di Ludovico Cantisani

“L’unico destino nobile di uno scrittore pubblicato è non ricevere la fama che merita. Ma il vero destino nobile è quello dello scrittore non pubblicato”, scriveva Fernando Pessoa nel Libro dell’inquietudine, non per nulla giunto ai lettori quattro decenni dopo la morte del poeta portoghese. “Scrivere significa rendere oggettivi i sogni, significa creare un mondo esteriore come premio indiscutibile della nostra indole creatrice. Pubblicare significa consegnare quel mondo esteriore agli altri; ma perché, se il mondo esteriore comune a noi e a loro è il ‘mondo esteriore’ reale, quello della materia, il mondo visibile e tangibile? Che c’entrano gli altri con l’universo che è in me?”.

Queste parole si attanagliano in modo drammaticamente preciso alla vicenda editoriale e biografica di Guido Morselli, scrittore postumo per antonomasia della letteratura italiana, nato nel 1912 a Bologna e suicidatosi il 31 luglio 1973 a Varese, nella villa di famiglia, dopo l’ennesimo rifiuto ricevuto dal manoscritto del suo romanzo Dissipatio H. G.. A differenza di un Giuseppe Tomasi da Lampedusa, autore di un unico per quanto immortale romanzo destinato a una grande fortuna post mortem, negli anni successivi al suicidio di Morselli emerse ad opera principalmente dell’Adelphi un corpus narrativo ampio e frastagliato, comprendente titoli di notevole spessore tematico e perturbante originalità narrativa come Contro-passato prossimo, Roma senza papa, Un dramma borghese e Il comunista. Dopo una prima pubblicazione nel 1988 con il semplice titolo di Diario, la Adelphi adesso ripubblica come Mi sono conosciuto nel sogno una nuova edizione ampliata delle pagine diaristiche di Morselli, curata sempre da Valentina Fortichiari e mantenendo anche la storica prefazione di Giuseppe Pontiggia.

Frutto della raccolta di diciassette diversi quaderni che abbracciano un arco temporale che va dal 1938 allo stesso 1973 della morte dello scrittore, Mi sono conosciuto nel sogno ha un contenuto prevalentemente concettuale, narrativo ed esistenziale: abbiamo riflessioni filosofiche e teologiche, una rilettura critica della Belle Époque, un amaro ragionamento sulla tematica della compassione, a più riprese scampoli di libri finiti – in particolare Uomini e amori e Incontro col comunista – o accantonati, e svariati momenti di introspezione assoluta, a partire dall’impressionante “soffro, dunque sono” che si appuntò il 24 novembre 1950. Scarsa in questi diari è la materia di interesse esteriormente biografico, relativa soprattutto ai rapporti sentimentali che Morselli intrecciava, e comunque raccontati in maniera ellittica, con più attenzione alle reazioni e alle considerazioni interiori che a una descrizione effettiva dell’andamento della relazione.

Scarsa è anche la materia storica: in alcuni brani dei primi anni si scorge in controluce la Seconda Guerra Mondiale, ma a parte un messaggio urgente alla famiglia riportato nei diari al 25 luglio 1944 – “procuratevi residenza sicura per prossimo futuro, soprattutto Mario. Papà lasci Milano assolutamente. Salvate miei libri. Baci Lori. Guido” – il conflitto in quanto tale resta sottotraccia; nel dopoguerra, c’è qualche sporadico cenno alla guerra fredda e al conflitto in Vietnam, ma Morselli nei suoi appunti si dimostra più interessato al dibattito ideologico e filosofico attorno al comunismo che non alla concretezza della sua espressione storica; il boom economico emerge solo nelle sue caustiche riflessioni per cui la televisione o l’automobile sono diventati il vero focolare domestico; anche il Sessantotto passa inosservato; l’unico fatto di attualità che pare davvero interessargli in quanto tale è la corsa allo spazio, ma anche in questo caso a Morselli vengono ispirate più riflessioni dalla prima foto della Terra dallo spazio che dall’allunaggio vero e proprio.

