di Domitilla S.

Da un po’ di tempo, ormai, sogno un mondo con David Foster Wallace.

Non sto parlando dei suoi libri. Ovviamente rimpiango i romanzi e i reportage che avremmo potuto leggere se lui avesse continuato a vivere e scrivere. Chiaramente, leggendo il Re Pallido mi sono chiesta cosa ne sarebbe stato di quella sequenza di strambi e bellissimi capitoli se lui si fosse preso il tempo di renderli un romanzo. E fantastico spesso su quante altre cose avrebbe creato con la scrittura, oltre ad un banale libro.

Ma qui non sto parlando di questo. Io sto dicendo che sogno proprio lui: David Foster Wallace, la persona. Penso continuamente a quanto il mondo sarebbe un posto più divertente e più stimolante, se lui ci fosse.

Quando c’è stato l’assalto a Capitol Hill l’ho quasi intravisto, con la sua bandana e un taccuino, tra gli energumeni travestiti da aquile e da vichinghi.

Ogni tanto lo vedo sbucare tra gli spalti ad una partita degli U.S. Open e mi chiedo cosa direbbe di Sinner, se lo considererebbe una nuova esperienza religiosa o se invece, dopo averci passato una settimana insieme, direbbe anche di lui: «si, è un campione ma anche un rimbambito».

Lo immagino, in questi giorni, dire a noi italiani che compriamo la sua tesi di laurea, di non leggerla, che sono solo le parole di un ragazzino snob, come diceva de La Scopa del Sistema.

Lo immagino: intervistatore delle Kardashian; ospite speciale del Jersey Shore; commentatore di Temptation Island; opinionista del Grande Fratello; autore di un lungo reportage sul femonemo delle influencer 20enni con mariti 80enni; inviato stampa al matrimonio di Taylor Swif; reporter di un Met Gala qualunque.

Quando davvero spingo i miei sogni oltre ogni limite, lo vedo commentare l’ingresso di Alessandra Mussolini come nuova opinionista di Uomini e Donne, scrivere una lunga descrizione di Vannacci e l’epitaffio di Silvio Berlusconi, Chuck Norris, Beppe Vessicchio e, soprattutto, di Striscia La Notizia. Lo vedo commentare a lungo lo specifico aroma delle candele alla vagina di Gwyneth Paltrow.

Sogno le pagine social di David Foster Wallace1.2

Lo immagino postare su Instagram foto sfocate dei suoi cani nella neve.

Lo immagino pubblicare i risultati dei test online: scopri se hai l’adhd, scopri che verdura sei, scopri che cane sei, scopri se sei nello spettro (in ordine: si, una carota, un pittbull, si).

Lo immagino parlare con terrore dell’avvento del visore 3d per i porno, poi postare battute fuori luogo sui porno che guarda sul suo visore 3d e infine scrivere un racconto su come si è disintossicato dai porno nel visore 3d.

Lo immagino chiedere ad Elon Musk di attivare la funzione note sui tweet di X, perché senza non sa proprio come esprimersi.

Fantastico spesso su un suo episodio maniacale, rivelato al mondo tramite social a forza di post prima strambi, poi preoccupanti, infine inquietanti, come Kanye West qualche anno fa.

Visualizzo chiaramente Elon Musk che lo convince a passare su X garantendogli maggiore libertà di parola e poi ritrovarsi costretto a bannarlo a settimane alterne.

Lo immagino avere un crollo3 in contemporanea a Kanye West e li vedo rimpallarsi le convinzioni deliranti, commentarsi i tweet a vicenda, approfondire insieme la teoria secondo cui neri ed ebrei sono la stessa etnia (proposta da Kanye).

Vedo David Foster Wallace chiedere a Kanye maggiori informazioni sul flusso intestinale di Kim Kardashian.

Lo immagino poi, qualche mese dopo, scusarsi con quel suo tono incerto e sospirato e scrivere un racconto commovente ma anche divertente sul suo episodio maniacale.

