Da Thorvaldsen a Ibsen, Roma è stata per generazioni di artisti nordici un luogo da cui ripensare la propria cultura. Dal 3 novembre al 13 dicembre, la quinta edizione di Novembre Nordico ripercorre questa storia e ne osserva il presente, tra atelier aperti, arti visive e una scena che interroga la fatica, il desiderio e la possibilità di ricominciare.
Il 3 novembre torna Novembre Nordico. Tracce nordiche a Roma: fino al 13 dicembre, la quinta edizione della rassegna riunisce oltre trenta appuntamenti, molti gratuiti, tra accademie, teatri, biblioteche e spazi espositivi della città. Promossa dalle ambasciate di Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia insieme al Circolo Scandinavo e agli istituti culturali e scientifici nordici, la manifestazione permette di percorrere una geografia romana che si conosce spesso per frammenti. Una villa sul Gianicolo, un atelier, una biblioteca straniera: luoghi nei quali il rapporto con il Nord Europa continua a produrre studi e opere, oltre la memoria dei viaggiatori illustri.
Bertel Thorvaldsen arrivò a Roma l’8 marzo 1797. Avrebbe festeggiato quella data come il proprio «compleanno romano», attribuendo all’incontro con la città il valore di una seconda nascita. È un particolare biografico che restituisce bene quanto l’esperienza italiana potesse incidere sulla formazione di un artista: lo scultore giunto da Copenaghen riconosceva nell’arrivo a Roma l’inizio di un’altra vita. L’antico diventava materia di lavoro, qualcosa con cui misurarsi quotidianamente. Quasi settant’anni dopo, nel 1864, Henrik Ibsen lasciava la Norvegia e si stabiliva a Roma, dando inizio a un lungo periodo all’estero. Agli anni del primo soggiorno romano appartengono Brand e Peer Gynt, le opere con cui la sua scrittura si allontana dal romanticismo nazionale e rende più affilata la critica alla società d’origine. La distanza geografica gli consentiva di tornare sui conflitti del proprio paese con una libertà diversa e, probabilmente, si può leggere anche così una parte della storia nordica di Roma, come la ricerca di un punto d’osservazione dal quale guardare meglio ciò che si è lasciato.

Le accademie e gli istituti stranieri hanno dato continuità a questi soggiorni, facendo della permanenza romana una consuetudine di ricerca. Il programma di Novembre Nordico (organizzato DA) permette di entrare nei loro ambienti e di osservare ciò che vi accade oggi. È da questi luoghi che conviene cominciare, prima di raggiungere i palcoscenici sui quali la rassegna incontra Romaeuropa.
All’Accademia di Danimarca, dal 3 al 28 novembre, nelle giornate indicate dal programma, tre mostre accompagnano il settantesimo anniversario della fondazione dell’istituto. Painted in Rome presenta una selezione da una raccolta di circa cinquecento lavori lasciati dagli artisti durante le residenze: studi preparatori, opere sperimentali. Proprio la presenza di materiali di lavoro rende interessante questo archivio, perché permette di avvicinare il soggiorno romano nel momento in cui un’immagine prende forma, prima che diventi un’opera compiuta.
Photographed in Rome ricostruisce la vita dell’Accademia attraverso fotografie, testimonianze e un film del 1968; Danish Design in Rome porta l’attenzione sugli arredi entrati negli anni nei suoi spazi. Qui il design si può osservare nella sua dimensione d’uso, dentro le stanze per le quali è stato scelto. Le visite guidate del 10, 17 e 24 novembre offrono un’ulteriore possibilità di leggere l’edificio attraverso le abitudini di chi lo abita.
Il 10 novembre, a Villa Lante, aprono invece gli atelier di Felicia Honkasalo e Juuso Noronkoski, artisti finlandesi in residenza. La villa, sede dell’Institutum Romanum Finlandiae, sarà inoltre visitabile il 6 e il 20 novembre: due occasioni per accedere al piano nobile e alla loggia affacciata sulla città.
Anche Thorvaldsen ritorna nel programma, questa volta come soggetto di un ritratto contemporaneo. Dal 7 novembre il Circolo Scandinavo ospita il lavoro di Jesus Herrera Martinez, artista spagnolo attivo a Copenaghen, che ha impiegato strumenti di analisi dell’intelligenza artificiale nella costruzione dell’immagine dello scultore. L’accostamento apre una questione pertinente alla storia stessa del ritratto: quali fonti rendono credibile un volto, quanto vi riconosciamo una persona e quanto le convenzioni attraverso cui abbiamo imparato a rappresentarla?
Sul versante della scena, il primo appuntamento è Cirkus Antero, al Mattatoio dal 6 all’8 novembre, nel programma di Romaeuropa. La performer e giocoliera norvegese Frida Odden Brinkmann mette in scena il confronto tra un’ex artista circense e Antero, un burattino che dà corpo alla sua voce interiore più ostile. Pensato per un pubblico dai sei anni, lo spettacolo affronta attraverso l’azione scenica un’esperienza riconoscibile anche agli adulti. Il 7 e l’8 novembre, al Teatro Vascello, How Romantic di Katerina Andreou con Carte Blanche, la compagnia nazionale di danza della Norvegia, porta quella tensione su una scala collettiva. Il riferimento sono le maratone di ballo dell’America della Grande Depressione, nelle quali la resistenza dei partecipanti diventava intrattenimento (indimenticabile, sul tema, «Non si uccidono così anche i cavalli?» Di Sydney Pollack tratto dall’omonimo romanzo di Horace McCoy). La relazione con il passato romano assume un’altra forma l’11 novembre all’Istituto Svedese di Studi Classici. Rome – a stage for the world, dedicato ai quattrocento anni dalla nascita di Cristina di Svezia, accosta gli studi sulla regina a una performance che riunisce danza barocca, proiezioni ed elaborazioni elettroacustiche. La ricorrenza attraversa diversi appuntamenti della rassegna, compresa la visita del 15 novembre alla Biblioteca Apostolica Vaticana, dove si potranno vedere alcuni manoscritti della sua collezione.
Il 12 novembre San Giovanni in Laterano ospita la prima di For Organ and Brass della compositrice svedese Ellen Arkbro, nell’ambito di Organum Multiplum, il festival promosso da Villa Lontana, mentre il percorso si conclude il 13 dicembre con l’inaugurazione di Borders, nuovo appuntamento del progetto espositivo OPENBOX7 dell’Associazione Amici dell’Aventino, in collaborazione con il Circolo Scandinavo. Al centro, il confine come strumento di potere e causa di migrazioni forzate. Un’esposizione il cui tema introduce una domanda sulle condizioni del viaggio, su chi possa scegliere di partire, chi sia costretto a farlo, chi abbia la possibilità di fermarsi. Anche da questa domanda passa, oggi, il rapporto di Roma con chi arriva.
Giornalista, si occupa di teatro, viaggi e società. Collabora, tra gli altri, con le riviste Il Tascabile e CheFare.

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