Fabrizio uccide Valeria: è questo il tragico evento attorno a cui ruota “Una spirale di nebbia” di Michele Prisco, pubblicato per la prima volta nel 1966 da Rizzoli e recentemente tornato in libreria grazie a Utopia. Erano andati a caccia loro due soli, per cui non esistono testimoni. C’è solo la versione dei fatti fornita da Fabrizio, della ricca e potente famiglia Sangermano, secondo il quale si sarebbe trattato di un incidente: è inciampato su un ramo, sostiene, e ha perso la presa sul suo fucile che, cadendo a terra, ha fatto partire il colpo fatale per la sua giovane moglie. Il giudice istruttore, che non può però scartare l’altra possibile ipotesi, quella dell’omicidio volontario, alla ricerca di un movente interroga chiunque conoscesse bene la coppia: parenti, amici, domestici. Stando ai loro resoconti, Fabrizio e Valeria non formavano una coppia felice.

Sembrerebbero le premesse di un classico giallo; invece il romanzo prende presto un’altra direzione, entrando nei dettagli di altre tre relazioni: quelle tra Maria Teresa e Marcello, Renato e Lidia, Vittorio e Lavinia. Ne risulta un desolante catalogo di bugie, reticenze, apparenze da salvare, vendette, umiliazioni, meschinità, desideri soppressi, ipocrisie e mortificazioni di ogni genere, nel quale l’autore immerge il lettore mentre la questione riguardante l’innocenza o la colpevolezza di Fabrizio passa sempre più in secondo piano. Sul banco degli imputati Prisco intende mettere piuttosto l’idea di coppia in generale. Nonostante lo scrittore napoletano affermi che «più che il tema del matrimonio lo interessa l’usura dei sentimenti vista attraverso l’angolazione del rapporto coniugale», come si legge nell’edizione del 17 giugno 1966 del quotidiano La Stampa, in un articolo firmato da Rossana Ombres, è evidente quale impatto potesse avere un romanzo simile in un paese dove ancora non esisteva l’istituto del divorzio.

“Una spirale di nebbia” ottenne in effetti un buon successo, seppe parlare all’Italia dell’epoca e riuscì persino a ribaltare i pronostici della vigilia di un XX Premio Strega dall’esito più che mai incerto. «Mancano ventiquattro ore all’assegnazione del Premio Strega. Gli appassionati dei pronostici che ogni anno compilano elenchi e compiono, generalmente per telefono, vivaci sondaggi, danno per vincitore Italo Calvino (già in testa alla classifica nella cinquina della prima votazione). Distaccati di poche lunghezze, in ordine di voti, sono Michele Prisco (“Una spirale di nebbia”) e Alessandro Bonsanti (“La nuova stazione di Firenze”). La votazione del 16 giugno scorso aveva visto favoriti questi tre scrittori, nel medesimo ordine in cui oggi gli esperti pensano che arriveranno nella finale», scriveva ancora La Stampa il 5 luglio dello stesso anno.

A vincere, alla fine, non sarà “Le cosmicomiche”, ma proprio il romanzo di Prisco. Questo è già di per sé un motivo per volerlo recuperare. Alle lettrici e ai lettori di oggi, però, potrebbe non bastare: sono profondamente cambiati il matrimonio e i costumi in generale, e anche una famiglia come i Sangermano appare molto meno rappresentativa adesso, in un’Italia dove tanta parte di quel tipo di alta borghesia è ormai o decaduta o diventata élite. Cosa rende interessante “Una spirale di nebbia” ai nostri giorni, allora? I suoi personaggi. Il tema del personaggio nel romanzo, oggi pressoché archiviato, era centrale nel dibattito letterario di quegli anni. Prisco vi entrò con un intervento intitolato “A proposito del personaggio” apparso sul bimestrale “Le ragioni letterarie”, di cui era direttore responsabile:

«Un vero romanziere confessa sempre degli sconosciuti: il suo ruolo non è quello di suggerire delle soluzioni, la sua missione è ad un tempo più modesta e più alta: egli forza il lettore a interrogarsi su se stesso e sul senso del suo destino. Ecco perché se un romanzo non è una storia che marginalmente, esso è prima di tutto un clima, un mondo, una società, dei personaggi. Quel che importa al romanziere non è il fatto, ma l’uomo. E sarà buona ogni storia che ci rappresenterà l’uomo dall’interno, nella sua profondità, sia questa nel senso della lunghezza come la rappresentavano gli scrittori dell’ottocento, sia nel senso della larghezza, come pretendeva Gide (che però resta uno scrittore, ma non è un narratore). La necessità romanzesca non è quella di farci assistere, per esempio, a un delitto compiuto dal signor Rossi, ma quella di farci assistere al signor Rossi capace di compiere un delitto», scrive nel terzo fascicolo della rivista, pubblicato nel 1960.

