Se è sempre buona norma diffidare della destra, un prudente corollario di questa norma dovrebbe intimare di diffidare delle linee dritte, che molto spesso tagliano in due i problemi e le questioni, senza risolverle mai e perlopiù amplificandole a monte e a valle della linea. Il mondo si divide tra paesi che hanno confini plastici, tortuosi, zigzaganti (per esempio il nostro). E altri che i confini ce li hanno fatti col righello. In Africa o molti degli Stati uniti (in virtù della ‘griglia’ che Thomas Jefferson applicò a uno spazio che doveva sembrare vuoto al padre costituente Usa, nonché indefesso schiavista), i confini sono una proiezione spaziale della vis colonialista con cui ci si è approssimati al problema: lo spazio da delineare e profilare talvolta per secoli a venire veniva deciso a tavolino, sulla base di convenienze economico-politiche, ma soprattutto veniva visto come vuoto, spoglio di ogni connotazione biologica, etnografica, storica, e ancora uniforme, per questo divisibile con una traccia retta che resterà per secoli. Il mito del nuovo mondo, della terra incognita dove l’unico gesto possibile è l’appropriazione, si fonda su uno spazio come tabula rasa (e su un righello).
È questo un mito dello spazio che è duro a morire, e che si è trasferito nell’altro spazio – quello celeste e popolato da satelliti. Ecco: oggi che geolocalizziamo tutto, mandiamo posizioni in giro, e apriamo di continuo rasserenanti mappe satellitari per andare a duecento metri da noi, difficilmente ci rendiamo conto che stiamo usando una mappa incorporea, valida per tutti e semplicissima. Nulla di male – e grandissimi vantaggi operativi –, ma la riduzione della singolarità che così realizziamo lascia molto dietro di sé. Per produrre dall’altra parte, invece, un effetto estremamente pervasivo e diffuso: ogni mappa di questo genere è un aiuto offerto al controllo, alla profilazione, alla possibile sanzione.
Il libro di Paolo Bosca che esce in questi giorni per Nottetempo (204 pp., 18 euro) propone uno “sgambetto” a questa mappatura avulsa dall’esperienza. Usa il concetto di utopia, rivisitando l’Utopia di Thomas More e ricordando il valore dialettico e negativo che la parola reca con sé, ma anche il suo ruolo di “intercapedine porosa”. Walter Benjamin, in un celebre, breve scritto dell’anno di disgrazia 1933, Esperienza e povertà, lasciò una misteriosa notazione su quanto fossero “ben ventilate” le utopie di Paul Scheerbart, scrittore di fantascienza e teorico di un’architettura fantastica. È proprio in questa chiave che Bosca riattiva l’utopia: nell’epoca del there is no alternative percepito neanche più come slogan ma come l’aria che respiriamo, e di una diffusa sensazione di apnea collettiva nel navigare torbide acque fisheriane, l’utopia introduce differenze, e quindi aria da abitare nelle sue contraddizioni, e proprio nelle sue contraddizioni.
C’è subito in questo saggio, a partire da esempi e felici quadri narrativi, un’eco precisa e straniata del think local act local: intervenire qui e ora (“occorre che si faccia utopia in quel posto”, leggiamo nel capitolo dedicato agli Altrovi), negli spazi che muovendo cambiamo, per sancire una presa di distanza. In questo senso è giusto per Bosca, facendo eco a Marcuse davanti agli studenti in rivolta della Freie Universität, a Berlino, che l’utopia muoia. “L’utopia rappresenta da un lato l’espressione più pura della nostra esistenza politica, dall’altro la sua totale antitesi. È anche per questo, forse, che deve morire per lasciar spazio a una politica spuria, sporca, ma almeno efficace e reale”. Cadavere e fenice insieme, dunque qui l’utopia agisce piuttosto come soglia, e come vigilanza a partire da un posizionamento preciso, da un desiderio politico radicato nel contingente, nello sporcarsi nelle pratiche.
E c’è dunque un (perlopiù sano) ottimismo che pervade queste pagine, anche quando affermano che certi luoghi possono vedersi solo grazie al naufragio (che ha qualche parentela con gli impudichi desideri accelerazionisti fino a qualche anno fa, ma anche con l’adagio antico del fiat justitia pereat mundus). In contrasto con il Carl Schmitt che si improvvisava mitologo in Terra e mare per gettare fango sull’utopia perché ostile alle sue amate localizzazioni che solo su terra e un poco di sangue possono radicarsi, qui l’utopia diventa l’orizzonte del desiderabile.
Eppure sarebbe sbagliato relegare l’utopia a una mera possibilità, per quanto concreta. Bosca la guarda sotto un profilo ben più materiale: quello dello spessore. Elisée Reclus, geografo anarchico che svuota la geografia di ogni astrazione, e Gilles Clément, teorico del terzo paesaggio, diventano le guide per un’ipotesi dell’utopia come spessore da solcare, attraversare, considerare.
