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Sono andata al cinema a vedere Digger due volte nello stesso giorno. Non riuscivo a scrollarmelo di dosso, peggio di un fastidioso sacco di pulci, potrei dire, ma sarei imprecisa; peggio di uno specchio adornato di palchi di cervo, ma non tutti capirebbero. Non riuscivo a pensare a nient’altro se non alle ore che mi separavano dal rientrare in sala per ritrovarmi addosso quella creatura appiccicosa, magnetica, debordante e straordinaria che è Digger di Alejandro González Iñárritu.

L’ultima volta che mi è capitato di avvertire la spinta a replicare un film al cinema nell’arco di un tempo così breve fu quando uscì Titanic di James Cameron. Avevo diciassette anni allora e non stavo nella pelle all’idea di commuovermi di nuovo in quel modo, e di vergognarmi tanto, perché mi sembrava un poco sciocco rivivere una tale eccitazione in funzione del semplice fatto di piangere davanti a una tragedia costruita ad arte per commuovermi.

Oggi c’è Digger, che si apre con alcune speciali lacrime che affiorano dal profondo per salire a galla lentamente. Sono quelle simboliche gocce iniziali a dare l’avvio a una storia destinata a contenerne un’altra.

È l’acqua che filtra dalle intercapedini nella dimora trionfale di Digger Rockwell (Tom Cruise), un magnate del petrolio a cui le cose non girano benissimo a causa di una perdita, apparentemente superficiale, nell’impianto in Groenlandia. È l’acqua che si deposita sul pavimento quando il presidente degli Stati Uniti (John Goodman) paragona lo stato di salute del suo ano alle contingenze geopolitiche mondiali, stabilendo la linea da seguire sulla base di quella personale associazione. È l’acqua raccolta in una grossa bacinella, quando il guaio, come l’iceberg che sbatté sul Titanic, inizia a dilagare e la colpa non può che diventare ampiamente condivisa; tanto che l’esperto ambientale Ganesh (Riz Ahmed) da quel momento si ubriaca ininterrottamente (sul Titanic suonavano il violino mentre la nave affondava). È l’acqua che circonda la piattaforma in mezzo al mare, dove si consuma l’atto finale di Digger, un film che ha il coraggio di impostare un dialogo esplicito con la storia del cinema americano che lo ha preceduto.

Da Stanley Kubrick (Il dottor Stranamore) a Orson Welles (L’orgoglio degli Amberson e Quarto potere – sul quale tornerò più avanti). Da Terry Gilliam (Brazil), ai fratelli Coen (Il grande Lebowski). Ma i nessi formali e di contenuto prosperano nelle diverse scene, molte delle quali sono tra le più epiche scritte per il cinema negli ultimi anni. Digger agevola quel fenomeno percettivo che si avvera ormai in rare occasioni. Mi si permetta di filosofeggiare, è un’opera d’arte capace di trasmettere nel suo farsi tutta l’urgenza dell’esserci: contiene un’eredità dal peso inequivocabile, presenta più livelli narrativi e mantiene un’identità solida e autonoma.

E infatti è un film che scava ripetutamente dentro sé stesso, come il protagonista che racconta; è miccia ed esplosivo insieme, su un piano strutturale, visivo e metaforico. Ha qualcosa da dire, da immaginare oltre il già realizzato: sulla guerra, sul potere, sulla dissoluzione dei confini tra il bene e il male, sulla libertà, sulla famiglia, sull’arte del racconto per immagini. Possiede un linguaggio e un’estetica potentissimi. Digger è onnicomprensivo, nel modo più audace.

Non si avvale di mirabolanti scene d’azione. Mette in primo piano il corpo dell’attore, ponendolo come perno tra due mondi e due forze: l’amore e l’odio. Le persone e il loro mestiere. L’eredità familiare e le conseguenze. Finzione e realtà. Costruisce un’epica dentro quattro mura, spingendo lo spettatore ogni volta verso la parete più fragile, imprevedibile e scivolosa.

E c’è Tom Cruise lanciato nella più impossibile delle missioni: quella oltre sé stesso, oltre l’immaginario eroico, il sofferto, il demenziale e l’emblematico (Top Gun, Magnolia, Collateral, gli eccellenti non menzionati, e pure Eyes Wide Shut). Qui gli schemi sono saltati: ci muoviamo nell’ambito dell’Assurdo, del doppio e di una qualità interpretativa inedita per visceralità e fervore. Un discorso simile vale per il Presidente affidato al talento di John Goodman, il cui lavoro aggiunge strazio, frattaglie, celestiale vanagloria alla caricatura.