Per Prisco è fondamentale conferire verità ai personaggi; tanto che arriva a muovere a Pasolini una critica speculare a quella che questi girerà in seguito a Moravia. «Non è Tommaso a iscriversi al partito comunista, ma Pasolini ad iscriverlo», afferma Prisco, a proposito di “Una vita violenta”, nell’intervento appena citato; e Pasolini un anno più tardi avrebbe criticato “La noia” sulla rivista “Vie nuove” scrivendo che «il personaggio “io” non è che un espediente, usato per esprimere uno stato di angoscia ben chiaro, storicizzato, razionale nell’autore», e concludendo con «Moravia conosce Marx, il suo protagonista no».

Ancora nello stesso intervento su “Le ragioni letterarie”, Prisco contesta l’idea di Moravia secondo la quale «oggi non esiste un solo mondo, ma tanti mondi quanti sono gli scrittori» e «perciò s’impone la prima persona». «È proprio sicuro Moravia che la sua prima persona non sia altrettanto oggettiva di quanto lo è, com’egli giustamente nota, la prima persona usata da Defoe? E che cosa di più soggettivo della terza persona usata da Stendhal nei suoi romanzi, che potremmo considerare anche le variazioni d’un’autobiografia mitizzata, se non romanzata?», domanda. Personaggi veri, e liberi dal controllo dello scrittore: è questo che Prisco cerca nel romanzo. A rendere notevole “Una spirale di nebbia” sono proprio tutte le scelte stilistiche volte a ottenere questo risultato, a trasporre la teoria letteraria nelle pagine di un romanzo.

La prosa elegantissima, innanzitutto, che affastella incisi e subordinate con mirabile precisione per fermarsi sempre solo un momento prima di raggiungere l’inintelligibilità, ancor prima di rappresentare un esercizio di bravura, serve ad avvolgere chi legge nel turbinio dei dubbi, delle esitazioni e delle risoluzioni dei personaggi. Basti come esempio questo lungo periodo in cui il giudice istruttore, non riuscendo a togliersi dalla testa la pubblicità televisiva della brillantina Linetti, si scopre forse fin troppo propenso a immaginare Fabrizio colpevole e interroga così la propria coscienza:

«Sissignore, era questo: non il dubbio di poter sbagliare – dal momento che un simile scrupolo quando lo assaliva ogni qualvolta si trovava a dover istruire un processo diventava anche, a suo modo, la dimostrazione più evidente che la professione non l’aveva inaridito del tutto o meglio che gli consentiva ancora, dopo tanti anni, di sfuggire all’abitudine attraverso questo margine abbastanza ampio di umanità e di libertà – ma il dubbio, molto più meschino e ripugnante, di sapere o d’intuire di poter sbagliare in questa storia, e tuttavia intestardirsi ugualmente a volerla portare avanti sino in fondo simulando con l’alibi del dovere rigorosamente applicato un inconfessato movente di rivalsa sociale o d’ambizione professionale ora che gli si presentava quest’occasione (ma non l’ho cercata io!, si disse subito quasi disperato), così che forse sarebbe stato più onesto e giusto davanti a quella futile scenetta televisiva dell’ispettore – non è esatto, anch’io ho commesso un errore… – o comunque davanti a questo assillo che ormai da stamattina lo rodeva, non domandarsi se qualche volta poteva sbagliare, e rovinare in tal modo la vita d’un innocente, ma semplicemente domandarsi, con minore ipocrisia, se sarebbe stato altrettanto intransigente qualora l’imputato non si fosse chiamato Sangermano.»

L’originale struttura del romanzo, che si suddivide seguendo un ordine cronologico (da giovedì mattina a domenica mattina), crea ogni volta un’intimità di partenza, ma i capitoli trovano poi il modo di estendersi nel tempo e nello spazio, attraverso racconti e ricordi, andando ad abbracciare diversi episodi chiave della vita di ciascun personaggio. La terza persona, infine, qui senz’altro soggettiva, che in ogni capitolo si riferisce a un personaggio diverso senza affrettarsi mai a identificarlo, un poco disorientando chi legge, amplifica al tempo stesso la costruzione corale del romanzo, la dimensione collettiva delle crisi narrate e il senso di isolamento individuale, restituendo l’idea – forse la tesi centrale dell’opera intera – secondo la quale «la solitudine in un matrimonio è quasi come un delitto».

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g.nicoli@minima.it

Gilles Nicoli è nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortázar morisse a Parigi. Scrive soprattutto di libri, cinema e videogiochi.

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