di Stefano Crescenzi

«Sì, te vai con la macchina, io te raggiungo cor coso». A fine 2021 la battuta dell’armadillo a Zerocalcare in Strappare lungo i bordi era ovunque: Instagram, TikTok, nei gruppi WhatsApp di mia madre con le sue amiche, a dimostrare che se c’è qualcosa che davvero unisce le generazioni è l’indolenza.

Colpisce tutti ma soprattutto colpisce a Roma, dove l’indefinitezza della vaga promessa del «poi vedemo» è il modo di salutare più frequente, dove il traffico e la proverbiale inaffidabilità dei mezzi pubblici rendono qualsiasi appuntamento un’ipotesi: «se ci arrivo». Come sintetizza Walter Siti in Il contagio: «In borgata la sola forma di fiducia è l’indolenza, il solo pubblico ministero è il fatalismo».

Nel romanzo Siti racconta le storie degli abitanti di una palazzina tra spaccio e storie d’amore deludenti perché ad essere disillusi sono gli innamorati; si alternano occupazioni e trasferimenti ma la palazzina rimane muta testimone delle speranze e dei sogni prontamente infranti degli inquilini. Tutto avviene senza farne un dramma, senza tragedia, che, d’altronde, anche a teatro è sempre stata una prerogativa dei greci più che dei romani. La borgata assiste ai cambiamenti senza fiducia e senza dolore, sicura della sua innocenza perché non ha promesso niente a nessuno: non ha la colpa dell’aspettativa. È il trattamento che Roma, forse madre apprensiva solo in questo, riserva subito a chi arriva. Nicola Lagioia ricorda – nell’articolo Roma non giudica edito nel volume di The Passenger dedicato alla città – che ad accoglierlo ci fu la sensazione che «Se avevi un minimo di ambizione, te la smontavano. Se confessavi che volevi fare strada nella vita, o addirittura sfondare, ti davano una pacca sulla spalla e cominciavano a deriderti. Dove credevi di essere? […] A Roma era già successo tutto diverse volte, non era una città tanto ingenua da pensare che l’autoaffermazione, o peggio ancora la gloria, valessero qualcosa di per sé». Chi nasce dentro questa logica, chi ha vissuto questa realtà da sempre ha un potere in più, Siti dice che sia un’arma, anche se a me, prima di leggerlo, è sembrato a lungo uno scudo:

«La grande arma che i borgatari hanno a disposizione è il nichilismo, sono loro gli antesignani dell’insignificanza; più il mondo borghese appare privo di senso, più i borgatari guadagnano posizioni, possono diventare avanguardia. Quel che per i borghesi è motivo di spavento (“niente vale la pena, il futuro non esiste”), per il borgataro è moneta corrente (“se sa”)».

Questa distanza mi fa venire in mente, sarà anche perché lo riguardo spesso, La grande bellezza di Sorrentino. La ritrovo da una parte nel borghese intellettuale Jep, che vive con esibita distanza (riservando un certo atteggiamento di superiorità solo a chi si prende troppo sul serio) il fallimento del mondo, ma anche nella serena risolutezza di Ramona che, sebbene sappia di dover morire, non è vittima della fame di esperienze e divertimento di cui tutti gli altri cercano di riempire la propria vita, rimanendone a loro volta divorati. Il personaggio interpretato da Sabrina Ferilli – a mio parere tra i più riusciti – al senso del vuoto sostituisce l’assenza di aspettative: non ha nulla da riempire e guarda con sospetto chi cerca disperatamente qualcosa. Dopo la notte che passano insieme Jep le dice: «È stato bello non fare l’amore», sottolineando il venir meno di ciò che era già dato per certo, la contravvenzione ad una regola non scritta che fa parte del suo personaggio di uomo seducente costruito nella prima parte del film. La risposta di Ramona: «È stato bello volesse bene» rende esplicita l’assenza di aspettative: non è fare qualcosa, raggiungere un obiettivo, toccare la meta, ma è costruzione di un sentimento che non richiede una garanzia prima di nascere o una promessa di successo. In Ramona trova espressione ciò che il piemontese Cesare Pavese, ma scrivendo proprio da Roma, consigliava a Fernanda Pivano: «si faccia una vita interiore – di studio, di affetti, d’interessi umani che non siano soltanto di “arrivare”, ma di “essere” – e vedrà che la vita avrà un significato».

