di Adele Errico

Joyce Carol Oates parte da lontano. La narrazione si spande come i cerchi che increspano l’acqua limpida e immobile nella quale è stato gettato un sasso. Oates parte dal cerchio più distante per poi arrivare all’origine del movimento, al fulcro della narrazione, il perno che tiene insieme tutta l’impalcatura. Tuttavia, i cerchi nell’acqua non costituiscono, probabilmente, la metafora più adatta: troppo sinuosi, silenziosi, perfetti. Forse la narrazione di Oates procede con la violenza di un vortice: pericoloso ma, soprattutto, improvviso. “Quando apri un libro puoi essere chiunque. È come una finestra magica su un altro mondo (…) a volte mi sento un essere neutrale, sento di non avere alcuna personalità e in quanto priva di personalità posso essere chiunque”.

Crudele osservatrice della società americana, Oates racconta l’America senza veli, senza luccichii, solo con il nero che la avvolge, con gli orrori, le vergogne, i segreti nascosti dietro alle facciate perfette delle famiglie borghesi. Dalla pubblicazione del primo romanzo, all’età di 26 anni, è diventata una delle più prolifiche scrittrici del nostro tempo, ha pubblicato più di cento libri – tra romanzi, saggi, racconti – e continua, ancora. Così, Joyce Carol Oates mette il proprio corpo e la propria identità a servizio della scrittura e può essere davvero chiunque voglia essere: può essere la più grande diva di tutti i tempi (Blonde), o una sorella perduta (Sorella, mio unico amore), o un vorace serial killer, moderno Dr. Frankenstein, spietato creatore di fantocci (Zombie), o un sessantasettenne bianco picchiato dalla polizia per aver tentato di impedire il pestaggio di un nero (La notte, il sonno, la morte e le stelle) o un pugile prodigio (Sulla boxe) e ancora molti altri personaggi, molte altre personalità, storie che orbitano tutte insieme in un’unica, sconfinata dimensione, un’unica realtà: il lato oscuro dell’America.

Con Fox (La Nave di Teseo 2026), il suo ultimo romanzo, la scrittrice statunitense veste i panni di Francis Harlan Fox e ancora una volta racconta l’inferno nascosto nell’ordinario, attribuendo al diavolo le fattezze di un giovane e affascinante insegnante di scuola media in un piccolo paese americano. Fox compie meticoloso e diligente il proprio lavoro, cordiale e affabile con i colleghi, disponibile con i genitori e, soprattutto, adorato dai suoi studenti tredicenni che pendono dalle sue labbra, perduti nella sua voce che legge poesie, affronta discorsi, impartisce lezioni di vita. Mette gli studenti a loro agio, si muove tra i banchi, li guarda negli occhi, li incoraggia, li educa all’autostima. Eppure – senza mai alzare il tono di voce, senza mai lasciare che il proprio volto si deformi in un’espressione di dissenso, di  disapprovazione, senza mai smettere di farsi venerare – li spinge a una competizione che si fa aspra rivalità e che ha come unico e solo traguardo essere visti da Mr. Fox, entrare nel suo campo visivo, fargli sapere che loro esistono, sono lì, in quell’aula e, soprattutto, lo adorano. In particolare sono le ragazze (bambine) che adorano Mr. Fox. Sono soprattutto le bambine a guardarlo sognanti mentre parla, discorre di letteratura, autori e testi immortali.

Le bambine amano Mr. Fox e Mr. Fox ama le sue bambine. Le bambine con i capelli lunghi, lucenti, i visi scarni, i corpi esili e magri, tipici della prepubertà. Quando ancora non sono esplosi gli ormoni, i brufoli, i seni, le scenate, le lacrime per nulla. Mr. Fox predilige le bambine che sembrano uscite da un dipinto di Balthus, il suo artista preferito: occhi enormi, espressione sognante, pelle di porcellana, gambe magre e sode. Mr. Fox le incoraggia a scrivere su un diario che lui solo possa leggere, un diario che possa custodire i segreti delle bambine, segreti per tutti tranne che per Mr. Fox: lui le capisce, le stima, le fa sentire libere, le invita nel suo studio per consegnare loro i compiti corretti. Tiene la porta dell’ufficio aperta durante le ore di ricevimento e illustra alle sue bambine (che preferisce chiamare gattine) gli errori sui compiti e spiega loro, con dolcezza, come possono rimediare. Perché Mr. Fox è dolce come sono dolci le crostatine al limone che offre loro quando, invece, la porta è chiusa. Quando la porta è chiusa le bambine passano dal lato della scrivania al quale siedono durante la correzione del compito al lato dal quale è seduto Mr. Fox, appollaiate sulle sue gambe, in uno stato di sonnolenza dato dalle crostatine sul quale il professore ha aggiunto uno spruzzo di polverina magica inodore e insapore.

Ed è in quei momenti che Mr. Fox dimostra tutta la sua stima e l’affetto per le sue ragazze. In quei momenti le coccola, le stringe, le accarezza e fa delle cose che le ragazze non possono bloccare o rifiutare. Anche se non le trovano piacevoli, anche se vorrebbero che lui si fermasse, non possono dirlo perché amano troppo il loro professore e sanno che lui non farebbe nulla per far loro del male. Il personaggio di Fox si divincola tra le maglie della narrazione intrappolato in una condizione di limbo che, in un gioco di analessi, lo sposta continuamente dal passato al presente. Nel passato Fox è vivo. Nel presente Fox è morto: la sua auto è stata ritrovata in un dirupo. Fox è ridotto a un corpo mozzato, sventrato. Un uomo che era un bell’uomo – gli occhi azzurri, i ricci color grano – che ora è il pasto degli avvoltoi. Partendo da tale ritrovamento, chi legge viene risucchiato in un gorgo, in un pantano, si ritrova incagliato nella storia come l’auto di Fox nello stagno. Leggere Joyce Carol Oates è come entrare nella testa di qualcun altro, cosa orribile e desiderabile insieme, mostruosa e affascinante. Fox si macchia dei colori del giallo, con il ritrovamento di un cadavere, le indagini, i sospetti, le autopsie.