Insomma io lo vedo continuamente David Foster Wallace, in questo nostro mondo di oggi. E non è solo perché lui lo aveva previsto in una misura davvero complessa da giustificare; non solo perché la frase: «può darsi che vi giunga nuova ma nella vita c’è di più che starsene seduti a stabilire contatti» è vera oggi più che mai; non solo perché vorrei che Wallace mi liberasse una volta per tutte, con un suo saggio profetico4 da questa malsana dipendenza da smartphone che mi attanaglia; non solo perché vorrei che mi spiegasse ancora come vivere i 30 anni, che mi dicesse se fare un figlio o no, in che banca mettere i miei risparmi, quali libri leggere, cosa mangiare, a chi volere bene, che mi dicesse, insomma, cos’è l’acqua della vita in cui nuoto chiedendomi cosa sia l’acqua. Non è solo per tutto questo è, soprattutto, perchè mi manca. Mi manca lui, come persona, per quanto melenso e inappropriato questo suoni – e ora immagino lui che legge questo articolo e mi insulta e mi dice che io non lo conosco e avrebbe ragione – ma il David che ho conosciuto io, che abbiamo conosciuto tutti noi, quello che sbuca fuori da uno dei suoi libri e che ti immagini più o meno della tua età, nella sua casetta, tutto curvo su una pila di fogli stampati e circondato da strani libri su cui fa chissà quale ricerca. Ecco, quel David Foster Wallace mi manca perché io a lui gli parlo. Rido a una sua battuta, gli dico di non fare il cafone quando parte con un exploit filosofico e/o stilistico, gli chiedo perché mi sta facendo questo quando mi propina un’immagine rivoltante o cinque pagine senza punteggiatura, gli faccio il verso quando prende in giro gli psicologi5. Lo insulto quando attacca a scrivere cose complicatissime, e gli ricordo che diceva continuamente che scrivere è come parlare con il lettore, ma questo non è parlare, questo è fare uno sproloquio come lo zio ubriaco a Natale. Lo insulto spesso, ma, anche, quasi lo accarezzo quando parla di depressione e di suicidio, il ragazzo che stava scrivendo in quel momento pensando di essersi salvato e che alla fine si è ucciso davvero. E se io con lui ci parlo non è perché io sia speciale, è lui a renderlo possibile, a tutti noi.

David Foster Wallace è l’unico autore con cui quelle espressioni normalmente banali e melense tipo «reso immortale dalle sue opere» o «vive nelle sue opere», acquisiscono davvero un senso. Perché lui è davvero lì, nelle pieghe dei suoi libri: quando si scusa della digressione prolissa e ci assicura che sa che «il tempo che stiamo passando insieme ha un gran valore»6; quando conferma che non si è potuto trattenere dal fare «un’interruzione veramente sfacciata e invadente»7; quando lascia che sia tu a dire l’ultima parola del suo libro; quando ti costringe a interrompe la lettura della narrazione per leggere una nota che è solo un punto esclamativo.

Lui è lì, pronto a parlare con noi, non l’autore, «più che altro costrutto statuario pro forma», ma proprio lui, «in qualità di persona reale, David Wallace, di anni quaranta, previdenza sociale n. 975-04-2012, che si rivolge a noi dall’abitazione uso ufficio detraibile nel modello 8829 al 725 di Indian Hill Boulevard, Claremont 917111, California»8, tutte le volte che vogliamo, a 18 anni dalla sua morte.

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1 A chi subito protesta che Wallace non avrebbe avuto i social calcolando quando o che con terrore ha profetizzato la dipendenza da internet, dico solo che questo è il mio sogno e ci metto dentro quello che voglio io.

2 Si, questo articolo ha le note perchè qualunque articolo su David Foster Wallace dovrebbe essere pieno zeppo di note per quanto mi riguarda.

3 Lo so, per qualcuno potrebbe non essere divertente scherzare sulla malattia mentale di una persona ma tant’è.

4 Forse gli basterebbe una frase

5 Io sono una psicoterapeuta.

6 D. F. Wallace (1989) Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso, Roma, Minimum Fax, 2001

7 ibidem

8 D. F. Wallace (2011) Il Re Pallido, Torino, Einaudi

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