La natura primariamente intellettuale del volume impedisce di leggere queste pagine soltanto come un documento della vita di Morselli: più che raccontare una tranche de vie, Mi sono conosciuto nel sogno registra la formazione incessante di una coscienza, presentandosi come un significativo controcanto ai romanzi poi editi postumi e agli articoli sparsi e i pochi saggi che pubblicò in vita. Se  l’attualità vi entra quasi sempre dopo essere stata trasformata in problema intellettuale, i temi che Morselli nei diari tratta sono variegati e testimoniano dei suoi principali interessi culturali: analisi delle varie posizioni del dibattito attorno alla forma e alla presunta crisi del romanzo; considerazioni filosofiche di ogni ordine e grado; frequenti passaggi di natura religiosa, in cui Morselli dimostra un convinto agnosticismo ma al tempo stesso rivela un interesse approfondito per la teologia cattolica; una disamina delle contraddizioni tanto dell’ortodossia tanto marxista quanto cristiana, e un’embrionale forma di interesse verso certi accenti del manicheismo e del pessimismo ereticale.

La questione del suicidio è anch’essa ricorrente sin dalle prime pagine, ma nell’ultimo appunto, datato 13 maggio 1973, nulla lascia presagire che di lì a poche settimane Morselli si sarebbe dato la morte: è una mera riflessione teorica sulla questione della sessualità in psicoanalisi. Tra i progetti incompiuti di Morselli che emergono da queste pagine diaristiche, quello più corposo sembra essere un romanzo ambientato nella Germania del secondo dopoguerra, sorta di antenato di Contro-passato prossimo, tra i più importanti dei romanzi morselliani, sovente sospesi, come scriveva Pontiggia nella sua prefazione, “tra il futuro dell’utopia e il dagherrotipo della storia”. Sono molti gli autori menzionati nelle pagine dei quaderni privati di Morselli: tra i più ricorrenti e apprezzati abbiamo Manzoni, Nietzsche, Huxley, Croce, ma compaiono tra gli altri anche Buber, Albert Camus, Guido Piovene, più occasionalmente Renan, Merlau-Ponty e Lévi-Strauss, in una costellazione di riferimenti culturali che testimonia bene l’ampiezza degli interessi e delle letture dello scrittore.

Tra i più suggestivi passaggi dei diari c’è l’autoritratto che Morselli traccia a beneficio di sé stesso il 1° marzo 1955, suggellando tuttavia un profilo biografico che va ben al di là dei suoi interessi letterari: “sono stato, in vita mia, teologo e maestro d’equitazione; so, per averlo fatto con le mie mani, come si scombicchera il soggetto di un film cinematografico, e come s’impianta una coltivazione di asparagi. Sono stato, per anni, soldato, filosofo, insegnante di lingua e segretario di società anonima. Le mie chiacchiere sono state immeritatamente pubblicate da due editori, cinque giornali, un ente radiofonico; ho i titoli legali per diventare pretore e chaffeur professionista; sono stato ufficiato a fare il precettore nella casa di un barone calabrese, e il commissario prefettizio di un comune. – Bon à tout faire, bon à rien faire? Può darsi; ma intanto, se la sorte mi riservasse di finire lattaio o regista di un teatro d’avanguardia – ciò non mi stupirebbe né mi rincrescerebbe”.

In un altro passaggio dello stesso periodo si definiva “un riepilogo degli uomini”, mentre sette anni prima aveva abbozzato un virtuale epitaffio per la sua tomba: “Guido Morselli – Amò quanto poté – Non odiò mai”. In tempo di guerra Morselli aveva preconizzato “so che la morte mi coglierà in un periodo d’intensa attività spirituale”, ed è fin troppo semplificatorio rileggere Mi sono conosciuto nel sogno nella consapevolezza del suicidio nel 1973 che avrebbe concluso la sua esistenza terrena, contribuendo a portare alla luce la mitologia letteraria del Morselli autore postumo: uno dei più profondi e fecondi leit motiv dei diari è, a ben vedere, la riflessione sul concetto di cultura, attorno a cui Morselli sembra cercare di individuare, in controluce, il senso stesso della sua esistenza.

“Vi sono individui in cui la cultura precede le idee, altri in cui le segue. Io sono dei secondi. Nei miei studi di filosofia o di storia ho cercato soprattutto me stesso. La cultura per me non può essere che un a posteriori, rispetto a ciò che ho conquistato da solo”. È da questa riflessione giovanile che prende le mosse una delle spontanee architravi tematiche che attraversano Mi sono conosciuto nel sogno nella sua interezza, spesso prendendo spunto dalle esperienze dirette di Morselli a contatto con gli altri. Valutando intellettualmente la sua esperienza nell’esercito durante la prima parte della Seconda Guerra Mondiale come ufficiale, un Morselli piuttosto sconsolato conclude che “forse, considerando l’essenza e l’estensione dell’intellettualità in uomini come Aristotele e Kant, non si ha il senso della profondità abissale che si può avere meditando sull’ignoranza totale, quale si manifesta per esempio in certi miei soldati calabresi”; e procede a mettere l’accento sull’incomunicabilità “di ciascun uomo con l’altro”, un tema che sarebbe andato per la maggiore una quindicina di anni dopo questo appunto di fine ’43.

