Il ritrovamento fortuito in una bancarella di una serie di dagherrotipi realizzati nel 1852 e 1853 raffiguranti i senzapatria trascinati davanti al penitenziario di Berna per essere schedati dalla polizia accende in Lukas Bärfuss la sensazione di avere tra le mani un album di famiglia, oggetto mai esistito in un’infanzia segnata dall’abbandono materno e da lunghi anni per strada. Scattate dal primo fotografo di polizia della storia, Carl Durheim, quelle immagini rappresentavano il principale dispositivo di potere del neonato stato federale contro i nomadi.

Nelle schede segnaletiche, nei verbali degli interrogatori, Bärfuss riconosce sé stesso, le sue origini e quelle del suo paese. Riflette sulla tendenza storica e attuale a sorvegliare e espellere chi ha un’origine ritenuta ‘sbagliata’ nel comporre, con la La regina della notte (trad. Marco Federici Solari, L’orma), un omaggio dolente e lirico a una madre da cui cercò a fatica di sopravvivere, che lo ha salvato e condannato.

“Una madre è ciò di cui non ci si libera. Nemmeno con la morte. Una storia che non finisce mai e di cui la morte è solo l’inizio”.

L’ordito di un compendio filosofico fruibile come un romanzo che alterna il registro dell’autofiction al saggio sociopolitico, invita al capovolgimento di sguardo su una doppia menomazione. L’affronto del disamore materno e l’incapacità di riconoscerne il danno inducono lo scrittore a risalire all’impronta che ha forgiato il suo pensiero critico giungendo a contestare con slancio femminista la retorica della narrazione della famiglia tradizionale con ruoli biologicamente predefiniti e aspettative sociali che gravano sulle donne.

L’opera rappresenta il nuovo esito di uno studio inesausto sul ricatto dell’origine che caratterizza la produzione letteraria della maturità dello scrittore, saggista e drammaturgo svizzero divenuto una voce di riferimento nel panorama letterario e teatrale di lingua tedesca. Come nel precedente Il cartone di mio padre, l’impianto estetico-simbolico si regge su un dettaglio minimo che diventa il detonatore della scrittura: il saldo da sessanta franchi rinvenuto alla vigilia della morte della madre simboleggia – al pari della scatola paterna contenente ingiunzioni di pagamento – l’assenza di una rete sociale che produce indigenza e marginalizzazione.

La costante dell’intera produzione dello scrittore è l’urgenza di problematizzare il valore e il diritto alla libertà. Nel mettere in discussione modelli predefiniti e stereotipi di genere, Bärfuss immagina contesti dove le conseguenze di un’ossessione favoriscono l’abbandono di ogni ruolo sociale imposto (Hagart); analizza su un piano storico, filosofico e letterario la demitizzazione dell’esistenza e la libera scelta di morire (Koala); orienta sul dissenso la riflessione sull’eredità famigliare e la possibilità di rifiutarla (Il cartone di mio padre).

Dal reportage all’autofiction, la valenza politica della letteratura di Bärfuss risiede nelle istanze di cambiamento sollevate a partire dal racconto dello smarrimento dell’individuo e della precarietà esistenziale contemporanea. L’irriverenza radicale di pensiero e di sguardo principia dalla denuncia del rifiuto (dilagante nel mondo politico, nel dibattito pubblico, nella letteratura e nelle arti in genere) di affrontare in modo strutturale la complessità dei contesti socioeconomici.

Sulla base dell’assunto che la discendenza continui a determinare il destino del singolo anzitutto sotto la forma della nazionalità, il furore militante della scrittura di Bärfuss si concentra sulla stretta correlazione tra la famiglia, il potere, la società e l’eredità; sulla ridistribuzione iniqua delle risorse a scapito degli indigenti, degli irregolari, dei marginalizzati; sull’impronta coloniale, patriarcale e xenofoba che caratterizza un sistema di potere che misura il valore dell’individuo in base al patrimonio; sulla violenza istituzionalizzata.

