Parlare di musica non è mai semplice, soprattutto quando si sceglie di raccontare un disco uscito quarant’anni fa, in un contesto profondamente diverso da quello attuale. Viviamo in un’epoca fatta di prodotti immateriali, a cui la musica si adegua tendendo sempre più ad allontanarsi dalla “fisicità”, ma nel 1986 ogni album aveva una forte connotazione materiale, ed è forse proprio recuperando quest’ultima, risalendo ai luoghi, agli oggetti, ai corpi, che si riesce, o quanto meno si può provare, a comprendere un disco di ieri nel mondo di oggi.
Nel saggio intitolato Affinità e divergenze – suoni, mappe, territori, pubblicato da Nottetempo, Giacomo Bottà sceglie proprio questo approccio, esponendosi in prima persona con i suoi viaggi, le estenuanti ricerche, i ricordi personali. Come il titolo suggerisce, protagonista del libro è il primo storico album dei CCCP – Fedeli alla linea, quello dal titolo wertmulleriano, 1964 – 1985 Affinità e divergenze fra il compagno Togliatti e noi – Del conseguimento della maggiore età.
Se è opinione condivisa che questo disco abbia in qualche modo segnato un’epoca, Bottà prova a capire il perché concentrandosi sulle sue radici più materiali.
Innanzitutto i luoghi. Il libro traccia una mappa ben precisa del disco, un percorso solo apparentemente schizofrenico che si sposta da Reggio Emilia – per la precisione dal casale di Fellegara, quartier generale della band in aperta campagna – alla Berlino ancora divisa – dove Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni s’incontreranno per la prima volta – fino a quell’Asia sognata e costantemente evocata, l’Unione Sovietica, la Cina, la Mongolia. Di questi luoghi Bottà non ci racconta soltanto il fermento artistico e politico, ma ce li fa vedere, sembra quasi di sentire il freddo di Berlino e il profumo della terra emiliana. In particolare l’asse Berlino-Emilia è la chiave per comprendere la genesi del disco: se l’architettura postmoderna di Berlino Ovest, insieme alle forme essenziali di Berlino Est, avevano dato vita a una scena elettro/post-punk che celebrava l’alienazione e il meccanicismo – vedi alla voce Kraftwerk – Giovanni Lindo e Massimo mettono questa musica in valigia e la riportano al loro mondo di provincia, la contaminano con i casolari, le balere e le sante messe della domenica mattina.
Nascono allora pezzi come Valium Tavor Serenase dove tra le frasi urlate a tutta velocità e la chitarra che sembra un cane sciolto trova spazio una citazione di Romagna mia di Casadei. Lo stesso stile canoro di Ferretti si sviluppa in questo contesto, un senso costante di straniamento che però coglie a piene mani dalla liturgia, dal sacro, un canto-non canto che l’artista si porterà dietro in tutte le sue successive e numerose metamorfosi.
Il libro di Bottà però non è fatto solo di mappe, ma anche di oggetti e corpi. La ricostruzione delle strumentazioni usate dalla band è maniacale e a volte dichiaratamente frustrata dalla mancanza di informazioni e dalla reticenza dei membri della band a rilasciare nuove interviste. L’autore insomma è quasi del tutto solo e forse proprio per questo, pur utilizzando il web come strumento di ricerca, si aggrappa a qualsiasi appiglio materiale, talvolta formulando ipotesi e sciorinando marchi, modelli, annate.
Dietro gli oggetti, ecco finalmente spuntare la materia organica, i corpi, quelli dei musicisti Ferretti, Zamboni e Negri, ma anche quelli non-suonanti, esibiti di per sé: Fatur, l’artista del popolo e Annarella, la benemerita soubrette.
I CCCP sono stati forse uno dei pochi gruppi al mondo ad annoverare tra i propri membri dei performer, presenze iconiche ma semi-mute, fruibili nelle esibizioni dal vivo ma invisibili per chi si limitava ad ascoltare il disco (fatta eccezione per qualche coro). Affinità e divergenze si struttura allora come opera estesa, oggi diremmo “espansa”, mettere il vinile sul giradischi era solo parte dell’esperienza. È dunque assai probabile che la recente reunion della band abbia attirato un pubblico numerosissimo non solo per il riascolto nostalgico dei vecchi brani, ma anche perché ha permesso – magari a chi non c’era o non poteva – di recuperare i CCCP nella propria interezza performativa.
Il viaggio di Bottà nella fisicità di Affinità e divergenze ci chiarisce, pagina dopo pagina, riascolto dopo riascolto, i tratti essenziali che l’hanno trasformato in un episodio pressoché unico – e dunque di culto – del punk italiano. C’è qualcosa che va oltre il grottesco frullato di influenze, che va oltre la politica, qualcosa che forse travalica il disco stesso e ci parla non solo di musica, ma del nostro modo di vivere la fase della ribellione. Se il punk è rabbia che demolisce e il post punk è la ricostruzione dalle macerie, in Affinità e divergenze troviamo uno spostamento di quella rabbia. Il punk dei CCCP non è distruttivo, non se la prende contro chi lo rifiuta dall’esterno, anzi come abbiamo visto accoglie la tradizione come cosa ineluttabile, radicata.
La ferocia di Ferretti e compagni è rivolta invece verso l’interno, è – per dirla in una parola – autocritica. Punk non è chi non viene capito, ma chi non capisce se stesso e allora fa il ribelle, si colora i capelli, sputa in un microfono la sua sfida al potere. Per i CCCP tutto questo è già superato, digerito anzitempo. Quando Ferretti canta “È una questione di qualità o una formalità” sta rimettendo in discussione l’idea stessa del punk, superando perfino il post-punk, liquidando ogni atteggiamento esteriore, ogni posa, ogni espressione di sé come quello che gli stessi ribelli odiano di più: un aspetto puramente burocratico della cosiddetta “maggiore età”.