Un brano del 1946 si scaglia in maniera sorprendentemente precorritrice dei tempi contro la stereotipia della cultura di sinistra, di riviste comuniste come Politecnico e del ruolo di intellettuali organici come Elio Vittorini o Giansiro Ferrata – sempre in materia di politica si instrada uno degli aforismi più folgoranti del libro, “nessun partito politico è di sinistra, dopo che ha assunto il potere”, datato 1966. Morselli dà più volte prova di una interpretazione pragmatica della funzione della cultura, come nello sferzante passaggio quasi autocritico in cui arriva a scrivere che “la cultura sta alla mia personalità come questa camicetta di seta e i calzoni che ho indosso alla mia persona fisica: e cioè mi posso spogliare della mia cultura con la stessa facilità con cui mi spoglio di quegli indumenti. E quindi propriamente la mia non è ‘cultura’ se con tale parola designiamo ciò che non abbiamo soltanto appreso, ma ciò che si è identificato col nostro spirito, anzi col nostro essere”; o nell’affermazione per cui “la cultura attrae lo storico e lo studioso in genere ma stanca facilmente l’uomo”. Altre annotazioni hanno una valenza più positiva e quasi prescrittiva: “incolta io chiamo non già la persona attualmente priva di cultura, ma la persona che, qualunque sia il suo corredo culturale, non sente il bisogno di estenderlo”.

La riflessione che Morselli traccia della cultura non può che lambire anche la questione del linguaggio, inteso come il luogo concreto in cui il pensiero si rinnova, si irrigidisce o si tradisce. su almeno tre diversi livelli. In prima battuta, risalta subito l’amore di Morselli per l’italiano, “lingua nobilissima” ma “maltrattata guasta fraintesa” e “costretta a dibattersi tra arcaismi e neologismi”, come dice uno dei primissimi appunti dell’intera raccolta. Inoltre in Mi sono conosciuto nel sogno Morselli dà prova anche di buone capacità di analisi del linguaggio contemporaneo e quotidiano – uno dei brani più interessanti si interroga sulla proliferazione di locuzioni binomie come nucleo familiare al posto di famiglia, flusso veicolare in vece di traffico o lavoratrice casalinga invece di domestica: imitazione del prestigioso gergo scientifico, sintomo del “carattere sempre più artificioso della nostra esistenza odierna”, dimostrazione della tesi in controtendenza di Morselli, secondo cui il pensiero astratto è per certi versi più diffuso tra l’ignorante “medio” che non tra le persone di cultura. “finora, il progresso spirituale dell’umanità è consistito, più che altro, nel far pronunciare alla gente parole che, prima, erano ignote o poco usitate”, come il daimon che a partire dalla singolarità di Socrate è diventato da tempo di uso comune nel concetto generico di coscienza, o i nomi-imperativi di democrazia, libertà e uguaglianza che dopo la Rivoluzione del 1789 in Francia solo a cavallo tra Ottocento e Novecento si sono davvero diffusi in tutto l’Occidente, e solo negli ultimi decenni anteriori e contemporanei al suo percorso intellettuale hanno assunto una valenza mondiale. L’approdo delle riflessioni di Morselli sulla cultura si trova nel distinguo che lo scrittore traccia tra questa e la semplice erudizione: in un passaggio chiave di Mi sono conosciuto nel sogno troviamo così scritto che “l’erudizione è un processo statico, acquisito una volta per tutte, che una salda memoria basta a conservare. La cultura dell’individuo è sempre in sul farsi, o non è. L’uomo colto non è chi sa, ma chi apprende”.