Ne La regina della notte rievoca l’ultimo incontro avuto con la madre, quindici anni prima della sua morte, in un bordello a Boca Chica, nei Caraibi. Svanita presto la speranza di avere un confronto serio e maturo con lei, prova disgusto, sente il vuoto e l’insensatezza della sua presenza, nauseato dal degrado morale di un paese percepito come “il retrobottega del capitalismo, una cloaca del divertimento”. Quell’esperienza si rivela illuminante nel favorire nello scrittore una riflessione sui motivi del suo sguardo giudicante e, in senso più ampio, sul rifiuto manifestato dalla società verso donne come sua madre, indipendenti, segnate dallo stigma etnico, pronte a usare il loro ‘capitale erotico’ come forma di sostentamento prima di diventare migranti economiche.

I momenti più duri di un’infanzia definita “un sonno buio, rischiarato da sogni”, sono rievocati nelle privazioni e nella precarietà abitativa, nel desiderio di studiare e nell’assenza di strumenti e di fiducia per farlo, nel duro lavoro in una fattoria della Svizzera romanda, nei tentativi di esularsi dalla realtà fingendosi un eremita immortale nel bosco, nella difficoltà ad accettare la doppia vita di una madre che da operaia nella fabbrica d’armi si trasformava nella regina della notte attirata dal richiamo esercitato in lei da ladri, ricettatori, truffatori.

“Come ci è finito qui? In questo posto senza conforto, senza luce? Chi ce l’ha ficcato in questa nebbia, in questo autunno eterno, in questa casupola che il vento ha ammucchiato lungo la strada che va dal nulla al nulla, in questo paesaggio di molassa, fra queste salsicce unte e l’alcol che qui si beve al posto dell’acqua, fra questi uomini tutti con i baffi, queste donne dalle facce rosse, fra le grida degli animali disperati, in questa stalla, nel liquame, fra questa gente la cui felicità consiste nel non capire la propria infelicità?”

Il distacco sviluppato nel tempo permette oggi a Bärfuss di studiare l’esperienza e sollevare istanze a partire da una voce privata. Gli interrogativi sullo schematismo metaforico della maternità e i suoi aspetti problematici inducono lo scrittore a riconoscere le omissioni d’analisi di Jung in merito al contesto socioeconomico, ad attestare l’espressione dell’oppressione patriarcale nella sottomissione economica e relazionale. Influenzato dalle riflessioni di Hegel sul rapporto tra servo e padrone, analizza la trasmissione verticale della violenza che conduce chi è relegato alla base della scala gerarchica a praticare la sopravvivenza con la ferocia e la negazione della realtà.

“Le decisioni dei poveri appaiono spesso irragionevoli, insensate, assurde, folli agli occhi di chi nella vita ha avuto più fortuna. Abbandonare un figlio? Come si può essere tanto stupidi e tanto spietati? E così si vede nel fallimento, nella miseria, la conseguenza di quella stupidità e di quella durezza. Ma significa scambiare la causa con l’effetto. Qualunque scelta avesse compiuto una persona nella situazione di mia madre, il fallimento era inevitabile.”

Gli ingrandimenti sugli esiti individuali e collettivi dei totalitarismi, sui condizionamenti famigliari e sociali e sul desiderio di emanciparsi da essi rivelano l’attitudine dello scrittore a indagare le crepe dell’apparenza dando voce a un dissenso critico fatalmente isolato.

In un tempo di ineguaglianze, di diritti confiscati e pesanti disparità di genere, economiche e etniche, ragionare sull’idea di libertà implica il riconoscimento delle responsabilità culturali e istituzionali di un paese, solleva il velo su un’umanità segnata dall’odio razziale, dallo zelo patriottico, dall’impronta patriarcale nelle politiche sociali, nel controllo dei corpi.

A partire dalla denuncia delle conseguenze deleterie del pensiero eugenetico nell’ordinare la società attraverso la biopolitica, dei progetti genocidiari per annientare esistenze indesiderate reiterati anche nei centri di assistenza d’emergenza (“buchi neri nei quali gettiamo le famiglie straniere di cui non siamo riusciti a liberarci”), con La regina della notte Lukas Bärfuss consegna una riflessione critica che usa la scrittura del sé per interrogarsi sulla possibilità di una rivoluzione radicale del pensiero, attuabile solo riconoscendone la nascita, come suggerisce Camus, dallo spettacolo dell’irragionevolezza.

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Autore

a.pisu@minima.it

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all'Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.

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