Nei primissimi minuti di “Taxi Driver” c’è una scena a cui è facile non prestare troppa attenzione. De Niro è appena stato assunto come autista; quando esce dalla rimessa dei taxi lo vediamo camminare lungo un marciapiede, finché l’immagine non sfuma con una dissolvenza; subito dopo, lo ritroviamo che cammina lungo quello stesso marciapiede, soltanto un po’ più vicino alla macchina da presa. Un uso simile della dissolvenza è a dir poco atipico: si tratta d’una soluzione decisamente meno discreta rispetto allo stacco, e viene infatti usata soprattutto quando si vuole segnalare un passaggio di natura temporale oppure emotiva. Dopo una dissolvenza ci si aspetta cioè di assistere a un sogno o a un ricordo, o comunque a qualcosa di totalmente diverso rispetto a ciò che si era visto in precedenza; non certo di tornare alla stessa identica scena.

Scorsese fa questa scelta (e proporrà tante altre “stranezze” nel corso del film) per evidenziare come il protagonista non si trovi completamente laddove lo vediamo: il suo corpo è a New York ma la sua mente è un buco nero, pronto a fare spazio alla paranoia e alla violenza. Mentre gira con il suo taxi, di notte, assiste a innumerevoli scene di degrado, e trasporta passeggeri parecchio inquietanti, come quello interpretato dallo stesso Scorsese; e tutti questi episodi contribuiscono a intorbidire i suoi già poco limpidi pensieri. La città non è più un luogo ma un’idea malsana, un riflesso d’uno stato mentale compromesso.

Questo stesso rapporto tra mente e spazio, tra realtà e allucinazione, rende “La vita operosa” di Massimo Bontempelli più inquieto di quanto il suo tono umoristico lasci intendere. Anche in questo romanzo – ambientato nel 1919, pubblicato nel 1921 e ristampato ora da Utopia nell’ambito della riproposizione di tutte le opere dell’autore – il protagonista è un reduce di guerra, che torna a Milano dopo l’armistizio; e anche in questo caso la città non è una semplice ambientazione, ma il simbolo di un’idea, anzi di un’ossessione: quella per gli affari, per l’accumulo di denaro, per quella “vita operosa” a cui si riferisce il titolo, in evidente continuità con “La vita intensa” del romanzo precedente di Bontempelli. Di quell’opera l’autore riprende inoltre il tema principale, proponendo ancora una volta un io narrante alla costante ricerca d’un posto nel mondo; e raccontando le difficoltà incontrate nel tentare, e il profondo disagio provato nel non riuscire.

Bontempelli mantiene il tono leggero e si diverte a passare in rassegna le maschere più classiche del vasto repertorio consolidatosi intorno alla figura dell’uomo che fatica a integrarsi: l’imbranato (quando il protagonista prova a fare il pubblicitario), il sognatore (quando decide di dedicarsi alla speculazione edilizia), o lo spaesato (allorché si cimenta nel commercio all’ingrosso). Chi proviene dalla lettura di “La vita intensa” ritroverà dunque qui lo stesso umorismo e una struttura simile, con una trama sfilacciata, disarticolata in tante divertenti scenette urbane.

In modo analogo, tornano i passaggi meta-letterari in cui l’io narrante si rivolge direttamente a chi sta leggendo (“Se tuttavia il lettore del presente capitolo non ha letto i sei che precedono, non importa: per l’intelligenza di questo basta ch’egli sappia che la mattina del 9 di febbraio, alle ore 10:45, mi venne il mal di capo”, p. 110), oppure si dilunga in considerazioni su quanto ha appena scritto (“Questo «ah» non fu un «ah» di quelli grassi, sdraiati, episcopali, che nei dialoghi della vita indicano soddisfatta conclusione e lasciano l’animo pacato: fu un «ah» arido, giallo di sarcasmi. I romanzieri non hanno ancora trovato la maniera di distinguerli nella scrittura, e mettono «ah» senz’altro, in tutt’e due i detti casi e anche nei loro infiniti intermedi e collaterali: la quale è una lacuna non lieve dell’arte nostra”, pp. 53-54).

Se “La vita operosa” è un romanzo forse meno efficace ma più maturo rispetto a “La vita intensa”, è perché questa disinvoltura stilistica si trova qui messa al servizio non solo dei propositi novecentisti di Bontempelli, che qualche anno più tardi sarebbe stato co-direttore di una rivista chiamata “900”, ma anche e soprattutto di un protagonista ben individuato. La condizione mentale dell’io narrante si sovrappone a più riprese all’idea di Milano che sta alla base del romanzo. Come nella scena di “Taxi Driver” in cui, all’interno di una tavola calda dove sta facendo uno spuntino notturno coi suoi colleghi, il protagonista a un certo punto nota tra gli avventori alcuni personaggi che si somigliano molto tra loro e sembrano tutti appartenere alla malavita, e lo spettatore non ha chiaro se sia ancora New York o già un’allucinazione, così anche “La vita operosa” confonde continuamente i piani.

C’è un episodio, quasi identico, nel quale l’io narrante riferisce di aver notato “in piedi presso l’estremo del bancone, tre o quattro giovanotti fatti alla stessa maniera come fossero stati colati in serie da uno stampo, cioè tutti erano alti e stretti; portavano il cappello duro e piccolo, spinto assai indietro sull’occipite; cappotti grigi a scacchi, aderentissimi sotto la schiena con una larga martingala, abbasso assai corti e in alto compiuti da folti baveri di pelo nero” (pp. 127-128). Esistono davvero quei giovanotti tutti uguali, oppure sono il frutto delle fantasie dell’io narrante, o si tratta d’una diretta emanazione dell’ossessione milanese per gli affari?

Non è importante deciderlo né bisogna temere eccessi d’interpretazione, anche perché, dalla dissociazione evidenziata dai dialoghi (o monologhi) del protagonista col Dàimone che l’accompagna, fino agli episodi di più immaginifica trasformazione della città (“Sotto la larva d’ogni ragioniere milanese vedevo corruscare un biturigio superbo, ogni dattilografa parevami una sacerdotessa accorrente ad aggiunger fiamme a un sacrificio umano; vidi appunto sull’angolo del corso sorgere ed elevarsi d’un tratto immani fantocci di vimini, alti come torrioni, e gli eubagi riempirli d’uomini vivi e appiccarvi il fuoco in onore di Hesus, dio sanguinolento armato di scure”, p. 59), sono frequenti i passaggi in cui è lo stesso Bontempelli a incoraggiare in tal senso; arrivando addirittura ad anticipare, nei capitoli sesto e settimo, quel realismo magico che avrebbe caratterizzato tanta parte della sua produzione letteraria successiva.

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Autore

g.nicoli@minima.it

Gilles Nicoli è nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortázar morisse a Parigi. Scrive soprattutto di libri, cinema e videogiochi.

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