Un film in cui Roma è mostrata in tutto il suo essere, senza manie di mostrare di più o tendere al miglioramento, è Roma di Fellini, ancora una volta uno sguardo che viene da fuori e che osserva con disincanto il mito di Roma, smascherandone la costruzione. Dopo la scena del disfacimento degli affreschi antichi provocata dai lavori per la metropolitana (che sconvolge la studiosa americana ma non i romani) e l’indimenticabile sfilata di moda ecclesiastica: «è il mondo che deve seguire la chiesa, non il contrario», il regista dà la parola a un altro straniero a Roma, lo scrittore Gore Vidal, che si ritrova ad essere vittima dell’indolenza romana che, allo stesso tempo, lo salva:

«Vi domandate perché mai uno scrittore americano vive a Roma. Prima di tutto perché gli piace i romani, che si frega niente se sei vivo o morto: sono neutrali, come i gatti. Roma è la città delle illusioni: non a caso qui c’è la chiesa, il governo e il cinema, tutte cose che producono illusione. Come fa tu, come fa io».

Lo scrittore vede la città come una gigantesca macchina barocca: è un’illusione dichiarata ma lascia comunque incantati. Ponendo anche sé stesso nel discorso, e coinvolgendo Fellini stesso, l’immagine si apre al meccanismo della narrazione, raccontare è instaurare un patto tra lo scrittore e il lettore: ti prometto che questa storia è vera fintanto che scegli di crederci, sei tu a decidere quando interrompere il gioco. Chiunque a Roma può andare nella chiesa di Sant’Ignazio e, camminando sotto la cupola dipinta da Andrea del Pozzo, vedere l’illusione prospettica svelarsi nel suo essere un trompe-l’œil, letteralmente un inganno; ma può essere davvero un tranello se è così facile da svelare? O semplicemente siamo noi a chiedere che Roma ci prometta qualcosa? Torno a Siti che su questo scrive:

«Tra una realtà concreta ma deprimente e una rappresentazione seducente ma immaginaria, scegliamo la seconda – e la forbice va allargandosi: la realtà diventa sempre più evanescente perché inspiegabile e priva di ipotesi che la qualifichino, la rappresentazione sempre più corposa, magmatica e illusionistica. In questo spazio si muoveva, un tempo, la religione; ma il popolo di Roma l’ha sempre sospettato che le eminenze non credessero in Dio – l’ha sempre saputo che i quattrini fanno più miracoli dei santi, e nei riti in chiesa era abituato ad ammirare soprattutto l’allucinata teatralità. Più che nella fede, vive in una perenne fantasticheria paranoica; alla realtà in fondo non ci ha mai creduto»

Roma ha insegnato ai romani a non aspettarsi nulla al punto da non credere neanche alla realtà, alle sicure conseguenze di ciò che succede. La sua storia infinita pone la città fuori dal tempo, se è davvero eterna allora il tempo non esiste e qualsiasi promessa, che prevede l’esistenza di un futuro, non ha senso. Christian Raimo in Roma non è eterna scrive: «Abituata alla retorica della catastrofe, alle pianete dell’apocalisse, la città eterna non accampa scuse: è soltanto consapevole di poter sopravvivere a ogni morbo, attentato o suicidio», i romani non credono al futuro al punto che sono in salvo anche dalla distruzione: se non credi alle promesse non credi neanche alle minacce.

Nel 1972, quando Fellini ha girato Roma, le preoccupazioni per le conseguenze negative del boom economico erano sentite probabilmente più di oggi (o forse ora siamo solo più rassegnati) e Vidal le racconta nell’ultima parte della sua apparizione:

«Sempre più il mondo si avvicina alla fine da macchine e quale posto migliore di questa città morta tante volte e tante volte rinata, quale posto più tranquillo per aspettare la fine da inquinamento e da sovrappopolazione? È il posto ideale per vedere se tutto finisce oppure no».

Aspettare qualcosa, anche la catastrofe, è avere un orizzonte d’attesa, prospettarsi che una promessa venga mantenuta; Roma è l’unico posto in cui il mondo potrebbe finire oppure no, anche perché la fine potrebbe rimanere bloccata sul Raccordo.

«S’annamo a pija’ n’ gelato?» dice il Secco a Zerocalcare, nessuna aspettativa sul futuro, solo qualcosa da fare, subito. Essere e non promettere.

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