Ci ha pensato Digger a porgermi tutta la vorticosa ispirazione di cui il cinema può essere capace, spostando la mia posizione di spettatrice al suo stesso evolversi: stimolando una curiosità viva, chiamandomi al suo fianco nella ricerca di un compromesso tra la grandiosità e l’oblio, instillando domande sul presente e sul potere della rappresentazione.

Mentre nel 1998 il Titanic affondava sullo schermo, incarnandosi nel palpitante melodramma che tutti quanti conosciamo, i guadagni al botteghino straripavano. In tempi brevi, fu dichiarato il film con il maggiore incasso della storia del cinema. Anche Digger racconta una catastrofe, non realmente avvenuta come quella del 1912, completamente inventata, ma plausibile e spaventosa. Sceglie però di dispiegarsi alzando al massimo il volume del grottesco e della stratificazione. E cioè imboccando una strada stretta e controintuitiva, è rabbia, indignazione, è narrazione. È un’altra epoca in sostanza. Quella che Iñárritu racconta è l’era poco rassicurante dell’emergenza infinita e del post-meme.

Uscito in Italia il 1° ottobre 2026, Digger beneficia (si fa per dire) di una critica statunitense e di un passaparola aspramente penalizzanti. In breve tempo è stato catalogato tra i maggiori flop commerciali della storia del cinema. I «fratelli» messicani Guillermo Del Toro e Alfonso Cuarón manifestano la solidarietà più accorata sui social in favore dell’odissea firmata da Alejandro. L’addetto al profilo X di @diggerthemovie posta e ritwitta contenuti con ritmo serrato. Mi piace pensare sia in virtù dell’inossidabile orgoglio di chi è consapevole delle somme virtù che l’opera possiede, e non solo per la pagnotta o per accanimento terapeutico. La Warner intanto – che ha finanziato Digger – di fatto non esiste più, inglobata dalla Paramount in una nuova casa di produzione dal nome ricreativo: Skydance.

Il tempo farà il resto e chissà che non si possa scommettere su un ribaltone al botteghino, io ci sto mettendo il mio e ne scrivo con un entusiasmo non velato, spargendo inoltre qualche granello di magia: «un giorno Digger volerà ti dico, io ci sono stata, l’ho visto» (semicit.).

Mi si permetta a questo punto un’appendice, proprio quando il discorso sembrerebbe concluso, per mettere in risalto i pregi della messa in scena ed esplicitare la frontalità di un tributo.

È l’atmosfera persistente e gravida d’umidità, restituita attraverso la lavorazione degli interni nella cifra di uno splendore pericolante, oltre all’allestimento di fondali scenici ipnotici e surreali, curati dallo scenografo Dennis Gassner.  Il paragone più pertinente per descrivere la carnalità di un mondo al limite del collasso è proprio Blade Runner. Si nota la deformazione delle immagini dai colori desaturati: una scelta visiva che solo il grande schermo valorizza appieno, merito della fotografia di Emmanuel Lubezki. Colpisce il paesaggio sonoro, un connubio tra cinguettii e cigolii che rivela l’accuratezza del sound design e della musica (la colonna sonora è di Cosmo Sheldrake, affiancato da un vasto team di tecnici). L’insistita angolazione profonda dal basso comunica titanismo, certo, ma è anche incubo a occhi aperti e sfondamento nell’iperreale, con la finzione intorno che tutto contiene. Sandy, Judy, Kimberly – Maggie: tutte emanazioni della Rosabella di Quarto potere (la squadra degli sceneggiatori, che include il regista, è in larga parte la stessa di Birdman). Digger è l’amnesia che oggi Orson Welles avrebbe avuto tramite Charles Foster Kane, se il primo fosse ancora in vita e il secondo fosse realmente esistito.

Every night in my dream I see you, I feel you, Alejandro González Iñárritu: that is how I know you go on.
Che gli dèi del Cinema vi proteggano e siano testimoni del miracolo chiamato Digger.

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Autore

antoniaconti@minimaetmoralia.it

Antonia Conti è nata a Livorno nel 1980. Si è laureata in Storia e critica del cinema all’Università di Pisa con una tesi sull’adattamento cinematografico di opere letterarie. Dal 2010 vive a Roma, dove lavora in ambito editoriale.

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