Ma non si tratta solo di affrontare poetiche e pensieri dell’abitabilità utopica. L’intento di Bosca è mostrare, con esempi tratti dalle campagne italiane, come si “agisce” l’utopia sul campo, nei campi. Come, contro una mappa onnicomprensiva dall’alto, si può evitare di togliere storia e sapori a strade e frutti, seguendo linee storte. Qui Bosca, che miscela con discrezione saperi e passeggiate, inchiesta e riflessioni, seguendo l’ultima teoresi di Bifo Berardi, promuove il fare utopia come “diserzione” attiva, richiamando le esperienze delle “Grandi dimissioni”. (Ci si è spesso chiesto chi siano i soggetti che possono praticare questa diserzione attiva, su quali basi economiche possano farlo, e con quale patrimonio culturale, se sia insomma il privilegio a muovere la fattibilità – l’ispessimento – di queste istanze di diserzione).
Bosca giunge a sostenere che “è il momento di prendere sul serio la possibilità che la partecipazione attiva al teatro politico non sia più l’unico né il più efficace mezzo per esercitare la propria leva di cambiamento”. Si apre allora il campo di “eversioni” come diserzioni puntuali e forse puntiformi, rispetto a una macchina globale che funziona, suggerisce l’autore, in modo “quasi-automatico”. Il che rende possibile porre, parallelamente, il problema dell’organizzazione: le soggettività utopiche possono in qualche modo aggregarsi, fare spessore insieme? E che cosa ne risulta? Bosca propone, a partire da una discussione di Utopie realizzabili di Yona Friedman, “che le persone coinvolte siano non più di un certo numero”. Si torna all’annoso problema delle quantità, già usato in chiave anti-Rousseau da secoli. Il micro-associazionismo va di pari passo col microclima: in fondo il problema enorme della democrazia diretta, o della contingenza dello slancio utopico, è la sua rappresentabilità. Che non si dà.
E non è un caso che qui torni, nell’ultima parte del testo, una discussione proficua di una delle parole-ovunque (fino a diventare feticcio) del discorso politico contemporaneo: il corpo (“abbiamo messo i nostri corpi…”). Il corpo, ricorda Bosca discutendo Foucault, è un vettore utopico perché sfugge a un occhio che categorizza. Da sempre sembra sfuggire alla presa. In questa chiave, si presta all’immagine del farsi e disfarsi dell’utopia stessa, che è costitutivo dell’architettura provvisoria e “sformata” dell’utopia: “Per rimanere un nonluogo, occorre che l’utopia non si dia mai una forma”: eppure forme ci sono negli esperimenti che Bosca racconta e propone. Esperimenti di disposizione alternativa dei corpi, di profanazione nella chiave di Agamben, produzione di spazio, e anche esigenza di spazio, di attenzione, di vita psichica e fisica diversa, per porzioni di tempo e in luoghi (per esempio quelli urbani abbandonati) da cui non si estrae – almeno immediatamente – valore. Qui accade che l’utopia chiami la repressione – e su questo Bosca è molto lucido. La sottrazione allo spazio iper-localizzato fa sì che i powers that be, e l’immaginario ideologico che li sostiene, intervengano coi loro dispositivi a spegnere i possibili reali. Un esempio? Il “decreto-rave”, ma anche – al di fuori del discorso della festa – ogni repressione proprietaria di alternative abitative dentro le città, quelle che – lo ricorda bene Bosca – si chiamano le zone autonome temporanee (le TAZ di Hakim Bey).
Ma il vero interrogativo che assedia una lettura di questo genere è l’ampiezza, la stabilità e quindi la prospettiva delle pratiche (sono molti ed eterogenei gli esempi forniti, dal “riabitare” il dismesso al “disarmare” le grandi opere, al coltivare i micro-orti urbani, le intercapedini dell’asfalto). L’interrogativo è cioè quello sull’impossibile connubio enunciato tra universale e utopia. Se universale vuol dire coloniale (“la volontà stessa di rendere le cose universali, di comprendere tutti nello stesso calcolo (anche quando si calcola per il meglio) nasconde un intento coloniale”), la condizione di pensabilità di utopie di conventicole e falansteri (Bosca usa la bella immagine degli arcipelaghi) resta del tutto esterna a un orizzonte di classe (parola non casualmente assente nel testo). Sta nelle tracce della diserzione e nei gesti utopici di soggetti che sono pochi e indeterminabili a priori – in una contingenza che non è universalizzabile. È e resta un punto. E tuttavia anche mettere un punto è giudizio, decisione – e nulla, come violentemente insegnò Benjamin nella sua Critica della violenza, nulla esclude che questo punto non sia esso stesso violenza.