Nel processo di continuo apprendimento che i diari di Morselli testimoniano, anche con la varietà delle letture citate, un peso specifico lo assume anche l’esperienza onirica, sia pure in aperta antitesi con le analisi proposte da Sigmund Freud e i suoi seguaci allo scoccare del secolo breve. La fugace annotazione del 3 dicembre 1943 che dà il titolo al libro, “io mi sono conosciuto nel sogno”, è tanto evocativa quanto lapidaria nell’indicare lo stato onirico come la forma estrema della conoscenza di sé, ma qualche fugace passaggio ci consente di scorgere sogni quantomai rappresentativi della personalità e dell’immaginario dello scrittore. “Ho sognato stanotte che mi trovavo a villeggiare in una stazione climatica di montagna, o dei laghi, e di avervi fatto amicizia con… Nietzsche. Mi pareva precisamente di essere steso su una sdraio a contemplare i ghiacciai, o la distesa delle acque, e che il filosofo occupasse la poltrona accanto alla mia; e avendo tra le mani una delle sue opere […] da buon viaggiatore-dilettante mi rivolsi al mio illustre compagno pregandolo di onorare di una sua firma il frontespizio del volume”.

Il grande filosofo si mostrava disponibile e accomodante, inducendo Morselli a chiedergli un suo intervento sulla questione dei rapporti tra romanità e germanesimo – il sogno è del gennaio 1942, quando ormai l’Italia era stata trascinata in guerra dal Reich hitleriano da più di un anno. Questa conversazione onirica si interrompe prima che Nietzsche rispondi alla suggestione; ma non meno interessante e rivelatoria è la riflessione con cui Morselli conclude il brano: “ieri sera, prima di addormentarmi, avevo pensato a lungo, e con dolorosa intensità, a una cara figura di donna, che da qualche giorno ha un gran posto nel mio cuore […] In sogno anziché apparirmi questa deliziosa creatura, come avevo sperato ieri sera, mi compare Nietzsche… Eppoi credete alla scienza onirologica freudiana”.

I diari di Guido Morselli, tanto nelle parti più esistenziali ed oniriche, quanto anche nelle molteplici direzioni che assumono le sue riflessioni intellettuali, filosofiche e a tratti teologiche, testimoniano un’inesausta inquietudine ondivaga ed errante: quello di Morselli è un approccio decisamente radicale indirizzato a raggiungere un contatto autentico con la cultura, che passa per una sua irraggiungibile definizione definitiva – e indirizzato a individuare una regione inesplorata nel romanzo, territorio letterario espressamente inteso come una “federazione” di generi, in cui ogni forma di espressione è possibile. Se paragonati a un altro volume affine recentemente edito da Adelphi, i taccuini di Henry James pubblicati con il titolo di Ormai non poteva succedere più nulla, vero e proprio zibaldone di spunti narrativi, anche i brandelli di brani di romanzi e racconti poi effettivamente scritti o anche solo immaginati da Morselli mantengono il respiro peculiare della sua prosa compiuta, quell’impasto inestirpabile tra riflessione e narrazione che rese pregnanti un Contro-passato prossimo, una Roma senza papa, una Dissipatio H.G. I sogni che, per tornare alla riflessione di Pessoa, vengono resi oggettivi in fase di scrittura, in Mi sono conosciuto nel sogno si presentano nella loro forma immediata; nei suoi diari Morselli riorganizza il suo mondo interiore, e architetta la sua esternalizzazione, per quanto l’incomunicabilità da lui riscontrata nei rapporti interpersonali si riverberò immancabilmente nei suoi rapporti con gli editori finché fu in vita, e in generale con il mondo della cultura ufficiale del suo tempo.

Morselli scrive questi appunti diaristici per definire ciò che, per sua stessa natura, continua a sfuggire a ogni definizione – la cultura, il romanzo, l’identità, il rapporto con gli altri, le profondità del mondo interiore di un uomo. Costituzionalmente le pagine di Mi sono conosciuto nel sogno non approdano mai a una soluzione definitiva, ma rimangono aperte, mobili, inquietamente disponibili a un nuovo interrogativo: in consonanza della definizione che Morselli dava della cultura come “sempre in sul farsi”, la scrittura dei suoi diari segna il luogo in cui sorge il pensiero, rimettendolo in continuo movimento. La cultura come perenne formazione, come cammino, forse anche come corsa: è questo il nucleo teorico che in definitiva affiora dalle riflessioni di Morselli sulla cultura, stratificate nel corso di decenni, a margine di un itinerario narrativo molteplice che grazie al sacrificio del suo autore e alla sua uscita postuma ha suggellato il suo carattere essenziale di atemporalità e metastoria.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

redazione@minimaetmoralia.it

Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

Articoli correlati