Chi ha ucciso Fox? Chi può avere il movente? Chi può aver scoperto il suo orribile segreto? L’oscuro lato del carismatico professore di letteratura che, nell’intimità della sua casa, nel confortevole nido del proprio computer, gestisce un sito dal nome Belle Addormentate 2013? Un sito pieno di foto raccapriccianti di bambine. Sgranate, pixelate, mostruose. Si fa romanzo psicologico, portando nei labirinti delle ossessioni umane. L’innocuo, l’affidabile che diventa pericoloso, insidioso, temibile. Oates sviscera le ossessioni di Fox e di chi gli ruota attorno, un carnevale di personaggi grotteschi, irrisolti, problematici, silenziosi e ammutoliti, traumatizzati dall’esistenza nella quale sono inciampati, ripescati dagli strati più squallidi della società. Ed è qui che Fox culmina nel romanzo sociale: sbatte davanti agli occhi del lettore l’America malata e indifesa, disturbata e perturbante, sporca, nera, offesa. Come andare a caccia di oggetti preziosi tra i rifiuti – similitudine che sarà più chiara una volta letto il romanzo -, Fox si legge cercando di scovare un barlume di virtù in un labirinto di abiezione. Cos’è un mostro? Dov’è il mostro? Dove si nasconde? In quali nostre frequentazioni quotidiane, in quali luoghi frequentati ogni giorno? Ma, soprattutto, come si racconta un mostro? Come si crea, come si produce l’immagine del mostro? Il mostro di Oates non ha i tentacoli, non ha le zanne, non è un bruto, non ha gli occhi gialli e acquosi, non ha il volto ricoperto di squame. Oates parte da fattezze gradevoli, gentilezza dei modi. Fabbrica il mostro scegliendo le migliori qualità che un essere umano possa avere. La giovinezza, la bellezza, la caparbietà, il fascino.

Il mostro di Oates è comprensivo, altruista, sa parlare, è colto. Li sceglie bene i suoi mostri, Joyce Carol Oates. Ed è per questo che fanno ancora più paura. Perché sono imprevedibili e inarrestabili. Si servono del loro bell’aspetto per insinuarsi nelle vite di chi si ritrova sul loro percorso. Come fa Fox che individua le più fragili delle sue allieve per manipolarle, usarle, rovinarle. E lo fa senza che loro se ne accorgano. Lo fa promettendo loro amore incondizionato e getta un’ombra sul loro cuore. Dapprima un puntolino scuro, un neo che è imperfezione che non dà fastidio ma che poi diventa una macchia sempre più ampia, si allarga silenziosamente infettando la mente, oscurando il pensiero, rendendo le bambine cieche e sorde al pericolo, ignare dell’urgenza di fuggire. Di scaraventarsi fuori da quell’ufficio, lontane dalle mani di Mr. Fox, di frantumare il cellulare dalla cui fotocamera scattare regali graditi a Mr. Fox e al suo sito orribile. Di gridare aiuto, strappare quel diario segreto nel quale giacciono orrendi le confessioni di un amore diabolico, perverso, degradato. Le bambine si ammalano per Mr. Fox. Si fanno del male, si provocano ferite emotive e fisiche, finiscono in ospedale. Qualcuna muore per Mr. Fox.

Mr. Fox è il peggiore dei mostri perché se i mostri fanno fuggire, lui attrae. Se i mostri sono ripugnanti, lui è affascinante. È il peggiore dei mostri perché è un orco mascherato da principe. Ha i capelli biondi e l’animo nero, limaccioso come petrolio. Joyce Carol Oates non racconta il mostro. Fa essere il mostro. Si pensano i suoi pensieri, si guarda con i suoi occhi, si desidera quello che lui desidera. Oates non racconta la vittima. Fa essere la vittima. Fa sentire messi al muro, intrappolati, usati, ingannati, frastornati. Si è insieme arciere e preda, carnefice e martire. Avvicina alle ragioni del mostro, ammaliando con un canto delle Sirene che promette intuizione, motivazione, giustificazione. E fa allontanare da esse, poi, disgustati, orripilati. Oates indaga la bestia che risiede nell’essere umano. Che sta sopita, nelle sue forme più stravaganti, strane, bizzarre. Con Fox Oates racconta che la bestia è in tutti. E ogni bestia è violenta per natura. Ma esiste la bestia che caccia e la bestia che viene cacciata, quella che usa la violenza per attaccare e quella che si fa violenta per difendersi, per sopravvivere, per uscire viva dal groviglio di brutalità e aggressività, docilità e mitezza che è il mondo degli uomini.

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1 commento

  1. A deeply incisive and literary-criticism-focused feature by Minima et Moralia analyzing Joyce Carol Oates’s novel Fox through an exploration of human dark side and moral anatomy. The piece masterfully underscores Oates’s ability to dissect psychological complexity, trauma, and moral ambiguity within her characters, equipping literary enthusiasts and scholars with profound critical perspectives on how fiction uncovers the disturbing truths of human nature.

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