Nel lambire l’elegia per l’amica traduttrice scomparsa, Giacomo Sartori compone con Se muori prima tu, Terrarossa edizioni, un memoir atipico che incrocia dato biografico e invenzione per interrogarsi su ‘quel che resta delle parole che restano’, per prendere in prestito le parole di Antonella Anedda. Il titolo rimanda al verso di una poesia che innescò in Frederika il desiderio di occuparsi dei testi dello scrittore e promuoverli in un’altra lingua. Sartori fantastica di perpetuare quel dialogo su letteratura e vita con lei, immaginaria abitante di Sparta, nelle missive spedite da Itaca ardenti di drammi, suggestioni ingenue, traumi infantili e incapacità di visioni sul futuro. Il confine tra il vissuto e il potenziale finisce così per rarefarsi.
Cara Frederika, per te tradurre un autore acheo non voleva dire riversare le sue frasi nella tua lingua, impegnandoti perché il travaso fosse il più accurato possibile. Non si trattava di un meccanico trasloco nel già noto, ma di una esplorazione dell’idioma imperiale che conoscevi nell’intimo, scolpendo nei suoi anfratti e meandri uno spazio analogamente inconfondibile. Davi per scontato che ogni galassia linguistica è una mappa del mondo, con le sue protuberanze e le sue secche, le sue anastomosi e le sue faglie, i suoi inimitabili rimandi.
L’aspetto linguistico costituisce uno dei grandi temi d’indagine che caratterizza anche altre narrazioni di Sartori, come Sono Dio, NNE. Già in Baco, exorma, lo scrittore rifletteva sull’inganno insito nelle parole ritenute insincere, che ‘pencolano dove vogliono loro’ nascondendo intenzioni che non corrispondono esattamente a quello che cercherebbero di far vedere.
Il continuo incedere rivolgendosi all’amica assegna alla narrazione i toni dell’urgenza di colmare l’inespresso del racconto personale. Gli indizi disseminati sulla pagina richiamano una necessità di razionalità nel rivolgersi a un tu che è presente solo nelle intenzioni di chi lo pronuncia. L’ultimo contatto rivive nell’immaginazione di un tempo e di uno spazio nuovi con il pudore e la vergogna di usare la scrittura come forma di disobbedienza tardiva. Il tentativo di comprensione dell’altro entro una condizione di provvisorietà è rivendicato anzitutto nella scelta formale: la frammentazione cronologica consente di risalire alla genealogia del dolore nello scandaglio di traumi remoti e fantasticherie macabre.
La dorsale che attraversa il testo è lo studio della perdita e la ridefinizione nell’assenza (con analogie con Fisica delle separazioni, exorma), condizione che porta lo scrittore a sentire verso l’amica una particolare affinità nello spregio percepito, nella brama di un’esistenza raminga, nell’identificazione con il reietto, nel dramma di un corpo spezzato.
Conosco bene quel bisogno di essere riconosciuti e accolti, quella piaga aperta che fa di noi degli eterni adolescenti in rivolta. Certe ferite dell’infanzia non si rimarginano, e le varie forme di febbrile operosità non sono che la loro maschera.
Consapevole dell’inganno insito nei ricordi e dell’azione invasiva sulla memoria compiuta dalla scrittura, Sartori produce nuove tracce come esito di rievocazioni intime e sovrapposizioni, assegnando così una peculiare espressività sonora al testo. La possibilità di scrutare sé stesso a partire dalle vicende altrui gli suggerisce di isolare eventi all’interno di una narrazione genuina e al contempo inevitabilmente artefatta, e di delineare la disillusione del presente nello sfaldamento dei riferimenti, aspetto dominante già Anatomia della battaglia. Ripubblicato da Terrarossa dopo oltre vent’anni dalla prima uscita, il romanzo narra gli esercizi di sopravvivenza attuati da chi è cresciuto con un padre il cui fascismo era un “afflato ben più profondo e più insidioso di una astratta ideologia: era una disciplina e uno stile di vita, una religione”.
Riconoscere il trauma originale impone l’elezione di due epicentri: il rifiuto paterno – di un’ideologia, di una pedagogia insana, di un modello di relazioni squilibrato – e il riposizionamento materno nel lutto. Di fronte a una madre ormai arresa eppure incapace di provare ammirazione per un figlio votato alla scrittura, non resta che tentare il distacco definitivo nell’osservazione di dinamiche sedimentate nei decenni.
La paura del proprio vuoto, che denota l’amore per Pavese, induce lo scrittore a interpretare la sua formazione affettiva attraverso il codice dell’infanzia e dell’adolescenza. La ricerca inesausta sull’origine, lo scarto tra i vincoli di sangue, gli ideali e le morse emotive, concorrono a rendere la perdita materna responsabile del cortocircuito interiore dello scrittore, ancora inutilmente in attesa di una sola parola di stima o di un gesto affettuoso per liberarsi dalle catene lasciategli in eredità.
Sartori si interroga sulle ragioni della vicinanza ideale con Frederika, ipotizzando una sotterranea ascendenza comune nella fascinazione che la traduttrice provava per i personaggi delle sue storie, per la tendenza a scrivere dall’abisso costruendo minacce continue per figure pronte ad aggrapparsi a qualsiasi cosa per garantirsi un’incolumità illusoria.
A ben vedere tutte le tue orditure di parole hanno questa conturbante ambivalenza, che è forse l’apice al quale tutti noi che ci dedichiamo a questa pratica artigiana possiamo arrivare, drogati di cerebralità come siamo, e così ignoranti dei mondi profondi.
Tra frammenti composti per dare una logica a un’esigenza di scrittura che plachi l’irrequietezza, l’avvilimento, la solitudine profonda, lo scrittore invidia le costruzioni ‘leggere come sospiri e pesanti come montagne’, nel constatare il peso delle aspettative altrui nella scrittura del sé per conformarsi a un’idea morale. Riconosce questo conflitto anche nel bisogno di Frederika, espresso nella sua autobiografia, di rintracciare la propria vicenda alla luce di quel che era diventata.
Eri persuasa di scriverla per gli altri, e soprattutto per tuo figlio, ma per me è evidente che lo facevi prima di tutto per te stessa. Quella nuova ricostruzione, la narrazione gamma, non poteva che avere al centro il drammatico tuffo nel vuoto, l’atto fondativo che ha schiuso il tuo periodo della maturità e dell’equilibrio. Per me la tua vera sepoltura – il tuo sema, per usare la parola che nei testi omerici indica la tomba – è quello.
Nutrito di sguardi diversi, dagli studi junghiani alle divagazioni erranti di Gombrowicz, sino alle riflessioni di Ernaux su un’idea di verità e la celebrazione leopardiana dell’immaginazione come spazio dell’impermanente, con Se muori prima tu Giacomo Sartori consegna una narrazione dolente e luminosa, esperimento formale e al contempo impulso incontrollato. Nel condensare segmenti biografici e schegge memoriali, deviazioni filosofiche e insistenze poetiche sulla fine, lo scrittore anela una lingua superstite capace di tradurre l’assenza entro un’idea di letteratura che ‘non è la verità, e non può esserlo’, ma che nei casi migliori ‘ne ha il gusto e la pregnanza, la tensione morale che accompagna il perseguirla’.
Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
