dal paesaggio intorno.
I due amici si abbracciarono forte, Mirko aveva i capelli corti corti e si era tagliato i baffoni che usava esibire per le strade di Torino. Portava una camicia leggera aperta sul petto villoso da uomo che Luca gli aveva sempre invidiato.
“Quanta cazzo di roba hai portato in quello zaino? Lo sai che non abbiamo asini da caricare, vero?” scherzò. Seguirono le presentazioni. Il sole era alto ma l’aria iniziò a farsi pungente. Lassù, in alto, forse a tremila metri di altezza, si stagliava un ghiacciaio contorto e severo, che a Luca sembrò essere il responsabile di quel vento gelato.
“Preparatevi, ‘sta sera dovremo stare stretti stretti per non morire di freddo”, ridacchiò Mirko rivolgendosi provocatoriamente a Christine.
“Fa sempre così, il tuo amico?” chiese a Luca. L’accento era tedesco. Mirko spiegò invece che arrivava dall’Olanda, era in Erasmus a Torino dove sarebbe rimasta a vivere per sempre, al che la ragazza rispose con una linguaccia da bambina mentre si intratteneva arruffando il pelo del cane di Laura, reso frenetico dai mille odori della montagna.
Imboccarono il sentiero con leggerezza. Il palazzo della Regione era occupato da una banda di rivoltosi armati, l’esercito era ormai arrivato a coordinare le operazioni della polizia e dei carabinieri, e quel Michel chissà dove diavolo era. Tutto però sembrava lontano, pareva appartenere a un altro mondo, sepolto da chilometri di terra brulla, strati di roccia contorta, prati tenaci e nevi perenni. Tutto spingeva verso l’alto, in quel posto. Gli abeti irti, le casette logore sparse sui pendii, le planate dei volatili guardinghi.
“Partiamo, ne avremo per un po’”, fece Mirko, prendendo come al solito l’iniziativa.
“Dai, komwegaan”, replicò tra sé Christine, mentre Laura era già in testa. Luca si affrettò per raggiungerla, ma realizzò che il fiatone che gli serrava la gola non avrebbe assecondato la sua intenzione di stare al passo. Era una buona premessa, a dir la verità. A Luca piaceva essere messo alla prova, anche se per ora – lo scopriva con piacere – il semplice fatto di dover soltanto pensare a mettere un passo dopo l’altro e di non dover fare nient’altro lo riempiva di gratificazione. Sarebbe stata una battaglia incruenta, quella. E per quanta fatica ci avrebbe potuto mettere era sicuro di una cosa: una volta in cima avrebbe raggiunto Laura.
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